Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Mosca cieca

IMG_3131.jpgCerto a Mosca1 l’estate è un modo di dire, una specie d’astrazione che prescinde dal nostro immaginario fatto di canotte e infradito. A Mosca, per essere chiari l’estate è semplicemente un “più”, o meglio ancora un “non meno”, cioè l’occasione per festeggiare la colonnina di mercurio che per una volta non va sotto il punto di glaciazione dell’acqua. Quindi, primo consiglio, magari portatevi una giacca, e pure una sciarpetta leggera: vi guarderanno male, ma se vi buttate su Hermès avrete conquistato con un semplice svolazzo attorno al collo la stima incondizionata di gran parte dei passanti. Perché a Mosca – se avete dormito dal 1991 ad oggi vi aggiorno2 – è sbarcato il capitalismo, quindi anche il consumismo col suo opportuno codazzo di fanatiche. Anche lì insomma, come in molti paesi dell’est europeo, negli ultimi decenni si è un po’ chiusa un’era, e dove c’era l’austerity del comunismo con abile coupe de théâtre è arrivata la proprietà privata, il libero mercato e, ovviamente, la moda. Quindi, tornando alla composizione della borsa per il viaggio, se avete un Cavalli infilatecelo e non vi fate problemi a mostrare il “D&G” cubitale stampato sul retro di quel tamarrissimo jeans che vi hanno regalato a Natale e che – vi eravate ripromessi – non avreste mai e poi mai indossato. A Mosca, quello spot riprodotto su un calzone, è uno status symbol che vaga in una terra che su questi simboli basa le sue tassonomie.

Il viaggio è una sciocchezza: da Bologna c’è un volo diretto Eurofly, economico per di più, e in poco più di tre ore siete a ridosso della Piazza Rossa. Con un rammarico, credetemi, che è quello di non aver potuto portare con voi quel bono dello steward che – su questo diamo un 10 e lode ad Eurofly – è una costante dei voli di quella tratta. Bono al punto che se vi dà una caramella ne volete un’altra, se vi consegna gli auricolari vi fate spiegare più e più volte con aria beota a cosa servono, e quando vi porta lo snack siete perfino pronti ad inscenare una di quelle parti da vero intenditore scandendo con tono perentorio “Io un biscotto al cocco così buono giuro non l’ho mai trovato. Guardi che sono uno che viaggia, io, mi creda… signor..?”. Va da sé che il cocco normalmente sia per me come kryptonite….

IMG_3041.jpgUna volta arrivati nella madre Russia sarete accolti da uno stuolo di uomini. La contentezza, però, durerà solo qualche attimo, il tempo di capire che tutti quei bei maschi in divisa vi vengono incontro perché hanno scambiato la nuance ambrata della vostra carnagione – ottenuta grazie a uno studiatissimo ciclo al vostro solarium di fiducia – per un tratto distintivo della vostra evidente origine magrebina, e di conseguenza lo zainetto che portate in spalla altro non è che una ricca composizione di candelotti di dinamite con la quale, secondo loro, intendete far saltare in aria tutta la parte nord del continente. Chiarito il malinteso, nel quale incapperete con cadenza regolare tutte le volte che farete ingresso in metropolitana, e recuperate le scarpe, i jeans, i pedalini, la medaglietta di San Rocco e tutto quello che gli agenti vi avranno fatto sfilare convinti celasse la più avanguardistica delle cariche esplosive, potrete guadagnare l’uscita e gettarvi nella vita moscovita. Ovviamente il volo atterra nel tardo pomeriggio, quindi uscendo dall’aeroporto vi immetterete direttamente nel traffico dell’ora di punta, che è lo stesso di Napoli, solo che a Mosca ci vivono 10 milioni di persone…

Arriverete – prima o poi – in hotel: sarà sicuramente un hotel di lusso, perché a Mosca di tre stelle non se ne costruiscono e di ostelli – su 10 milioni di abitanti – ce n’è uno solo. Che ovviamente, senza averlo visto, non mi sento di consigliarvi. Va subito chiarito che lusso ed educazione a Mosca sono due concetti distinti e assolutamente distanti l’uno dall’altro, anche ampliandone infinitamente l’accezione, alla ricerca magari anche solo di un receptionist cortese. Invece quel receptionist, che all’inizio avevate perfino deciso di definire “niente male”, sarà quello che vi farà la sveglia in camera un’ora in anticipo rispetto a quando l’avevate richiesta (per poi negare clamorosamente) o che vi minaccerà di sigillarvi nella suite se non saldate immediatamente quell’extra di 100 rubli (=3 euri) che risulta addebitato sulla vostra camera, a prescindere dal fatto che voi in quel cazzo di hotel dovrete restarci ancora 10 giorni. E sull’onda dei buoni consigli, vi ricordo che la richiesta di un espresso in aggiunta alla faraonica colazione continentale sortisce su di loro l’effetto di un videomessaggio di Bin Laden, e vi chiedono con una certa limpidezza di saldarlo immediatamente e in contanti, non si sa mai vi venga in mente di scappare via dall’hotel senza pagare quella broda immonda e lasciando in camera la valigia, i documenti e tutto il resto….

