Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Arlecchino, la maschera della Rivoluzione

TEATRO
Ha fatto tappa all’Arena del Sole di Bologna “il Servitore di due padroni”, lo spettacolo firmato da Antonio Latella e prodotto da Ert, Stabile del Veneto e Stabile della Toscana. Cast eccezionale ma il pubblico si divide.

Il servitore di due padroniC’è un aspetto rivelatore nella reazione che “il servitore di due padroni” di Antonio Latella suscita nel pubblico, specie nel pubblico dei teatri stabili, dove lo spettatore (‘l’abbonato’) si mostra meno disponibile a riscrivere il suo contratto di lettura, calcificato da stagioni di teatro tradizionale e d’intrattenimento. E in effetti Beatrice (la splendida Federica Fracassi) a un certo punto a quel pubblico sembra dare voce: quando Arlecchino invoca la rivoluzione, non appena fa il gesto di staccare la prima lampada dal muro, lei gli dice “non farlo”. Non ribaltare, non innescare la rivoluzione, non smontare questo teatro, questa messinscena, non mostrarmi il lato tragico e inesorabile di questa commedia e quindi il legame antico tra la maschera d’Arlecchino e il diavolo, l’angelo caduto. Non farci precipitare nell’orrido della verità, non spogliarci delle maschere comode, senza le quali quell’intreccio di relazioni e interessi diventa solo una vertigine di gesti contratti, nella quale Beatrice si infila ostinata, uscendone nuda e folle, senza fiato e senza niente. “Non farlo”. Non mostrarci l’orizzonte vasto della rivoluzione, lasciaci nell’oppio di uno scompiglio da camera, di una menzogna misera e umana che ci faccia sentire l’odore dell’onnipotenza. Ma Arlecchi(no) ha nel nome la risposta, l’impossibilità della clemenza, l’inesorabilità del boia. E quando il ribaltamento si compie e come uno tsunami esce dai legami di sangue dei Rasponi e travolge perfino la scena, il teatro stesso, c’è anche parte del pubblico che annega in quell’onda. Sono le vittime della tempesta, i caduti di quella guerra civile. Un prezzo necessario, la prova concreta e inconfutabile del passaggio del tornado. A loro – a tutti – Latella indica, citando il Vangelo, la possibilità di una resurrezione. E risorge anche Goldoni, sottovoce, senza riflettori, senza teatro, con la sola luce di una candela.

Sono uno spettatore

L’INTERVENTO
Venerdì scorso Roberto Latini, apprezzato attore regista e caro amico, mi ha chiesto di intervenire con una lettura all’interno del suo lavoro “Seppur voleste colpire” in scena a Teatri di Vita di Bologna. Un sit-in teatrale, un “programma di battaglie”, più che un vero e proprio spettacolo: così annunciava il foglio di sala. E tuttavia, dal mio sgabello ai margini della scena, ho visto frammenti di teatro e danza strepitosi, tanto che lo spettacolo, secondo me, c’è stato eccome. Pubblico di seguito l’intervento che ho scritto per quell’incursione, rinnovando a Roberto la mia gratitudine per la preziosa, emozionante occasione.

Seppur voleste colpire

“Io che non sono stato allevato per essere un eroe, che non sono niente, ho paura che questa lenta e paziente trasmissione di arti antiche imparate con cura non serva più a niente. Io ho paura che leggere, studiare, non serva più a niente. Ho paura che avere delle opinioni, essere informati e attenti non serva assolutamente più a niente. Ho paura che ogni pittore tagli la sua tela e ingoi il suo pennello; che ogni musicista faccia a pezzi il suo strumento e lo butti nel camino. Io ho paura che a nessun poeta rimanga un po’ di fiato in gola per cantare.”

Io – al contrario di Elena Bucci, l’autrice di questo testo – non sono un attore. Nemmeno un regista o un drammaturgo. Eppure ho un rapporto familiare con il teatro, fatto soprattutto delle tante volte in cui mi sono seduto davanti a un sipario, ad aspettare che si aprisse .

