Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


C’è un campionato da vincere

L’appuntamento.
Omofobia e sport, se ne parla mercoledì 25 febbraio in una conferenza a Bologna.

Appena una settimana fa io e l’amico Nicola Riva, presidente del Bogasport di Bologna, siamo stati intervistati dalla trasmissione sportiva di Italia Uno Tiki Taka per parlare dell’iniziativa del Bologna F.c., che per San Valentino rivolgeva una special promozione alle coppie di innamorati, etero e omosessuali. Un gesto non banale in un ambiente come lo sport, dove ancora omofobia e transfobia trovano terreno fertile. Proprio di questo si parlerà mercoledì 25 febbraio nella conferenza organizzata a Bologna da Uisp e Arcilesbica. Tra i relatori anche Nicole Bonamino, l’azzurra di hockey che un anno fa ha fatto il suo coming out pubblico. Qui sotto la locandina dell’evento.

Il colonialismo della parola di Dio

IL DOCUMENTARIO
Martedì sera “God loves Uganda”, il documentario di Roger Ross Williams che ha sbancato i festival di tutto il mondo, sarà proiettato al Cinema Europa di Bologna, nell’ambito della rassegna Mondovisioni a cura di Kinodromo.

God loves UgandaEsistono pregiudizi che si insinuano perfino tra i pensieri di chi ogni giorno porta avanti la battaglia contro le discriminazioni, che proprio del pregiudizio rappresentano molto spesso l’esito naturale. Schemi interpretativi dati per scontati, che producono aberrazioni nella nostra idea del mondo e ci condannano inconsapevoli ad analisi parziali, e perciò all’inevitabile sabotaggio delle nostre battaglie di civiltà. Uno di questi pregiudizi riguarda indubbiamente la cultura africana, dal nostro punto di vista omofoba per antonomasia. E c’è molto di vero in questa “diagnosi”, anzi quasi tutto: che l’avversione alla persone gay, lesbiche e trans abbia raggiunto “livelli pericolosi” nel continente nero è una realtà evidente, denunciata dettagliatamente pochi mesi fa da un rapporto di Amnesty International. Secondo l’organizzazione per i diritti umani ancora troppi stati africani considerano l’omosessualità come un crimine e tollerano, se non addirittura incoraggiano, la discriminazione contro gli omosessuali. E infatti l’omosessualità è un reato in 38 Paesi africani, punibile anche con la pena capitale in Mauritania, Sudan, nord della Nigeria e sud della Somalia. Perfino in Sudafrica, uno dei pochi stati in contotendenza dove sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso e dove nel 2012 si è tenuta addirittura l’elezione di Mister Gay World, l’anno scorso si sono contati almeno 7 omicidi omofobi in pochi mesi.

L’odio verso gli omosessuali, insomma, in Africa è un fenomeno decisamente reale. Su di esso pesa però il pregiudizio del nostro sguardo di occidentali, del terzomondismo con cui camuffiamo il mai superato istinto coloniale, convinti come siamo di essere noi quelli evoluti chiamati a insegnare la civiltà ai popoli tribali. Ed è qui che l’analisi si fa bislacca, pregiudiziale, e sorvola ad esempio sul fatto che molte delle leggi omofobe in vigore negli Stati africani rappresentato in realtà l’eredità dell’epoca coloniale, cioè la traccia – se non la firma – del dominio dell’Occidente su quelle terre. Ma non c’è solo il colonialismo del secoli passati: attraverso “God loves Uganda” Roger Ross Williams ci consegna il racconto di un altro colonialismo, attualissimo e in rapidissima espansione, che muove dalla coste dell’America settentrionale per esportare dall’altra parte dell’Oceano il ricatto di un’uscita dalla povertà per entrare in un mondo normato da Dio. Il Dio è quello della Chiesa evangelica americana, l’estermo più a destra nella gamma dei cristianesimi che si affacciano ai palazzi della politica. Osservare da vicino l’operato di questi evangelizzatori missionari e del sistema politico che apre loro le porte a suon di dollari, vuol dire inevitabilmente resettare lo sguardo su tutto ciò che dell’Africa si credeva di sapere, e allo stesso tempo lasciar spazio al dubbio – e subito dopo alla consapevolezza – che l’inciviltà che in Africa tentiamo di combattere è in realtà uno dei prodotti di esportazione che l’Occidente più abbondantemente destina a quella terra. Questo vale in particolare per l’Uganda, il Paese su cui Roger Ross Williams focalizza lo sguardo, quello dove nel 2011 trovò la morte a colpi di bastone David Kato, insegnante e attivista omosessuale.

