Vincenzo Branà

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Lucy rompe il silenzio e svela l’amore omosex che la portò a Dachau

Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell’età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi  con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in "Essere Lucy", il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti,  il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l’ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a "correggere" quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.

Nella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell’agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell’esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo "segreto" esplose – nel ‘43 fu  trovato in una camera dell’hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco – fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell’Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l’altro di diversi documentari sull’omosessualità in quegli anni "bui" – era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C’era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè "ribelle" alla divisa, preda in costante fuga da quell’atroce trappola che le era stata stretta addosso.

L’omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy – prosegue la regista – Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l’Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L’intolleranza – sottolinea Romano – arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.

Lucy la sua storia l’ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy  è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.

Per l’inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l’ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.

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