Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Sono uno spettatore

L’INTERVENTO
Venerdì scorso Roberto Latini, apprezzato attore regista e caro amico, mi ha chiesto di intervenire con una lettura all’interno del suo lavoro “Seppur voleste colpire” in scena a Teatri di Vita di Bologna. Un sit-in teatrale, un “programma di battaglie”, più che un vero e proprio spettacolo: così annunciava il foglio di sala. E tuttavia, dal mio sgabello ai margini della scena, ho visto frammenti di teatro e danza strepitosi, tanto che lo spettacolo, secondo me, c’è stato eccome. Pubblico di seguito l’intervento che ho scritto per quell’incursione, rinnovando a Roberto la mia gratitudine per la preziosa, emozionante occasione.

Seppur voleste colpire

“Io che non sono stato allevato per essere un eroe, che non sono niente, ho paura che questa lenta e paziente trasmissione di arti antiche imparate con cura non serva più a niente. Io ho paura che leggere, studiare, non serva più a niente. Ho paura che avere delle opinioni, essere informati e attenti non serva assolutamente più a niente. Ho paura che ogni pittore tagli la sua tela e ingoi il suo pennello; che ogni musicista faccia a pezzi il suo strumento e lo butti nel camino. Io ho paura che a nessun poeta rimanga un po’ di fiato in gola per cantare.”

Io – al contrario di Elena Bucci, l’autrice di questo testo – non sono un attore. Nemmeno un regista o un drammaturgo. Eppure ho un rapporto familiare con il teatro, fatto soprattutto delle tante volte in cui mi sono seduto davanti a un sipario, ad aspettare che si aprisse .

Attraverso questa familiarità, ma non solo, scorre anche la paura, quella paura.

Io sono uno spettatore. Uno che si pone al co-spetto, a-spetta, ri-spetta. E si mette a guardare, spectare, senza prendere parte.

Questa sera però faccio un’eccezione, mi insinuo come l’erbaccia nelle crepe di un palazzo malmesso. E l’erbaccia cresce perché la crepa c’è, la pietra è sgretolata, il muro vacilla.

Lo faccio per prendermi una parte del fardello, un po’ di colpa. Perché quel muro di spallate ne ha prese tante, non sarebbero bastati pochi colpi a renderlo così malconcio.

Qualche spallata si legge sui giornali, nei tagli bassi. Tra le cose meno importanti, o quelle che importano a pochi.

I tagli ai fondi, i sussidi cancellati, gli spazi che chiudono, i festival che spariscono, le compagnie costrette a mendicare, sospese a cavallo tra le loro utopie e le sabbie mobili delle stanze istituzionali.

Un teatro in meno, una stagione in meno, uno spettacolo in meno, una compagnia in meno, un attore in meno, una luce in meno.

Ora: io credo che la rivoluzione sia innanzitutto una questione di linguaggio. E, perciò, di pensiero.

Bisogna arrampicarsi nell’esito linguistico di questa catastrofe, rintracciarne – frase per frase – il senso, sovvertirlo, metterlo a testa in giù, invertirne il segno.

Scorrendo la catena degli eventi, fino a trovare il punto esatto in cui quella possibile rivoluzione scorre nelle nostre mani, e spetta a noi – e soltanto a noi – operare l’inversione.

Spetta a noi, agli spetta-tori.

Uno spettatore in più, una replica in più, un titolo in più, un abbonamento in più.
Un telefono in più tenuto spento, e non soltanto col silenziatore, come le pistole dei sicari. Che poi alla fine – se ci pensate – sparano lo stesso, ma sottovoce, aprendo nell’altrove del teatro uno squarcio sempre a portata di mano, un via di fuga, l’antidoto espresso per qualunque incantesimo. Un silenzio fasullo insomma, una piccola truffa. Come se per fare la notte bastasse mettere un panno sul sole, o più semplicemente tirare una tenda.

Serve un applauso in più, o magari un fischio in più, un moto di dissenso. Un testimone in più di ciò che è successo – che sta succedendo. Consapevole che se riaccadrà non sarà mai uguale, e soprattutto che senza testimoni la Storia diventa un racconto di parte.

Se ci estinguiamo anche noi, se ci scordiamo di essere tutti chiamati a testimoniare, veniamo meno al dovere di fare la Storia, e consegnamo al futuro un passato che non esiste.

Io sono uno spettatore. Uno che si pone al co-spetto, a-spetta, ri-spetta. E che adesso si rimette a guardare, a spectare.
Cioè, nel mio modo, a prendere parte.

