Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Aprite bene le narici

L’EDITORIALE
In distribuzione il nuovo numero di Cassero Magazine. Eccovene un assaggio

La copertina di Cassero MagazineRadio accesa, metà mattina: “Leggiamo il messaggio di un ascoltatore: Ciao a tutti ho 23 anni e non so come dire ai miei genitori che sono gay. So già come la pensano e ho paura che mi sbattano fuori di casa”. La speaker – di circa 35 anni si direbbe dalla voce – non ha dubbi: “Beh mettiti in contatto con Franco Grillini oppure rivolgiti a uno psichiatra (?!?) per una terapia di gruppo”. Grazie regia, via al prossimo brano.

Eugenio Scalfari, ospite di Daria Bignardi a Le Invasioni barbariche, ha raccontato dei suoi esordi sulla carta stampata, di quando cioè scriveva sul giornalino universitario dei fascisti. Perché Scalfari all’origine era un fascista, lo ammette senza problemi: “è stato come un vaccino – spiega – ora la puzza del fascismo la sento da lontano”. E in questo periodo la sente?, gli chiede la Bignardi. “Ogni giorno di più” risponde lui.

Scalfari ha ragione, di questo noi al Cassero siamo convinti: il fascismo è un miasma e l’odore di questi tempi rende l’aria irrespirabile.

Puzza la radio, quella che accendi la mattina e che improvvisa soluzioni astruse al “problemino” di un ascoltatore, omettendo di evidenziare, ad esempio, che il problema più che lui ce l’hanno i suoi genitori. A loro, eventualmente, servirebbe la terapia di gruppo.

Puzzano gli schermi televisivi in cui La Russa e Feltri insultano il direttore de l’Unità col linguaggio greve del balilla che vuole smanazzare sotto la gonna della figlia della lupa, convinto – e guai a dargli torto – di averne diritto. D’altronde il “leader” Berlusconi, nella sua improvvisata serale al Bagaglino qualche settimana fa, ha indicato la via: “Due uomini entrano in un bar – ha raccontato ilare – uno dice all’altro: guarda quella stangona bionda, me la farei”. E l’altro: “veramente è mia moglie”. La precisazione del primo: “pagando, s’intende”.

Al Salone Margherita si scompisciavano dalle risate, racconta il Corriere della Sera, noi dal Cassero sentivamo la puzza.

La stessa puzza del museo di Bolzano, che ha appena fatto fuori la direttrice Corrine Diserens che aveva esposto l’opera di Martin Kippenberger: una ranocchia crocefissa. E fa puzza un disegno di legge sulla prostituzione che si mette a giocare a guardie e ladri (ma chi è il vero ladro?) e che non riesce a parlare di autodeterminazione. Puzza il divieto ai piercing nella zona genitale imposto dalla giunta Cofferati adeguandosi alle regole dettate dall’azienda sanitaria. Senza discutere, come se le Asl non facessero politica, come se l’esempio che vi racconto tra qualche pagina, quello del sito aids.it, non fosse già di per sé sufficiente a iniziare a guardare a certe cose con sospetto.

Puzza la Binetti, che ve lo dico a fare. Puzza al punto da trasmettere l’olezzo in tutto il suo partito, che il Cassero si rifiuterà di appoggiare – alle amministrative, alle europee, alle politiche – finché all’onorevole teodem non verrà ritirata la tessera. Quello che ha detto questa volta manco ve lo raccontiamo, per non sprecare il nostro inchiostro e le nostre pagine, e tutelare entrambi da tanta mostruosità.

Piuttosto – in full color in quarta di copertina – mostriamo fieri “Conciati per le feste”: un contenitore ludico, un sollazzo. Ma innanzitutto un esercizio di autodeterminazione, un “gioco col corpo” realizzato con la preziosa complicità dello staff di Orea Malià: peli pubici agghindati da acconciatori di gran grido. Per dire che il corpo è mio e me lo gestisco io. Eventualmente assieme a uno staff di estetisti e parrucchieri. Vediamo in quanti coglieranno il gioco, e quanti invece si metteranno a gridare scandalizzati da una vagina. Dall’odore intenso, mi raccontano le amiche lesbiche. Tutt’altra cosa rispetto alla solita puzza.