Attraverso questa familiarità, ma non solo, scorre anche la paura, quella paura.

Io sono uno spettatore. Uno che si pone al co-spetto, a-spetta, ri-spetta. E si mette a guardare, spectare, senza prendere parte.

Questa sera però faccio un’eccezione, mi insinuo come l’erbaccia nelle crepe di un palazzo malmesso. E l’erbaccia cresce perché la crepa c’è, la pietra è sgretolata, il muro vacilla.

Lo faccio per prendermi una parte del fardello, un po’ di colpa. Perché quel muro di spallate ne ha prese tante, non sarebbero bastati pochi colpi a renderlo così malconcio.

Qualche spallata si legge sui giornali, nei tagli bassi. Tra le cose meno importanti, o quelle che importano a pochi.

I tagli ai fondi, i sussidi cancellati, gli spazi che chiudono, i festival che spariscono, le compagnie costrette a mendicare, sospese a cavallo tra le loro utopie e le sabbie mobili delle stanze istituzionali.

Un teatro in meno, una stagione in meno, uno spettacolo in meno, una compagnia in meno, un attore in meno, una luce in meno.

Ora: io credo che la rivoluzione sia innanzitutto una questione di linguaggio. E, perciò, di pensiero.

Bisogna arrampicarsi nell’esito linguistico di questa catastrofe, rintracciarne – frase per frase – il senso, sovvertirlo, metterlo a testa in giù, invertirne il segno.

Scorrendo la catena degli eventi, fino a trovare il punto esatto in cui quella possibile rivoluzione scorre nelle nostre mani, e spetta a noi – e soltanto a noi – operare l’inversione.

Spetta a noi, agli spetta-tori.

Uno spettatore in più, una replica in più, un titolo in più, un abbonamento in più.
Un telefono in più tenuto spento, e non soltanto col silenziatore, come le pistole dei sicari. Che poi alla fine – se ci pensate – sparano lo stesso, ma sottovoce, aprendo nell’altrove del teatro uno squarcio sempre a portata di mano, un via di fuga, l’antidoto espresso per qualunque incantesimo. Un silenzio fasullo insomma, una piccola truffa. Come se per fare la notte bastasse mettere un panno sul sole, o più semplicemente tirare una tenda.

Serve un applauso in più, o magari un fischio in più, un moto di dissenso. Un testimone in più di ciò che è successo – che sta succedendo. Consapevole che se riaccadrà non sarà mai uguale, e soprattutto che senza testimoni la Storia diventa un racconto di parte.

Se ci estinguiamo anche noi, se ci scordiamo di essere tutti chiamati a testimoniare, veniamo meno al dovere di fare la Storia, e consegnamo al futuro un passato che non esiste.

Io sono uno spettatore. Uno che si pone al co-spetto, a-spetta, ri-spetta. E che adesso si rimette a guardare, a spectare.
Cioè, nel mio modo, a prendere parte.

Riflessioni (non polemiche) sullo spettacolo di Romeo Castellucci

IL COMMENTO
Ripubblico qui la nota che sabato 18 febbraio ho affidato a Facebook per riflettere ad alta voce sullo spettacolo “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci (Socìetas Raffaello Sanzio). La rappresentazione è andata in scena al Teatro Testoni di Casalecchio di Reno (Bo), preceduta da rumorose polemiche scatenate dal mondo cattolico, che accusava quel lavoro di blasfemia. Sul blog Controscene di Massimo Marino si può trovare una cronaca puntuale e ragionata di questo polverone.

