Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Marzabotto, la Memoria s’incontra a teatro

LO SPETTACOLO
In scena al Duse lo spettacolo di Belli e Lucarelli sull’eccidio.

Matteo Belli nei panni di GargiuloHa cercato di includerli tutti in un abbraccio, il bravo Matteo Belli, alla fine dello spettacolo: i bolognesi del pubblico del Teatro Duse, che non smettevano di applaudire, ma soprattutto i superstiti, i testimoni, la gente di Marzabotto, Grizzana, Monzuno alla quale l’attore aveva chiesto in prestito la voce. Sapeva ci sarebbero stati, per loro erano riservati posti nelle prime file. E in effetti c’erano: qualcuno in gruppo, altri sparpagliati in quella porzione di platea proprio a ridosso del palcoscenico. Li si riconosceva dai capelli bianchi, dal vestito “buono”, dal trafficare attento di una serie di persone attorno a loro affinché trovassero i posti e potessero seguire al meglio lo spettacolo.

Una era seduta nel settore a sinistra, quello dei posti dispari, in terza fila: è arrivata a teatro con la figlia e la nipote, tre generazioni sedute una accanto all’altra. Portava un tailleur scuro, morbido, e al collo si intravedeva appena un foulard a fiori. Per staccare un po’ tutto quel nero, si capiva, fanno così un po’ tutte le nonne, quasi fosse una regola quando ci si veste per uscire. Ha ingannato con le chiacchiere i minuti prima dell’inizio, borsa appoggiata sulle gambe mentre con le mani rese piccole dagli anni giocava a intrecciare i manici. Poi quando in sala è calato il buio, senza lasciare discorsi a metà ma concludendo le ultime frasi sottovoce, si è messa zitta e concentrata sulla scena.
All’inizio, quando nonna figlia e nipote erano arrivate in platea, faticavano a trovare le tre poltroncine: «Mamma i numeri sono scritti al contrario, mi confondo» lamentava la figlia per giustificare l’impaccio. «Un affare di stato» ha replicato lei, paziente come le mamme di una volta e quasi tra sé e sé.

Già, un affare di stato: pochi minuti dopo è proprio Matteo Belli, o meglio l’archivista Gargiulo che Belli interpreta sulla scena, ad utilizzare questa espressione. «Ho richiesto una stufetta da tre mesi – si duole con l’interlocutore fuori campo – ma sembra un affare di stato». L’archivista Gargiulo è l’espediente narrativo che Carlo Lucarelli e Matteo Belli hanno escogitato per penetrare con la lama della messa in scena il racconto dell’eccidio di Marzabotto, l’opera in prima nazionale l’alta sera in via Cartolerie. Gargiulo – occhiali spessi, pantaloni cascanti, giacca, sciarpa e un raffreddore micidiale – lavora in un posto sotterraneo, “il luogo dell’oblìo” lui lo definisce. Un inferno dove si spostano anime, fantasmi con cui è difficile convivere. Di quell’inferno lui è Virgilio: conosce i segreti, è capace di guidare. Lì, negli interrati della Procura Generale di Roma, dalla mattina alla sera lui sistema carte: le legge, le protocolla, le archivia. E le custodisce in quel luogo che è più sicuro di una cassaforte: «È come nascondere i gioielli della regina – spiega -tra i panni sporchi dei servitori». Un giorno, gli autori faranno capire alla fine che è il 1973, un giornalista arriva e gli chiede di vedere il fascicolo numero 1937, quello che da più di 10 anni è chiuso in un armadio girato con le ante contro il muro. Nessuno sa di quell’incontro e nessuno dovrà saperlo in seguito.

Così prende voce l’armadio della vergogna, quello che fino al 1994 ha tenuto i nazisti che uccisero 770 civili a Monte Sole al sicuro dalla Giustizia. Per volere di nostri ministri e in nome di una logica che oggi la storia ha ribattezzato, appunto, come “vergogna”. E così riprende voce anche l’anziana signora in terza fila: «È vero» le si sente dire a un certo punto, mentre nell’armadio passano in rassegna le testimonianze. E dopo un po’ aggiunge: «È la Lucia». Prima sottovoce, poi scossa il braccio della figlia e glielo ripete: «È la Lucia». È di Lucia, un’altra sopravvissuta, la voce che Belli in quel momento prende in prestito e che parla del crudele sterminio di un’intera famiglia. L’attore cambia tono e il bisbiglio della donna gela i vicini: «Questa sono io…».