Marzabotto, la Memoria s’incontra a teatro

LO SPETTACOLO
In scena al Duse lo spettacolo di Belli e Lucarelli sull’eccidio.

Matteo Belli nei panni di GargiuloHa cercato di includerli tutti in un abbraccio, il bravo Matteo Belli, alla fine dello spettacolo: i bolognesi del pubblico del Teatro Duse, che non smettevano di applaudire, ma soprattutto i superstiti, i testimoni, la gente di Marzabotto, Grizzana, Monzuno alla quale l’attore aveva chiesto in prestito la voce. Sapeva ci sarebbero stati, per loro erano riservati posti nelle prime file. E in effetti c’erano: qualcuno in gruppo, altri sparpagliati in quella porzione di platea proprio a ridosso del palcoscenico. Li si riconosceva dai capelli bianchi, dal vestito “buono”, dal trafficare attento di una serie di persone attorno a loro affinché trovassero i posti e potessero seguire al meglio lo spettacolo.

Una era seduta nel settore a sinistra, quello dei posti dispari, in terza fila: è arrivata a teatro con la figlia e la nipote, tre generazioni sedute una accanto all’altra. Portava un tailleur scuro, morbido, e al collo si intravedeva appena un foulard a fiori. Per staccare un po’ tutto quel nero, si capiva, fanno così un po’ tutte le nonne, quasi fosse una regola quando ci si veste per uscire. Ha ingannato con le chiacchiere i minuti prima dell’inizio, borsa appoggiata sulle gambe mentre con le mani rese piccole dagli anni giocava a intrecciare i manici. Poi quando in sala è calato il buio, senza lasciare discorsi a metà ma concludendo le ultime frasi sottovoce, si è messa zitta e concentrata sulla scena.
All’inizio, quando nonna figlia e nipote erano arrivate in platea, faticavano a trovare le tre poltroncine: «Mamma i numeri sono scritti al contrario, mi confondo» lamentava la figlia per giustificare l’impaccio. «Un affare di stato» ha replicato lei, paziente come le mamme di una volta e quasi tra sé e sé.

Già, un affare di stato: pochi minuti dopo è proprio Matteo Belli, o meglio l’archivista Gargiulo che Belli interpreta sulla scena, ad utilizzare questa espressione. «Ho richiesto una stufetta da tre mesi – si duole con l’interlocutore fuori campo – ma sembra un affare di stato». L’archivista Gargiulo è l’espediente narrativo che Carlo Lucarelli e Matteo Belli hanno escogitato per penetrare con la lama della messa in scena il racconto dell’eccidio di Marzabotto, l’opera in prima nazionale l’alta sera in via Cartolerie. Gargiulo – occhiali spessi, pantaloni cascanti, giacca, sciarpa e un raffreddore micidiale – lavora in un posto sotterraneo, “il luogo dell’oblìo” lui lo definisce. Un inferno dove si spostano anime, fantasmi con cui è difficile convivere. Di quell’inferno lui è Virgilio: conosce i segreti, è capace di guidare. Lì, negli interrati della Procura Generale di Roma, dalla mattina alla sera lui sistema carte: le legge, le protocolla, le archivia. E le custodisce in quel luogo che è più sicuro di una cassaforte: «È come nascondere i gioielli della regina – spiega -tra i panni sporchi dei servitori». Un giorno, gli autori faranno capire alla fine che è il 1973, un giornalista arriva e gli chiede di vedere il fascicolo numero 1937, quello che da più di 10 anni è chiuso in un armadio girato con le ante contro il muro. Nessuno sa di quell’incontro e nessuno dovrà saperlo in seguito.

Così prende voce l’armadio della vergogna, quello che fino al 1994 ha tenuto i nazisti che uccisero 770 civili a Monte Sole al sicuro dalla Giustizia. Per volere di nostri ministri e in nome di una logica che oggi la storia ha ribattezzato, appunto, come “vergogna”. E così riprende voce anche l’anziana signora in terza fila: «È vero» le si sente dire a un certo punto, mentre nell’armadio passano in rassegna le testimonianze. E dopo un po’ aggiunge: «È la Lucia». Prima sottovoce, poi scossa il braccio della figlia e glielo ripete: «È la Lucia». È di Lucia, un’altra sopravvissuta, la voce che Belli in quel momento prende in prestito e che parla del crudele sterminio di un’intera famiglia. L’attore cambia tono e il bisbiglio della donna gela i vicini: «Questa sono io…».

