Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Da “falce e finocchio” al Circolo 28 Giugno. Gli scatti di trent’anni di orgoglio gay

Aspettando la parata. Inaugura in Galleria D’Accursio la mostra fotografica: Bologna Orgogliosa 1978-2008

Dotta e Grassa, ma in questo caso soprattutto Orgogliosa. La Bologna ritratta nelle tavole in mostra da oggi in Galleria D’Accursio, forniscono un inedito ritratto degli ultimi trent’anni della città. A partire dalla falce e finocchio, l’irriverente declinazione dell’icona del proletariato che i primi collettivi omosessuali scelsero per dare un volto alla propria identità. Perché il volto – cioè la visibilità, l’esserci – era allora il tema caldo della rivendicazione. Bisognava uscire allo scoperto, incentivare il coming out come gesto politico attraverso cui ognuno, individualmente, dava forza al costituirsi di una comunità. E la questione, ai tempi, era tutt’altro che facile: Meglio un figlio ladro che finocchio sostenevano i bolognesi del quartiere Saragozza quando nei primi anni Ottanta si andava ad assegnare il Cassero della Porta ai piedi di San Luca ai collettivi gay e lesbici. Insomma l’omofobia era un tratto molto radicato nella cultura di massa, una presa di distanza che comodamente risolveva i dubbi di una città – ma anche di una nazione – che troppo poco avevano riflettuto sull’amore tra due persone dello stesso sesso. Ma quell’amore esisteva e piano piano stava maturando il suo bisogno di legittimazione. Gli anni Settanta – quelli da cui la mostra allestita dal Cassero inizia il suo racconto – erano quelli del collettivo F.U.O.R.I., la compagine fondata a Roma nel 1971 da un Mario Mieli reduce dagli anni di militanza in Inghilterra. Ma già a metà degli anni Settanta il leader, che morirà suicida nell’83 cioè venticinque anni fa, prendeva le distanze dal collettivo che nel frattempo sposava le istanze dei Radicali. Bologna, in quello strascico finale degli anni Settanta, era una città in fermento: “I pendolari dello studio e del lavoro – racconta Beppe Ramina nel suo saggio Ha più diritti Sodoma di Marx? – sostano più a lungo in città. Non si sa da dove scocchi la scintilla se non per una data che fa da spartiacque sociale e politico e, dunque, cronologico: l’11 marzo (del 1977, NdR), quando uno studente di Lotta Continua, Francesco Lorusso, durante uno scontro tra manifestanti e poliziotti viene ucciso con un colpo di fucile dal carabiniere Massimo Tramontani che, per questo fatto, non verrà mai neppure processato. I giovani che vivono a Bologna scendono in piazza a migliaia con imponenti manifestazioni che a volte culminano in scontri. Si spara”. Il giorno dopo la morte di Lorusso, il 12 marzo, venne disposta la chiusura di Radio Alice, una delle prime esperienze, la più significativa, di radio libera in città. E il 1977 fu anche l’anno della pubblicazione per Einaudi di Elementi di critica omosessuale, il saggio rivoluzionario attraverso il quale Mieli affermava l’universalità del desiderio omoerotico. Insomma l’omosessualità, secondo Mieli, non era il carattere distintivo di una minoranza che chiedeva un riconoscimento, bensì la parte negata di qualsiasi uomo o donna. Nell’agosto dell’80 Bologna venne profondamente ferita dalla tragica bomba alla stazione, e un anno dopo, per il primo anniversario, il neonato Circolo 28 Giugno (l’evoluzione dei collettivi “frocialisti”) organizzò un raduno contro il terrorismo. Già era nell’aria una svolta: a Roma in quell’anno, ad un convegno dedicato ai “problemi della condizione omosessuale nelle grandi aree urbane”. Renato Zangheri, ai tempi sindaco di Bologna, promise una sede alla comunità gay e lesbica. E un anno dopo, proprio il 28 giugno, gli omosessuali di casa nella città delle torri ricevettero le chiavi del Cassero di Porta Saragozza. Tutto questo veniva raccontato a tratti dalla stampa del tempo – raccolta ed esposta nella mostra curata dal Cassero – che vide quei fatti attraverso la lente deformante della cultura di massa. La prudenza del cronista si esprimeva in un’inflazione di virgolette e perifrasi che erano la traduzione in segno grafico di un imbarazzo che nessuna scuola di giornalismo aveva insegnato a gestire. La mostra, da questo punto di vista, è un’esilarante antologia, che non può non includere i titoli più recenti. I quali nelle forme appaiono certo “evoluti”, ma che nei contenuti – “piazza sì o piazza no”, ad esempio – testimoniano il più avvilente dei passi indietro. Bologna, nel frattempo, è già tornata orgogliosa e fra quaranta giorni o poco più trasformerà quell’orgoglio in una parata di portata nazionale. Un omaggio alla storia e i suoi traguardi, non di certo una novità. Nulla da temere perciò, piuttosto qualcosa di cui andare fieri.

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