Dell’assassinio di Kato si parlò in tutto il mondo, come pure in tutto il mondo, alcuni mesi prima, era giunta la notizia “shock” di un tabloid ugandese che aveva pubblicato i nomi e le fotografie di 100 attivisti omosessuali con in testa un titolo inequivocabile: “Hang them”, impiccateli. E certo non c’è sguardo laterale che possa mitigare la mostruosità di questi fatti, però c’è un contesto ignoto, per molti del tutto inesplorato, che di quei fatti è in grado di dirci molto di più. “God loves Uganda”, da questo punto di vista, è una testimonianza di inestimabile valore, una chiave di lettura imprescindibile per interpretare non solo quel passato ma anche i titoli di cronaca estera che in questi giorni ci riferiscono di una nuova ondata di omofobia di stato, in Uganda come in Nigeria. Non solo: è facendo tesoro di questa prospettiva che forse potremo trovare un’interpretazione nuova dei numeri che descrivono i flussi migratori dall’Africa verso le nostre coste. Perché all’origine di quelle fughe ci sono sicuramente la povertà e le guerre, ma ci sono anche i regimi liberticidi, le leggi che perseguitano gli omosessuali, che umiliano le donne o che rimuovono ogni ostacolo al diffondersi dell’Aids. E c’è soprattutto chi, questi flagelli, lavora quotidianamente per irrobustirli, con indosso i panni di un occidentale che racconta di essere giunto in Africa per far conoscere la parola di Dio.

Le ambiguità dei renziani su omofobia e diritti gay

L’INTERVENTO
In pieno agosto sulle pagine della stampa bolognese (e non solo) si è acceso un dibattito tra Arcigay “Il Cassero” e Partito Democratico. Quello che segue è il mio intervento sull’argomento uscito su Repubblica Bologna il 14 agosto.

Repubblica Bologna

Tirando le somme del dibattito che in questi giorni si è aperto tra Il Cassero e il Partito Democratico, ci sono alcuni dati politici che sarebbe bene sottolineare. Il primo è evidente: se da un lato Matteo Richetti rassicura i vescovi sullo stravolgimento del testo della legge contro l’omotransfobia (anzi: rivendica sia di aver sottoscritto il primo testo, sia di averlo stravolto), dall’altro lato undici parlamentari eletti a Bologna si compattano nella “prima linea” della battaglia contro l’omotransfobia. Credo che questa differenza e le proporzioni con cui si esprime vadano tenute ben presenti. Noi del Cassero le conoscevamo già: avevamo già toccato con mano la competenza delle onorevoli e degli onorevoli che ieri hanno fatto un passo avanti sulle nostre istanze. La loro posizione, oggi pubblica, acquisisce un peso in un contesto in cui sembrano parlare solo alcuni, un’esigua minoranza. Talmente rumorosa, però, da parere una maggioranza e da far assomigliare il Pd a un partito vecchio, da rottamare. Personalmente mi sforzo di rifiutare la ricetta di chi vuole costruire il futuro rottamando il passato, senza far tesoro di quel che di buono il passato e il presente offrono. Al contrario, il modello bolognese, in tema di istanze lgbt, è un buon punto da cui ripartire.

Il secondo dato è il più singolare: leggendo le dichiarazioni dell’onorevole Richetti, si deduce che in tema di diritti delle persone lgbt tra i renziani si vada dalle posizioni del sindaco Merola (sì a matrimonio e adozione per gli omosessuali) a quelle del consigliere Zacchiroli (in prima linea sulle nostre istanze) a quelle di Matteo Richetti (civil partnership per gli omosessuali, appena superate dai conservatori inglesi con l’estensione del matrimonio) a quelle di Giuseppe Paruolo (del quale ricordiamo le battaglie contro i “Dico alla emiliana” di Errani o il voto contrario sui registri delle unioni civili in Regione). Insomma: sembra che l’assenza di sintesi di cui spesso viene accusato il Pd, nella cerchia ristretta dei renziani, anziché risolversi, si aggravi. Il terzo punto entra nel merito della legge contro l’omotransfobia: il fatto che Richetti rivendichi di averla messa al sicuro dalla possibilità che limitasse il diritto di opinione è una sciocchezza smentita dai fatti: la legge Reale Mancino (quella che si vuole estendere) è in vigore da trent’anni a tutela, tra le altre, delle minoranze etniche e religiose. Eppure in Italia abbiamo visto manifesti con messaggi triviali contro i musulmani e assistiamo a lanci di banane all’indirizzo di una ministra di colore, apostrofata da un parlamentare come “orango”. Qualcuno è mai finito in carcere? Come può una legge che è stata impotente in questi frangenti diventare improvvisamente liberticida se estesa all’omofobia e alla transfobia? Chi si prende la responsabilità politica oggi di abbassare l’asticella della tolleranza su questo clima d’odio?