«Sssss…»: qualcuno sente solo un borbottìo e chiede silenzio, lei smette subito. Ma dopo poco, di nuovo, non resiste: «Ce l’ho anch’io!» dice alla figlia quando l’attore alza una copia del Carlino dell’ottobre del 1944. «Mentirono» aggiunge con rabbia. Poi l’insabbiamento: mentre il personaggio racconta lei ripassa a fil di voce gli artefici della vergogna e si sofferma su uno: «Santacroce – dice – lui ha fatto carriera archiviando quel fascicolo».

Lo spettacolo alla fine ricorda la sentenza di La Spezia del 2007: dieci ergastoli, tutti i colpevoli in contumacia, nessuno di loro andrà in carcere. Quando le luci in sala si riaccendono gli applausi durano a lungo: Belli è emozionato quanto la platea e ringrazia gli enti locali – Comunità Montana, Provincia e Regione – che hanno prodotto lo spettacolo.

«È tutto vero, non hanno cambiato una virgola» è l’ultimo commento carpito alla signora in terza fila. Poi si è alzata, a passi piccoli si è liberata dalle poltroncine e si è avviata verso l’uscita, per riportare i suoi ricordi in quei crinali dove 64 anni fa con crudeltà furono impressi. Testimoni diretti come lei tra dieci o vent’anni non ce ne saranno più, e la Memoria diventerà solo un fatto di documenti, luoghi, date e cippi celebrativi. Ma anche, fortunatamente, una prosa teatrale sulla cui messa in scena si sono fusi gli sguardi dei protagonisti, e che con tenerezza inciampa nel dialetto e nella “s” bolognese. Senza dimenticarsi però di raccontare, assieme ai fatti, il senso di quella profonda e incancellabile vergogna.

Gay di destra?

INTERVISTA A MARCO FRAQUELLI1
Ermanno Lavorini aveva appena dodici anni quando fu trovato sotterrato nella sabbia della spiaggia di Marina di Vecchiano, a Viareggio. “Ucciso da quel giro di gay che batteva nella pineta vicino alla spiaggia” fu la prima – all’inizio incontestabile – versione dei fatti tracciata dalla giustizia e dai media scatenati in quel lontano 1969. In realtà – ma questa realtà venne fuori solo nelle successive fasi di giudizio, a partire dal 1976 – Lavorini era stato vittima di un sequestro a scopo estorsivo messo in piedi dai ragazzi del Fronte monarchico giovanile di Viareggio, gli stessi adolescenti che frequentavano il battuage vicino alla spiaggia. Quel caso, passato alla storia delle cronache italiane come il primo kidnapping ma anche come primo caso di eversione additato dalla giustizia, è una delle rarissime brecce attraverso le quali si è intravista in Italia una sovrapposizione tra movimenti di estrema destra e omosessualità. Solo in quel caso, in sostanza, in Italia si parlò di militanti di estrema destra omosessuali, giovani che come Italo2, il puraido della campagna del Bologna Pride, “odiano i froci ma amano il loro camerata”. Il caso di Ermanno Lavorini è una delle tappe del rigoroso excursus che Marco Fraquelli, milanese e studioso della cultura di destra, ha incluso nel suo saggio “Omosessuali di Destra” edito da Rubbettino. Nelle duecento pagine del volume si passa in rassegna una varietà di ritratti storici, documenti e testimonianze per rintracciare, da fine Ottocento fino ai giorni nostri, il contraddittorio interconnettersi di omosessualità e ideologia nazifascista.

Mercoledì 17 settembre alle ore 21.00 presso lo stand Suffragio omosessuale del Cassero alla Festa dell’Unità di Bologna non mancate all’incontro con l’autore Marco Fraquelli e Franco Grillini, e con la presenza di Luca De Santis e Sara Colaone, autori di In Italia son tutti maschi.

gay di destraDottor Fraquelli, quando ha messo in cantiere questo saggio chi immaginava fosse il suo lettore, un curioso di sinistra o un omosessuale di destra?