«Sssss…»: qualcuno sente solo un borbottìo e chiede silenzio, lei smette subito. Ma dopo poco, di nuovo, non resiste: «Ce l’ho anch’io!» dice alla figlia quando l’attore alza una copia del Carlino dell’ottobre del 1944. «Mentirono» aggiunge con rabbia. Poi l’insabbiamento: mentre il personaggio racconta lei ripassa a fil di voce gli artefici della vergogna e si sofferma su uno: «Santacroce – dice – lui ha fatto carriera archiviando quel fascicolo».

Lo spettacolo alla fine ricorda la sentenza di La Spezia del 2007: dieci ergastoli, tutti i colpevoli in contumacia, nessuno di loro andrà in carcere. Quando le luci in sala si riaccendono gli applausi durano a lungo: Belli è emozionato quanto la platea e ringrazia gli enti locali – Comunità Montana, Provincia e Regione – che hanno prodotto lo spettacolo.

«È tutto vero, non hanno cambiato una virgola» è l’ultimo commento carpito alla signora in terza fila. Poi si è alzata, a passi piccoli si è liberata dalle poltroncine e si è avviata verso l’uscita, per riportare i suoi ricordi in quei crinali dove 64 anni fa con crudeltà furono impressi. Testimoni diretti come lei tra dieci o vent’anni non ce ne saranno più, e la Memoria diventerà solo un fatto di documenti, luoghi, date e cippi celebrativi. Ma anche, fortunatamente, una prosa teatrale sulla cui messa in scena si sono fusi gli sguardi dei protagonisti, e che con tenerezza inciampa nel dialetto e nella “s” bolognese. Senza dimenticarsi però di raccontare, assieme ai fatti, il senso di quella profonda e incancellabile vergogna.

Turbogas, Guerra: “Protestate in aula”

IL CASO
Fuoco incrociato di interpellanze in Regione.

Schema di funzionamento di una centrale a turbogasEsorta i protestanti del Comitato No Turbogas a “far sentire la propria voce, partecipando alla seduta dell’assemblea legislativa di martedì prossimo”, quando la Giunta Errani dovrà rispondere alla sua interpellanza sul progetto Dufenergy. E sarebbe bene, aggiunge, “che l’assessorato alle Attività produttive desse una risposta precisa”.

Daniela Guerra, capogruppo dei Verdi in Regione, batte i pugni sul tavolo e per vederci chiaro sul progetto della centrale a Turbogas nell’area dell’ex cartiera Burgo sceglie la strada del muro contro muro. E da una parte ci sarà perciò Duccio Campagnoli, assessore alle attività produttive, che dovrà dare spiegazioni al Consiglio di un’iniziativa che ha messo in apprensione centinaia di cittadini della Valle del Reno. E dall’altra parte, nell’emiciclo di viale Aldo Moro, ci sarà Guerra con la sua interpellanza che indaga sulla “retromarcia” della Regione rispetto alle indicazioni del Piano energetico, a neanche un anno dalla sua entrata in vigore. E ci saranno i cittadini, il fronte per “No”, che Guerra vuole attorno a sè per far sentire la voce del dissenso. Gli stessi cittadini che stasera alle 21, nella sala polivalente di Via Matteotti a Marzabotto, hanno convocato un’équipe di esperti a spiegare le controindicazioni di quell’imponente impianto che brucia metano.