IMG_3051.jpgPer il resto la città è un enorme libro di storia, che si scrive ancora giorno per giorno e del quale voi, camminando per la metropoli, potete sentirvi protagonisti. Perché un conto è buttare l’occhio a templi il cui racconto è declinato in un passato talmente remoto da sembrare fiaba, altro conto è visitare il Cremlino e capire che qualcosa di storico in quelle stanze sta ancora succedendo. L’indizio senza dubbio ve lo dà la guida indigena – con denti d’oro alla Goldfinger – che a ogni angolo sfoggia il suo corredo di metafore col quale descrive il vincolo che attualmente lega quel paese all’ideologia dei comunisti. “Quei deficienti” “quei porci” “quei delinquenti”. E neanche Gorbaciov – “quel maiale” – si sottrae all’iconoclastia di quel post senza guerre ma con tanta rabbia, che ha fatto sparire falce e martello da ogni luogo in superficie – la metropolitana invece ne è piena in maniera monumentale, e solo per questo vale la pena visitarla – e ha accantonalo il tutto in un giardino in cui neanche più si taglia l’erba. E che volendo potete anche visitare, anche se da subito potete abbandonare l’idea che sia un moscovita a condurvici, essendo quel posto, per lui, pressappoco una discarica.

Stesso discorso per la “cara” salma di Lenin, che nominerete così perché qualcosa dei vostri studi alla fine degli anni Ottanta ancora ricordate, e che riposa nel mausoleo che condivide l’orizzonte con San Basilio e il Cremlino. Visitarla è come bestemmiare, non di certo la maniera più congeniale di accattivarsi la simpatia di un popolo che, già di per sé, fa fatica a rivolgervi anche un cenno di saluto. Piuttosto fatevi un giro in una delle tante chiese – ricostruirle ed erigerne di nuove è stata una delle attività predominanti del post-comunismo – dove l’integrazione, anche la più complicata, si fa coraggio davanti a quel bizzarro connubio di cupole d’oro e mendicanti sul sagrato.

IMG_3068.jpgE la vita gay? Beh inutile ricordare le difficoltà che ogni anno incontra il Gay Pride, a cavallo tra un divieto esplicito e una tolleranza da vivere voltandosi a vicenda le spalle. E se prima di partire avrete consultato l’oracolo della Spartacus avrete notato che le possibilità che Mosca offre in questo senso sono in numero poco oltre quelle di Bari o Cosenza, entrambe città piccole e nelle quali il movimento lgbt non ha di certo trovato la strada spianata. Inoltre proprio le prime righe di introduzione della guida lanciano un monito inquietante – “se rimorchiate un ragazzo in un locale non portatelo nella vostra camera d’hotel” – riflesso dell’alto tasso di criminalità della città e opportuna sintesi dei tanti pericoli di cui è pieno un contesto ancora pressoché inesplorato come quello gay moscovita. I posti, questo mi hanno raccontato in seguito, ci sono eccome, ma le porte d’ingresso sono spesso celate e di frequente, per evitare problemi, traslocano in nuovi indirizzi. Certo questo non vuol dire che l’omosessualità non ci sia, tutt’altro: vi ci imbatterete però – se non avrete carpito i circuiti “off” – solo se frequenterete i luoghi del sollazzo dell’oligarca: i bania, ad esempio, lussuosi complessi termali in cui si pratica la sauna russa e il massaggio coi rami di betulla. E dove, in un ambiente testosteronico che poco spazio lascia all’ambiguità, vi potrebbe capitare di imbattervi nel panzone con la scorta e il ragazzetto appena maggiorenne. Che lui a un certo punto bacerà sul collo, neanche troppo furtivamente, anzi quasi a mostrare con spavalderia che coi soldi, in certi posti, si può comprare anche il consenso verso ciò che, a portafoglio chiuso, genera indignazione.

  1. La foto gallery di Mosca è qui.
  2. Questo articolo è stato pubblicato su Cassero Magazine di Luglio/Agosto 2008, disponibile qui per il download in .pdf
    (17 MB, alta risoluzione).