“Ecco come iniziare un’intervista dicendo subito una banalità: immaginavo che il mio lettore fosse un curioso, e basta… Scherzi a parte, il libro nasce da un mio preciso interesse culturale, che è quello della analisi della Destra, e della Destra radicale in particolare. Ho cercato nei miei libri, a cominciare dal primo su Julius Evola e poi con quello dedicato ai no-global di destra, di esplorare tematiche poco conosciute. Il rapporto contraddittorio tra estrema Destra e omosessualità mi sembrava un tema coerente con questa mia ricerca.”

“Meglio fascisti che froci” diceva qualche anno fa Alessandra Mussolini. Eppure il suo libro racconta che in diversi casi i fascisti – e ancor di più i nazisti – erano omosessuali. Insomma fascisti=froci. Proprio quest’equazione, che contraddice con l’evidenza uno degli assunti cardine della destra omofoba, era rappresentata nella campagna comunicativa del Bologna Pride dal personaggio di Italo, che “odia i froci ma ama il suo camerata”. Paradossalmente, però, Italo anziché far saltare sulla sedia Alessandra Mussolini, ha sollevato reazioni indignate nell’ala di estrema sinistra del movimento gaylesbico, e perfino Sabina Guzzanti, “alfiere” dei delusi a sinistra, si è scagliata contro quella campagna dal palco di piazza Navona. Lei come spiega questo cortocircuito?

“Confesso che davvero non capisco la reazione della Guzzanti, nei confronti del Pride in generale, e nello specifico nei confronti dell’immagine di Italo che lei cita (che trovo straordinariamente ironica, anzi, le confesso che ne tengo addirittura una copia sulla scrivania, e millanto che l’idea sia venuta al grafico dopo aver letto il mio libro…). Stessa cosa per la Bertozzo e compagni. Non so, mi verrebbe da dire che chi ha avuto reazioni indignate forse ha guardato con molta superficialità al volantino, ha equivocato… O forse – con meno superficialità e più integralismo – ha voluto esprimere dissenso verso una linea, quella della sinistra gay meno estrema, di voler promuovere una politica più ecumenica nei confronti dei gay di destra… In fondo il camerata Italo è sì trattato con molta ironia, ma, tutto sommato, anche come soggetto che merita, in qualche modo, attenzione, una attenzione che forse ha potuto dar fastidio. Specie se la si guarda prevenuti. Io, per esempio, ho colto molto di più l’ironia e la provocazione. Ma in fondo ho pur sempre scritto un libro sugli omosessuali di destra…”

La Berlino di inizio Novecento, quella in cui a poco a poco prese forma il nazionalsocialismo, era una città a misura di gay: 30 bar omosessuali nei primi anni del secolo, centotrenta addirittura nel 1933. Poi però arrivarono le persecuzioni, i campi di concentramento, lo sterminio. Quali furono i fattori che determinarono quell’improvviso cambiamento?

Indubbiamente il regime nazionalsocialista ha una decisiva responsabilità in quello che lei giustamente indica come radicale e traumatica inversione di tendenza (dalla tolleranza più aperta alla repressione del fenomeno omosessuale). In generale, ma il grande storico George Mosse lo ha spiegato molto meglio di me, si trattava di intervenire in difesa di un perbenismo e di una ortodossia comportamentale fondamentali nel sistema valoriale alle basi dello Stato nazista. Tutta la retorica della razza pura – e l’esigenza di promuovere una forte crescita di questa razza, collegata alle mire espansionistiche hitleriane – non potevano certo tollerare comportamenti sessuali che, all’opposto, si rivelavano necessariamente sterili. In questo senso è esemplare il discorso (che riporto quasi integralmente nel libro) che il vice di Hitler, Himmler, tenne nel 1937, a porte chiuse, ai gerarchi nazisti, e intitolato significativamente “Pericoli razziali e biologici dell’omosessualità”. In realtà, tuttavia, il processo repressivo si snoda nel corso degli anni. Si tratta di una vera e propria escalation che parte dall’episodio della liquidazione, avvenuta nel 1934, dell’omosessuale Roehm e delle sue SA (ancorché, come spiego nel libro, l’omosessualità fosse solo un pretesto per coprire ragioni politiche) per arrivare ai lager. In fondo, per fare un parallelo, un po’ come avvenuto con la “soluzione finale” del problema ebraico: l’olocausto, la Shoa, è solo l’ultimo stadio di un lungo processo di vessazioni, discriminazioni, violenze.”