“Faremo un’informazione trasparente – dice la coordinatrice del comitato – quello che la nostra amministrazione non ha fatto”. E ci sarà anche l’ala opposta dell’aula, il gruppo di Alleanza Nazionale, da cui parte ancora un’interpellanza sul Turbogas a Marzabotto, a firma del consigliere Alberto Vecchi: secondo la documentazione ottenuta dal comune di Marzabotto, riferisce Vecchi, risulterebbe che nell’aprile di quest’anno sia stata protocollata presso il comune stesso una richiesta di parere preventivo di fattibilità per l’attività di recupero di veicoli fuori uso da parte di un’azienda, “disponibile all’acquisto dell’intera area” in questione. Il consigliere, preoccupato dalle emissioni inquinanti della centrale, chiede alla Regione se è a conoscenza del fatto che, oltre a quello della Dufenergy, esistevano altri progetti per il riutilizzo dell’area ex Burgo, e vuole quindi sapere per quale ragione quello della ditta che si occupa di recupero di componenti automobilistici non sia stato preso in considerazione e ad oggi non abbia ricevuto risposta.

Turbogas, anche Legambiente contro

IL CASO1
Procedono le trattative tra istituzioni e Dufenergy per la centrale. Ma il fronte dei contrari si ingrossa. A Marzabotto un seminario organizzato dai cittadini con l’aiuto di alcuni esperti.

No turbogas | Te la spengo ioGli amanti della tintarella in riva al fiume sanno bene che il beneficio del torrente limpido incastonato tra le alture ha come svantaggio il limitato numero di ore il cui il sole riesce a farsi breccia tra le vette. Insomma atmosfera mozzafiato, ma il sole dura poco. Basterebbe questa piccola considerazione, frutto di scampagnate o non di studi, a gettare il velo della perplessità sulla possibilità che l’insediamento Dufenergy a Lama di Reno possa trasformare Marzabotto “in uno dei primi Comuni fotovoltaici della Regione”, come annunciava, a cavallo del Ferragosto, l’assessore regionale Duccio Campagnoli.

E il dubbio è molto semplice: perché infilare un’imponente distesa di pannelli fotovoltaici in una valle stretta in cui il sole batte per meno tempo che in qualsiasi altro posto? E, in effetti, l’annuncio dell’assessore, dopo appena un mese, si ridimensiona drasticamente e nella nota diffusa ieri dai palazzi di viale Aldo Moro la questione prende una piega diversa, in cui il fotovoltaico perde il suo carattere di eccellenza: “Per l’ex Cartiera di Marzabotto – si legge – l’obiettivo di Regione Emilia-Romagna, Provincia di Bologna e Comune è quello di realizzare una riconversione che crei una nuova area produttiva; e il Gruppo Dufenergy, che ha presentato il progetto per realizzare nell’area un impianto per la generazione elettrica “anti black-out” insieme a un impianto fotovoltaico e alla riattivazione della centrale idroelettrica della Cartiera, conferma l’impegno a favorire anche l’obiettivo complessivo della riconversione”.

Insomma, la vicenda della centrale Turbogas a Lama di Reno, là dove un tempo funzionava la storica Cartiera Burgo, continua a muoversi in acque torbide. Al punto che, da un mese a questa parte, il fronte del dissenso si è ingrossato a dismisura: il comitato cittadino, che ha già raccolto 3.600 firme per scongiurare quella soluzione, ha adesso dalla sua anche Legambiente, oltre che una serie di forze politiche – di destra e di sinistra – che nelle diverse sedi istituzionali continuano a chiedere chiarezza e trasparenza su questo percorso. E soprattutto i contrari – mentre la Regione annuncia una procedura di Valutazione di impatto ambientale con la modalità della Conferenza di Servizi e un’inchiesta pubblica per dar voce ai cittadini – hanno già in mano un dettagliato studio, realizzato da Marco Bittelli e Marco Cervino, ricercatori dell’Università di Bologna, che mette in allarme gli oltre 1500 abitanti della zona.

Perché le analisi fornite da Dufenergy contestualmente al progetto della centrale a Turbogas risultano, a detta degli esperti consultati dal comitato, “carenti e di basso profilo”. La Regione, nella nota diffusa ieri, parla di un “impianto del tipo di “modulazione””, quindi per la produzione dell’energia “di punta” (quella necessaria quando la domanda supera l’offerta e per prevenire i black-out); la potenza massima della turbina a gas indicata nel progetto presentato, perciò, non sarà superiore ai 48 MWe e le ore di funzionamento dell’impianto saranno tra le 3500 e le 5000 h/anno, che significa dalle 10 alle 15 ore al giorno. Tutti i giorni.