Sipario chiuso al San Martino

IL CASO
Niente programmazione nell’arena di Libero Fortebraccio Teatro: Spese di gestione sproporzionate, solo spiccioli dalle istituzioni

TeatroSanMartinoNon si aprirà quest’anno il sipario al teatro San Martino. Questo è l’annuncio che Roberto Latini della Compagnia Libero Fortebraccio ha reso pubblico in una conferenza stampa convocata provocatoriamente per presentare una “non stagione”. Dopo tre anni di sacrifici la compagine di teatranti giunti in città dalla Capitale getta la spugna e interrompe quella piccola tradizione di ospitalità che in così poco tempo aveva portato tanto bel teatro di ricerca all’ombra delle Torri. La questione, naturalmente, riguarda in primo luogo le economie, assolutamente insostenibili per una compagnia che, oltre a gestire quello spazio, innanzitutto deve produrre teatro. E invece finora quel sogno di un «teatro sempre aperto» è stato un obbiettivo che si è stagliato sopra tutti gli altri, risucchiando soldi ed energie, tali e tanti da non rendere ulteriormente procrastinabile il momento in cui tirare le somme. «Un tentativo lungo tre anni – spiega Latini – è sufficiente per valutare il nostro operato e il potenziale di questo spazio». Sufficiente a chi potrebbe scegliere oggi di scommettere su quel progetto, invece preferisce onorare schemi tradizionali, consuetudini, liturgie scolpite dagli anni. E gli anni, in effetti, a quelli del San Martino mancano, anzi nel panorama teatrale cittadino vestono la maglia degli “ultimi arrivati”. E sembra questo il peccato originale che oggi sono costretti a scontare. «Abbiamo deciso di aspettare fino al cinque ottobre perché c’erano in corso appuntamenti con le istituzioni», spiega Latini. Ma né l’assessore regionale Massimo Mezzetti né il direttore del Settore Cultura del Comune, Mauro Felicori, hanno gettato una rete per salvare quel palcoscenico. Sono gli anni della crisi, dicono tutti, quelli dei tagli e delle coperte cortissime: nessun ente locale si può permettere sforzi ulteriori. E quei 15mila euro annui versati dal Comune per quel cartellone teatrale, assieme ai 14mila della Regione e ai 4mila della Provincia, non sono che una goccia in un oceano che pretende 50mila euro all’anno – tra affitto e utenze – solo per “galleggiare”. D’altra parte, chi ha dimestichezza con i “conti” del palcoscenico sa che sono ben altri i budget con cui si immaginano i cartelloni teatrali, in città come altrove.

Al San Martino, d’altro canto, in tema di soldi si è quasi radicali: «Le compagnie – spiega Latini – sono sempre venute a incasso. Al 100% dell’incasso – precisa – il San Martino non ha mai preso un euro del lavoro degli altri». Le strategie di marketing e fund raising, inoltre, restano attività che di proposito si tengono a distanza, attenti a non chiamare (come molti fanno) il pubblico “cliente”. I finanziamenti pubblici, insomma, erano l’unico polmone da cui prendeva ossigeno il progetto. «Il sistema teatrale della città ci dice oggi che non è possibile considerarci oltre quello che è già in essere. Conti alla mano – prosegue l’attore – le spese di gestione sono sproporzionate rispetto ai finanziamenti e a quanto è ulteriormente possibile». E d’altronde, si dispiace, «se questo progetto non riesce a Bologna credo avrebbe problemi da qualsiasi altra parte». Per loro che quando tre anni fa giunsero qui si mettevano alle spalle l’immobilismo della Capitale, Bologna è stato un «recuperare una prospettiva». Oggi, però, tre anni dopo quei precoci entusiasmi, si è costretti a prendere atto che la nostra è una città «che sta vivendo di rendita» e che «ora ha bisogno di rifare la conta», di chiedersi chi in città fa teatro, quali sono le compagnie, chi produce e con quali (e quanti) soldi. Un censimento, insomma, proprio come quello di cui fu incaricato Leo De Berardinis, molti anni fa, a Roma. Latini però non fa polemica, anzi si guarda bene dallo spostare la rabbia anche solo di poco fuori da se stesso: per lui questa “non stagione” è una «vergogna» della quale chiede scusa a pubblico, artisti, collaboratori. Ma il “caso San Martino”, inevitabilmente, invita a spostare lo sguardo sulle altre realtà del territorio, su quello che fanno, su chi le sostiene. «Speravamo che la crisi del Duse fosse un’opportunità per riaprire tutta la questione del sistema teatrale bolognese», dice Latini. Invece si è corsi a tappare quel buco lasciando tutto il resto com’era. O quasi, perché in realtà il San Martino, nel silenzio, sta chiudendo i battenti, ridiventando lo spazio privato della compagnia Libero Fortebraccio e mettendo in cartellone – anche qui non senza inquietanti punti interrogativi – solo le due rassegne finanziate ad hoc, “Maestri” (sostenuto dalla Regione) e le “Serata d’onore” del cartellone di Bologna Estate.

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