In molti dei ritratti presenti nel suo libro sembra di cogliere la distinzione tra l’omoerotismo, cioè una pratica sessuale, e l’omosessualità intesa come riconoscimento identitario. Insomma il sesso tra uomini in molti casi era tollerato a patto che non minasse la virilità, che non corrompesse l’identità dell’uomo e la sua capacità di ricoprire, in società, i ruoli del “maschio”. Lei a che punto posizionerebbe, nel passato e oggi, il discrimine tra pratica e identità nell’omosessualità di destra?

“Nel libro parto da un presupposto: a mio parere l’omosessualità riguarda esclusivamente l’orientamento sessuale di una persona, e non l’identità. Lei fa però questa distinzione, una distinzione che un suo collega mi faceva proprio tempo fa, sostenendo che essere omosessuale significa esprimere la propria sessualità; essere gay significa esprimere la propria identità. E mi faceva anche dei confronti: Zeffirelli è omosessuale, Cecchi Paone è Gay. Mishima era omosessuale ecc. Per dire che un omosessuale non parteciperebbe mai a un Gay Pride, il gay sì. Insomma, al di là del fatto che non sono convintissimo di questa distinzione (che pure trovo del tutto interessante e profonda), devo riconoscere che può, in qualche modo, servire proprio a rispondere alla sua domanda: è vero, sin dall’antichità si è posta questa distinzione; tutto si poteva fare – a livello sessuale – purché non si intaccasse l’immagine virile. Certo vi sono diverse tradizioni. Come scrivo nel libro, mentre in Grecia prevale la pederastia e, dunque, una concezione in fondo più aperta (anche se non dobbiamo pensare, come molti erroneamente fanno, che l’omosessualità fosse normalmente accettata…) dell’omoerotismo, con valenze persino filosofiche e pedagogiche, a Roma prevale la tradizione dello stupro tribale e, dunque, dell’atto omosessuale come manifestazione di potenza – per chi lo perpetra – e di umiliazione, sottomissione – per chi lo subisce. Questo comporta, come dice lei, lo stratificarsi di una tradizione che, per semplificare, distingue nettamente l’omosessualità attiva da quella passiva. Con la prima in fondo più tollerata, e la seconda meno. Più tollerata la prima a patto, comunque, che non venisse sbandierata. In questo credo che la Sinistra – che pure per secoli e fino a tempi a noi vicini non era certo indenne dall’omofobia – si sia evoluta. Non mi pare la Destra abbia fatto altrettanto. Sia a livello radicale che più moderato. Per stare in casa nostra, oggi anche Fini riconosce che in fondo uno del proprio sesso può farne ciò che vuole, purché la cosa rimanga confinata tra le mura di casa…”

italoLa presenza del Vaticano nel territorio italiano è da molti considerata come il motivo principale della difficoltà del nostro Paese a “laicizzare” la politica. Che peso ebbe la cultura cattolica nel cristallizzarsi dell’istanza omofobica nei movimenti di estrema destra in Italia e all’estero?