Non si parla invece delle emissioni di polvere sottili, uno dei punti che più preoccupa i residenti che vedranno sorgere la centrale a 15 metri dalle proprie abitazioni: “Nel progetto – dicono i portavoce del comitato per il “no” – la centrale proposta produrrà PM2.5 e PM10 pari a 30 t/anno del solo particolato secondario pari a circa un decimo di tutto l’inquinamento prodotto dal traffico di Bologna. Tale inquinamento insisterà su una zona valliva con una superficie molto inferiore a quella di Bologna. Inoltre – proseguono i residenti – i ben noti fenomeni di inversione termica, porterebbero alla permanenza, anche per diverse settimane, di alte quantità di polveri sottili a poche decine di metri sopra il livello del suolo, con gravi ripercussioni di inquinamento atmosferico”.

Intanto la Regione rende noto che “Dufenergy ha sottoscritto l’impegno, a fronte dell’approvazione dei progetti presentati, a cedere al Comune tutta la parte dell’area ex Burgo (circa 70.000 mq) non impegnata dal progetto energetico (che ne occuperebbe solo 20.000 mq), per la somma di circa 3 milioni di euro”. Ma che ne farà il Comune di quell’area? Anche su questo i dissidenti di Lama di Reno si interrogano. E le perplessità non finiscono qui: “Nel progetto – dicono ancora dal comitato – si riscontrano incongruenze con il Piano Energetico Regionale e le linee guide di quello nazionale, che prevedono un abbattimento delle emissioni di CO2. La creazione di un nuovo impianto per la produzione di energia mediante combustibili fossili con nuove immissioni di CO2 nell’ambiente, è in netto contrasto con la necessità per il Paese di ottemperare agli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto”.

E sull’inopportunità di questo insediamento, Legambiente sferra l’attacco più duro, perché “tale energia elettrica non è necessaria, non è prevista nel Piano Energetico Regionale, e se questa energia fosse utile, chiediamo alla Regione Emilia-Romagna e al suo Assessore alle attività produttive di darcene approfondita documentazione”. Infine occhi puntati sul fiume: “L’utilizzo dell’acqua del fiume Reno per il raffreddamento della turbine – dicono quelli del comitato – è preoccupante, vista la già limitata disponibilità della conoide del Reno con progressivi cali del livello piezometrico. Si ricorda che la conoide del Reno, costituisce la principale fonte di acqua potabile per la città di Bologna”.

La cornice di tutta questa complicata vicenda sembra essere all’insegna dell’incomunicabilità: i “contrari” parlano di un “progetto imposto con strafottenza e senza un briciolo di democrazia” e il clima teso di un’assemblea pubblica tenuta l’altro ieri a Marzabotto ne sarebbe dimostrazione. Resta il tema del lavoro: l’insediamento di Dufenergy infatti riassorbirebbe tutti i 23 lavoratori in cassa integrazione dell’ex cartiera: l’ammortizzatore sociale si estinguerebbe a dicembre, ma la Regione si è data disponibile a prolungarlo.

“Ci rendiamo conto che sia importantissimo trovare soluzioni affinchè tutte queste persone non perdano il loro posto di lavoro” – commenta Liliana Morotti, coordinatrice del Comitato No Turbogas – “ma questo non può avvenire a discapito della salute dell’intera valle”. Inoltre, segnalano ancora dal comitato, le centrali Turbogas sono dette “unmanned” in quanto in ognuno si impiega pochissima forza lavoro, nell’ordine delle 2 o 3 persone. E per concludere i cittadini danno un appuntamento: domani sera, alle 21, alla sala polivalente in via Matteotti, 3 , per il seminario “Salute, Produzione di Energia E Turbogas” che affronterà, con l’aiuto di esperti, questi temi.

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