Da “falce e finocchio” al Circolo 28 Giugno. Gli scatti di trent’anni di orgoglio gay

Aspettando la parata. Inaugura in Galleria D’Accursio la mostra fotografica: Bologna Orgogliosa 1978-2008

Dotta e Grassa, ma in questo caso soprattutto Orgogliosa. La Bologna ritratta nelle tavole in mostra da oggi in Galleria D’Accursio, forniscono un inedito ritratto degli ultimi trent’anni della città. A partire dalla falce e finocchio, l’irriverente declinazione dell’icona del proletariato che i primi collettivi omosessuali scelsero per dare un volto alla propria identità. Perché il volto – cioè la visibilità, l’esserci – era allora il tema caldo della rivendicazione. Bisognava uscire allo scoperto, incentivare il coming out come gesto politico attraverso cui ognuno, individualmente, dava forza al costituirsi di una comunità. E la questione, ai tempi, era tutt’altro che facile: Meglio un figlio ladro che finocchio sostenevano i bolognesi del quartiere Saragozza quando nei primi anni Ottanta si andava ad assegnare il Cassero della Porta ai piedi di San Luca ai collettivi gay e lesbici. Insomma l’omofobia era un tratto molto radicato nella cultura di massa, una presa di distanza che comodamente risolveva i dubbi di una città – ma anche di una nazione – che troppo poco avevano riflettuto sull’amore tra due persone dello stesso sesso. Ma quell’amore esisteva e piano piano stava maturando il suo bisogno di legittimazione. Gli anni Settanta – quelli da cui la mostra allestita dal Cassero inizia il suo racconto – erano quelli del collettivo F.U.O.R.I., la compagine fondata a Roma nel 1971 da un Mario Mieli reduce dagli anni di militanza in Inghilterra. Ma già a metà degli anni Settanta il leader, che morirà suicida nell’83 cioè venticinque anni fa, prendeva le distanze dal collettivo che nel frattempo sposava le istanze dei Radicali. Bologna, in quello strascico finale degli anni Settanta, era una città in fermento: “I pendolari dello studio e del lavoro – racconta Beppe Ramina nel suo saggio Ha più diritti Sodoma di Marx? – sostano più a lungo in città. Non si sa da dove scocchi la scintilla se non per una data che fa da spartiacque sociale e politico e, dunque, cronologico: l’11 marzo (del 1977, NdR), quando uno studente di Lotta Continua, Francesco Lorusso, durante uno scontro tra manifestanti e poliziotti viene ucciso con un colpo di fucile dal carabiniere Massimo Tramontani che, per questo fatto, non verrà mai neppure processato. I giovani che vivono a Bologna scendono in piazza a migliaia con imponenti manifestazioni che a volte culminano in scontri. Si spara”. Il giorno dopo la morte di Lorusso, il 12 marzo, venne disposta la chiusura di Radio Alice, una delle prime esperienze, la più significativa, di radio libera in città. E il 1977 fu anche l’anno della pubblicazione per Einaudi di Elementi di critica omosessuale, il saggio rivoluzionario attraverso il quale Mieli affermava l’universalità del desiderio omoerotico. Insomma l’omosessualità, secondo Mieli, non era il carattere distintivo di una minoranza che chiedeva un riconoscimento, bensì la parte negata di qualsiasi uomo o donna. Nell’agosto dell’80 Bologna venne profondamente ferita dalla tragica bomba alla stazione, e un anno dopo, per il primo anniversario, il neonato Circolo 28 Giugno (l’evoluzione dei collettivi “frocialisti”) organizzò un raduno contro il terrorismo. Già era nell’aria una svolta: a Roma in quell’anno, ad un convegno dedicato ai “problemi della condizione omosessuale nelle grandi aree urbane”. Renato Zangheri, ai tempi sindaco di Bologna, promise una sede alla comunità gay e lesbica. E un anno dopo, proprio il 28 giugno, gli omosessuali di casa nella città delle torri ricevettero le chiavi del Cassero di Porta Saragozza. Tutto questo veniva raccontato a tratti dalla stampa del tempo – raccolta ed esposta nella mostra curata dal Cassero – che vide quei fatti attraverso la lente deformante della cultura di massa. La prudenza del cronista si esprimeva in un’inflazione di virgolette e perifrasi che erano la traduzione in segno grafico di un imbarazzo che nessuna scuola di giornalismo aveva insegnato a gestire. La mostra, da questo punto di vista, è un’esilarante antologia, che non può non includere i titoli più recenti. I quali nelle forme appaiono certo “evoluti”, ma che nei contenuti – “piazza sì o piazza no”, ad esempio – testimoniano il più avvilente dei passi indietro. Bologna, nel frattempo, è già tornata orgogliosa e fra quaranta giorni o poco più trasformerà quell’orgoglio in una parata di portata nazionale. Un omaggio alla storia e i suoi traguardi, non di certo una novità. Nulla da temere perciò, piuttosto qualcosa di cui andare fieri.

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