Sul concetto di Volto nel figlio di DioA quanti è capitato di pulire un uomo – vecchio e malato – dalle proprie feci? Questa domanda mi si è formata in testa appena sono uscito ieri sera dal Teatro Testoni di Casalecchio, dove è andato in scena “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio”, lo spettacolo di Romeo Castellucci accusato dai vertici della gerarchia ecclesiastica di blasfemia. Me lo sono chiesto non tanto per decodificare qualcosa di oscuro o criptico che fosse passato sulla scena, piuttosto per capire perchè il mio stato d’animo all’uscita fosse così distante dall’indignazione e dal fastidio con cui lo spettacolo veniva “raccontato” da chi voleva censurarlo. Non ci ho colto, in realtà, nemmeno una provocazione. Chiaro: molti tra i “censori” (compreso – immagino – il predicatore urlante all’ingresso del teatro ieri sera) lo spettacolo non l’hanno nemmeno visto, semplicemente obbediscono in maniera dogmatica ai loro “pastori”. Ma non è la polemica che mi interessa cavalcare, mi piacerebbe invece capire se c’è qualcosa – un dato biografico o culturale dello spettatore – in grado di ribaltare completamente lo sguardo su quell’opera. E perciò mi sono chiesto se quella faccenda della merda – l’assistere chi non la contiene e se ne sporca – fosse uno di questi strumenti che in un certo senso fanno la differenza, aprendo le porte – per chi biograficamente li possiede – a un dolorosissimo dejà vu, una Via Crucis terrena verso la quale ci siamo incamminati.

Metto quindi sul piatto due dati della mia personale biografia: sono cresciuto in un ambiente cattolico, innanzitutto. Ho ricevuto tutti i sacramenti e dopo la Cresima ho perfino fatto la professione di fede. Dalla Chiesa, poi, mi sono allontanato perchè sentivo quegli ambienti e quei dogmi (regole scritte dagli uomini, non da Dio) castranti rispetto alla spiritualità che le Scritture stesse mi avevano instillato. In secondo luogo, ho cambiato tantissimi pannoloni: per diversi anni ho lavorato come operatore in centri diurni e residenziali per portatori di handicap grave. Non aspiravo alla santità, per me era un lavoro come un altro. E non assistevo un mio familiare, quindi potevo permettermi quel salutare distacco emotivo che me lo rendeva sopportabile. Ma inevitabilmente quell’esperienza mi ha fatto attraversare più e più volte – fino a rendermelo quasi familiare – il tunnel della perdita delle autonomie, del bisogno che diventa calvario.

Lo spettacolo “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” mi ha turbato molto: nella sua brevità mi ha sottoposto a un’esperienza di dolore autentico, di pena quasi insopportabile. La merda – protagonista nelle cronache della vigilia, nel binomio, dato per blasfemo, col Volto di Cristo – è un elemento che in realtà non occupa spazio nello sguardo di chi osserva, resta rinchiusa nella gabbia di una vera e propria Passione. O almeno, così è stato per me. Quel continuo defecare (rappresentato senza enfasi o “esibizionismi”) era proprio come le frustate delle guardie di Ponzio Pilato sul corpo di Gesù fatto prigioniero, blasfemo – ci spiegava lo stesso Castellucci nelle numerose interviste pubblicate nelle ultime settimane – come è blasfema la corona di spine. L’interpretazione religiosa non è una forzatura: tutta l’azione si svolge sotto lo sguardo gigantesco e quasi mobile di un Cristo. Ed è Cristo alla fine, quando il liquame è ormai un sangue che ha imbrattato completamente il sudario, che urla per bocca del figlio: “Porca puttana, papà!” (“Eloi, Eloi, lema sabactàni? – Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”: la scena mi ha immediatamente portato lì). E dubita. Perchè quel dubbio è scritto nel Vangelo, a chiare lettere: solo i fanatici non lo leggono. Ed è il dubbio a quel punto a esplodere sulla scena e a condensarsi in una scritta luminosa.