“La presenza del Vaticano, e la conseguente straordinaria predominanza della religione e della cultura cattolica in Italia hanno certamente contribuito in maniera determinante ad alimentare e a cristallizzare l’omofobia. Per carità, chiaro che oggi (ma anche molto tempo fa) la Chiesa non pensa più ai roghi. Siamo davvero in un altro universo. Vorrei dire che c’è – oggettivamente – molta più “carità” cristiana nell’affrontare il tema. Ma la Chiesa, si sa, fa il suo mestiere, e non può certo accettare il fenomeno. Per rispondere più specificamente alla sua domanda, devo dire che certamente la Destra italiana (sia storicamente, ossia con riferimento al Fascismo, sia attualmente), sposando la religione cattolica si è trovata del tutto sulle sue posizioni omofobe. Posizioni, ripeto, che oggi per fortuna non sono più – per la maggior parte – di natura repressiva, ma che permangono. Semmai, e questo mi sembra il dato più rilevante, andrebbe considerata un’altra influenza che la Chiesa, a mio parere, ha esercitato sulla Destra. Per esempio, per storicizzare, sul Fascismo, ed è l’influenza dell’ipocrisia. Sull’ipocrisia di buona parte del mondo clericale (sarebbe ingiusto generalizzare) nei confronti dell’omosessualità mi sembra ci sia poco da confutare: non mi riferisco solo al tragico fenomeno della pedofilia, ma, insomma, è tradizionalmente noto il tema dell’omoerotismo presente nei seminari, ecc. Eppure, guai a parlarne. Allo stesso modo, il Fascismo si rese protagonista di un approccio assolutamente ipocrita nei confronti dell’omosessualità (salvo alcune derive repressive, del tutto marginali rispetto all’esperienza nazista). Tanto per darle un dato incredibile, ricordo, anche nel libro, che la sera prima della pubblicazione, dal Codice Penale fascista (il Codice Rocco), venne tolto l’articolo che puniva i reati dell’omosessualità. Liberalità del regime? Nemmeno per idea, il concetto era un altro: inserire un simile articolo avrebbe significato dover dire pubblicamente al mondo che anche in Italia esisteva il problema degli omosessuali… In altri Paesi, per chiudere e risponderle, meno influenzati dalla religione cattolica, al di là dei fenomeni repressivi, vedi la Germania, la Destra ha sempre mostrato meno ipocrisia. Che non voleva dire ovviamente tolleranza, al contrario, purtroppo violenza repressiva.”

“L’Italia corre il rischio di un ritorno al fascismo”, denunciava qualche settimana fa Famiglia Cristiana attaccando frontalmente le scelte del governo Berlusconi. Condivide questo monito? Secondo lei contiene un allarme anche rispetto al tema dell’omofobia?

“Guardi, tutti conoscono le mie posizioni politiche, il mio retroterra, ecc. Non ho mai votato, né mai voterò Berlusconi o partiti di Centro-Destra. Devo però ammettere che l’uscita di Famiglia Cristiana mi sembra eccessiva. Non lo dico solo perché, da studioso del Fascismo, ne faccio una questione nominalistica. Credo davvero che la situazione non sia così drammatica. Certo vivo con inquietudine alcune iniziative, e ho sempre il terrore che la Lega possa convincere il Governo a stravolgere la Costituzione, come aveva cercato di fare in passato… Ma paragonare Berlusconi a Mussolini mi sembra un po’ forzato (anche se si tiene accanto alcune “macchiette” che potrebbero ricordare gli Starace…). E credo anche, personalmente, che sia un errore sopravvalutare il potere “ducesco” di Berlusconi. Un errore, peraltro, che mi sembra la Sinistra abbia pagato… Stessa cosa per quanto riguarda l’omofobia. Un conto è opporsi alle unioni di fatto, altro discriminare pesantemente le persone in base alla loro omosessualità. Poi è chiaro che esistono episodi che contraddicono la mia visione. E’ chiaro che allo stilista si “perdona” la sua gaiezza, e all’idraulico o allo sportellista della banca meno; è vero che ancora oggi – penso a piccole realtà provinciali e non solo – molti giovani omosessuali devono fare i conti con la grettezza che li circonda, se non con l’umiliazione, ecc. Ma mi sembrerebbe eccessivo parlare di una omofobia generalizzata.”

Anche Madonna durante la sua prima tappa del tour mondiale a Cardiff, in Galles, davanti a 40mila persone, durante la canzone Get stupid ha fatto proiettare i volti di McCain, Hitler e di Robert Mugabe, il presidente dello Zimbawe considerato un dittatore sanguinario, associati con immagini di distruzione e inquinamento. Che effetto le fanno questi messaggi?

“Mi rifaccio un po’ a quanto dicevo prima. Secondo me non è proiettando la faccia di McCain accanto a quella di Hitler che si raccoglie consenso per i Democratici. Purtroppo la politica ha regole ben più ciniche che non le emozioni. E in fondo regole anche più complesse. Noi siamo figli di una generazione che ha conosciuto un fenomeno devastante, che è il marketing. E il marketing cosa ti dice? Che, in fondo, promuovere il detersivo o l’antitumorale, un libro di qualità o un politico è la stessa cosa. Ecco allora che si può promuovere una marca di abbigliamento mostrando gente che muore di Aids. Chi si rende protagonista di queste iniziative crede di essere provocatore, anticonformista. In realtà si rende solo ‘esecutore’ della Legge Universale del Marketing.”