Piuttosto che accapigliarci sui cavilli da apporre a una legge ormai vecchia, credo sarebbe il caso di estendere immediatamente quella legge, senza se e senza ma, per concentrarsi subito dopo sulle azioni (e non solo sulle sanzioni) da mettere in campo per produrre un cambiamento culturale nel nostro Paese, che è la vera emergenza, l’allarme assordante che si alza quando parliamo di razzismo, di omotransfobia, di femminicidio. Chiedo a Richetti: questa proposta è troppo conservatrice o troppo progressista per lui? Infine rispondo al consigliere Zacchiroli, che ringrazio per le parole appassionate. Voglio rassicurarlo: il Cassero non ha mai scelto l’Aventino. Si è spostato dalla vetrina, non per allontanarsi ma perché in certe battaglie, e in particolari momenti, bisogna scendere in trincea: è lì che lo aspettiamo, con o senza brillantini.

Cosa sappiamo noi della notte?

IL LIBRO
Nel nuovo romanzo di Grazia Verasani, la detective Giorgia Cantini si trova alle prese con un omicidio a stampo omofobico. Nelle notti bolognesi – tra Cassero e Atlantide, cruising bar e battuage – un intreccio denso e avvincente che indaga negli amori e nei pregiudizi. Mercoledì prossimo, 21 novembre, la presentazione al Cassero.

Cosa sai della notteL’omicidio di Oliviero Sambri – per tutti Oliver – è una storia che a molti può sembrare già sentita: omosessuale, sieropositivo, viene pestato e sfigurato fino a togliergli l’ultimo fiato di vita, di notte, nei luoghi in cui a Bologna scorrono droga e sesso mercenario. Un assassinio come molti, di quelli che si archiviano rapidamente tra le storie di balordi, senza enfasi e quasi senza dolore, perché – questa è la frase che manca, ma si intuisce, alla fine di quegli articoli di giornale troppo brevi – in fondo “se la sono un po’ cercata”. È innanzitutto l’ingranaggio di questo cinico automatismo che Giorgia Cantini, l’eroina partorita dalla penna di Grazia Verasani, si trova a dover forzare in “Cosa sai della notte” (Ed. Feltrinelli – Foxcrime), l’ultimo lavoro della scrittrice bolognese. Per la detective il primo compito è quello di stabilire che quella violenza un volto ce l’ha e ha anche un nome, e che quel fatto pretende giustizia come ogni altro fatto criminoso.

Il viaggio a ritroso nella vita di Oliver, così come ce lo offre la penna abile di Grazia Verasani, è un’incursione senza filtri nel pensiero pregiudiziale, un blitz che smaschera una società dominata dalla doppia morale. Sul blocchetto degli appunti dell’investigatrice privata si elencano doppie vite, perbenisti puttanieri e puttane perbene, racconti e prospettive che solo una volta che si saranno demoliti a vicenda condurranno alla verità. Ma su quel bloc-notes ci finisce anche tanto amore, ogni volta camuffato per meglio corrispondere alle categorie di chi l’amore preferisce ridurlo a una foto di gruppo da tenere in mostra sulla scrivania.

Poi c’è la notte, la penombra dove noi tutti giocatori di ruolo consumiamo la nostra vera partita. Di notte si vive e di notte si muore, di notte ci si mostra e ci si nasconde. Gay e lesbiche, fino ad anni recentissimi, hanno sentito l’esigenza di celarsi, di mimetizzarsi in un una società ‘tradizionalista’ che pretendeva da loro l’adeguamento alla norma, cioè l’eterosessualità. E ancora oggi, nonostante le gremite manifestazioni dell’orgoglio Lgbt, molti omosessuali scelgono di nascondersi, di dissimulare, di travestirsi da padri e madri di famiglia per vivere nell’ombra, di nascosto, amori e desideri. La notte per loro è stato il primo nascondiglio, il retroscena buio dove smettere i panni della farsa. Nella notte le barriere dell’identità si fanno liquide, i connotati si sfumano e i desideri – prepotenti – si dichiarano.

Ogni giorno ha la sua notte, qualunque sia il livello di simulazione messo in campo alla luce del sole, esiste un luogo buio in cui quel compromesso si scioglie: nella penombra le categorie del mondo si incontrano, si osservano, accorciano le distanze, si mescolano le une nelle altre. Lo sguardo che Grazia Verasani affida alla sua detective è perfettamente in grado di cogliere questa complessità: Giorgia Cantini si getta nell’ampolla di questa alchimia, è lei stessa amante tra gli amanti, e del mondo che attraversa fornisce un ritratto autentico, epidermico, che nemmeno per un attimo sceglie la prospettiva “comoda” del voyeur, preferendo ogni volta quella complessa di chi insegue il filo delle biografie.

Mercoledì prossimo, 21 novembre alle 21, al Cassero di Bologna dedicheremo una serata a “Cosa sai della notte”, il romanzo di Grazia Verasani. Lo faremo assieme a lei, l’autrice, con le testimonianze di Roberto Dartenuc, gestore ma soprattutto osservatore della rete di cruising bar gay del nostro Paese, e con le letture di Roberta Mazzieri. In quelle pagine ritroveremo il Cassero, Atlantide, la Manifattura e Michelino. Ma soprattutto i nostri amori, le offese che subiscono, la tenacia di chi, nonostante tutto, non rinuncia ad amare.

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