All’uscita mi sono accorto che il turbamento era un’esperienza abbastanza condivisa tra gli spettatori. Com’era condiviso un giudizio tiepido, per alcuni addirittura deluso. E anch’io, alla fine, non ero entusiasta: perchè, al di là dell’esperienza dolorosa, non capivo verso quale dubbio lo spettacolo in realtà volesse condurmi. O meglio, non riuscivo – e non riesco ancora – a trasportare quel dubbio “biblico” fuori dal paradigma religioso. E per questo lo spettacolo mi è sembrato assolutamente religioso, dominato dall’assunto dell’esistenza di Dio, al punto da rappresentare la stessa Parola di Dio, il suo Calvario blasfemo e quello stesso dubbio. Niente di più.

Mi sono chiesto: e sei io non avessi mai cambiato un pannolone, e se non fossi cresciuto in una famiglia molto religiosa, cosa avrei colto di questo spettacolo? Innanzitutto: sarei riuscito a distinguere quelle feci da un oltraggio? Oppure mi avrebbe provocato disturbo o addirittura disgusto quella vista? Ma soprattutto: se non fossi stato battezzato, avrei accettato questo viaggio attraverso i testi sacri? Oppure, disturbato dalla pretesa dei religiosi di possedere il primato e l’esclusiva nella lettura delle Scritture (e anche in questi giorni abbiamo visto esibizioni di questo stile), avrei liquidato questo lavoro come una banalità? E se, al contrario, oggi fossi un fervente religioso, avrei accettato di confrontare la mia fede con questa rappresentazione? Insomma, un sacco di “se fosse” – tutti abbastanza futili e poco interessanti, in realtà – occupano lo spazio e i pensieri che avrei preferito impegnare con interrogativi indotti dallo spettacolo. Invece le domande che mi pongo vengono tutte dal confronto tra la rappresentazione e il contesto chiassoso e polemico nel quale sta andando in scena in Italia. Un “contorno” che, in definitiva, questo spettacolo rischia di avercelo un po’ rovinato.

La Dorothy di Francesca Mazza seduce il gotha della critica teatrale. È suo il premio Ubu 2010

IL RICONOSCIMENTO
È già il secondo che conquista. Il primo nel 2005

Francesca MazzaDev’essere davvero complicato mascherare con la voce un’emozione grande come la vittoria del premio Ubu. Francesca Mazza, ieri, rispondendo al telefono a chi insistentemente le chiedeva “ma allora è vero???”, quasi ci provava a camuffare la contentezza e a far sì che la suspence fosse tenuta intatta fino alla proclamazione ufficiale, in serata, sul palcoscenico meneghino. Ma poi il tono squillante e le vocali rotte qua e là inevitabilmente tradivano il segreto: i cinquantatré principali critici teatrali italiani hanno scelto lei come migliore attrice protagonista dell’anno per la sua interpretazione in West, il lavoro della compagnia romagnola Fanny&Alexander, debuttato a giugno scorso al Festival delle Colline Torinesi. «Sono quattro giorni che non dormo e che ho la lacrima facile» confessa alla fine l’attrice, una volta rotto l’indugio della segretezza. «Emozionata e contenta fuor di misura», aggiunge.

Quando le hanno annunciato il verdetto, racconta, «ho pensato subito a questo spettacolo. È particolarmente significativo per me che il premio arrivi con questo lavoro e con Fanny&Alexander». Il sodalizio tra l’attrice – nata a Cremona ma di casa a Bologna dai tempi dell’Università – e la compagnia ravennate, in effetti, ha davvero del magico: già nel 2005 infatti Mazza aveva conquistato il premio Ubu, quella volta come miglior attrice non protagonista, con lo spettacolo Aqua Marina sempre a firma Fanny &Alexander. Ieri sera, invece, il premio è arrivato grazie a West, l’ultimo capitolo di O – Z, il corposo progetto della compagine romagnola sulla favola di Frank Baum : «Uno spettacolo molto particolare – spiega Mazza – che piace al pubblico, che colpisce. E che restituisce il senso di fare teatro a un certo livello». La nota dolente arriva consultando le date della tournée dello spettacolo in regione: West, per adesso, è programmato soltanto a Bologna e per due sole repliche, il 9 e 10 marzo prossimo a Teatri di Vita.

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