In “Omosessuali di destra” un intero capitolo è dedicato all’Aids. Quanto fu diversa la reazione all’esplosione di quell’epidemia a destra e a sinistra?

“Confesso che è una domanda a cui non so rispondere. Nel mio libro cito un caso, ma è appunto un solo caso, quello di un gruppo di medici francesi estremisti di Destra, il Gruppo Positif, che pubblicava un periodico “Sida tout va bien”, che attaccava costantemente la medicina ufficiale (sostenendo peraltro che l’Aids era frutto di una sorta di complotto globale perpetrato dalle potenze capitalistiche), ma che, soprattutto, portava avanti una battaglia perché i posti in ospedale fossero riservati solo ai francesi colpiti dall’Aids e non agli stranieri presenti in Francia…”

italoL’ultimo capitolo del saggio è dedicato a GayLib, l’associazione italiana di omosessuali di centrodestra. Il suo fondatore, Enrico Oliari, proviene dagli ambienti dell’estrema destra. Con lui, però, a creare l’associazione nel 1977 c’erano anche Alessandro Gobbetti, divenuto poi leader di Arcigay Ancona, Marco Jouvenal, proveniente dal collettivo F.U.O.R.I, e Marco Volante, oggi portavoce di GayLeft e membro un tempo della consulta lgbt dei Democratici di Sinistra. Insomma in Italia, tra i gay, c’è un trasformismo politico singolare…

“Ma, non so fino a che punto si possa parlare di trasformismo… Ho aperto l’intervista con una banalità e mi avvio a chiuderla con un’altra banalità: come le dicevo, io parto dal presupposto che l’omosessualità riguarda l’orientamento sessuale della persona, non ne identifica l’identità. Questo mi serve soprattutto per dire come, a mio parere, non ci sia da stupirsi se un omosessuale decide di sposare un’ideologia come quella della Destra. Non mi stupisce se esiste un geometra gay, o un docente universitario gay, o se un gay ha la passione per i francobolli… perché non dovrebbe esistere un gay di Destra? (Poi, se devo dire fino in fondo quel che penso, è che trovo comunque strana questa possibilità. Abbracciare l’ideologia che, in qualche modo, ha prodotto l’omocausto è un po’ come se Obama fosse un tifoso del Ku Klux Klan. Ma passi). Ecco, se noi ci liberiamo da questo pregiudizio possiamo analizzare i vari riposizionamenti politici delle persone come meritano, e cioè come semplici cambiamenti di idee. Certo, dice lei, la componente omosessuale delle persone che cita non è del tutto secondaria, e ha ragione. Ma, ripeto, secondo me non così rilevante, dal punto di vista identitario, da esaurirne, appunto, la personalità.”

Infine una previsione: chi metterà secondo lei la firma in calce alla prima legge italiana sulle unioni civili, il governo Berlusconi o un governo di centrosinistra?

“Escluderei il Governo Berlusconi. Escluderei anche un Governo di Centro-Sinistra, fintanto che la Sinistra continuerà a sopravvalutare (perché per me si sopravvaluta) il peso dell’elettorato cattolico italiano. Faccio però una previsione – e mi spiace chiudere in maniera così pessimistica questa piacevole conversazione. Io ho 51 anni, e mi auguro di vivere ancora almeno 30 anni (e se smettessi di fumare forse ne avrei anche la possibilità…): sono convinto che morirò senza aver visto nascere una legge sulle unioni civili…”

  1. Pubblicata sul numero di Settembre/Ottobre di Cassero Magazine.
  2. Guarda l’Italo originale della campagna del Bologna Pride

Lucy rompe il silenzio e svela l’amore omosex che la portò a Dachau

Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell’età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi  con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in "Essere Lucy", il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti,  il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l’ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a "correggere" quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.

Nella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell’agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell’esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo "segreto" esplose – nel ‘43 fu  trovato in una camera dell’hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco – fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell’Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l’altro di diversi documentari sull’omosessualità in quegli anni "bui" – era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C’era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè "ribelle" alla divisa, preda in costante fuga da quell’atroce trappola che le era stata stretta addosso.

L’omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy – prosegue la regista – Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l’Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L’intolleranza – sottolinea Romano – arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.

Lucy la sua storia l’ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy  è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.

Per l’inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l’ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.

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