Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Sipario chiuso al San Martino

IL CASO
Niente programmazione nell’arena di Libero Fortebraccio Teatro: Spese di gestione sproporzionate, solo spiccioli dalle istituzioni

TeatroSanMartinoNon si aprirà quest’anno il sipario al teatro San Martino. Questo è l’annuncio che Roberto Latini della Compagnia Libero Fortebraccio ha reso pubblico in una conferenza stampa convocata provocatoriamente per presentare una “non stagione”. Dopo tre anni di sacrifici la compagine di teatranti giunti in città dalla Capitale getta la spugna e interrompe quella piccola tradizione di ospitalità che in così poco tempo aveva portato tanto bel teatro di ricerca all’ombra delle Torri. La questione, naturalmente, riguarda in primo luogo le economie, assolutamente insostenibili per una compagnia che, oltre a gestire quello spazio, innanzitutto deve produrre teatro. E invece finora quel sogno di un «teatro sempre aperto» è stato un obbiettivo che si è stagliato sopra tutti gli altri, risucchiando soldi ed energie, tali e tanti da non rendere ulteriormente procrastinabile il momento in cui tirare le somme. «Un tentativo lungo tre anni – spiega Latini – è sufficiente per valutare il nostro operato e il potenziale di questo spazio». Sufficiente a chi potrebbe scegliere oggi di scommettere su quel progetto, invece preferisce onorare schemi tradizionali, consuetudini, liturgie scolpite dagli anni. E gli anni, in effetti, a quelli del San Martino mancano, anzi nel panorama teatrale cittadino vestono la maglia degli “ultimi arrivati”. E sembra questo il peccato originale che oggi sono costretti a scontare. «Abbiamo deciso di aspettare fino al cinque ottobre perché c’erano in corso appuntamenti con le istituzioni», spiega Latini. Ma né l’assessore regionale Massimo Mezzetti né il direttore del Settore Cultura del Comune, Mauro Felicori, hanno gettato una rete per salvare quel palcoscenico. Sono gli anni della crisi, dicono tutti, quelli dei tagli e delle coperte cortissime: nessun ente locale si può permettere sforzi ulteriori. E quei 15mila euro annui versati dal Comune per quel cartellone teatrale, assieme ai 14mila della Regione e ai 4mila della Provincia, non sono che una goccia in un oceano che pretende 50mila euro all’anno – tra affitto e utenze – solo per “galleggiare”. D’altra parte, chi ha dimestichezza con i “conti” del palcoscenico sa che sono ben altri i budget con cui si immaginano i cartelloni teatrali, in città come altrove.

Al San Martino, d’altro canto, in tema di soldi si è quasi radicali: «Le compagnie – spiega Latini – sono sempre venute a incasso. Al 100% dell’incasso – precisa – il San Martino non ha mai preso un euro del lavoro degli altri». Le strategie di marketing e fund raising, inoltre, restano attività che di proposito si tengono a distanza, attenti a non chiamare (come molti fanno) il pubblico “cliente”. I finanziamenti pubblici, insomma, erano l’unico polmone da cui prendeva ossigeno il progetto. «Il sistema teatrale della città ci dice oggi che non è possibile considerarci oltre quello che è già in essere. Conti alla mano – prosegue l’attore – le spese di gestione sono sproporzionate rispetto ai finanziamenti e a quanto è ulteriormente possibile». E d’altronde, si dispiace, «se questo progetto non riesce a Bologna credo avrebbe problemi da qualsiasi altra parte». Per loro che quando tre anni fa giunsero qui si mettevano alle spalle l’immobilismo della Capitale, Bologna è stato un «recuperare una prospettiva». Oggi, però, tre anni dopo quei precoci entusiasmi, si è costretti a prendere atto che la nostra è una città «che sta vivendo di rendita» e che «ora ha bisogno di rifare la conta», di chiedersi chi in città fa teatro, quali sono le compagnie, chi produce e con quali (e quanti) soldi. Un censimento, insomma, proprio come quello di cui fu incaricato Leo De Berardinis, molti anni fa, a Roma. Latini però non fa polemica, anzi si guarda bene dallo spostare la rabbia anche solo di poco fuori da se stesso: per lui questa “non stagione” è una «vergogna» della quale chiede scusa a pubblico, artisti, collaboratori. Ma il “caso San Martino”, inevitabilmente, invita a spostare lo sguardo sulle altre realtà del territorio, su quello che fanno, su chi le sostiene. «Speravamo che la crisi del Duse fosse un’opportunità per riaprire tutta la questione del sistema teatrale bolognese», dice Latini. Invece si è corsi a tappare quel buco lasciando tutto il resto com’era. O quasi, perché in realtà il San Martino, nel silenzio, sta chiudendo i battenti, ridiventando lo spazio privato della compagnia Libero Fortebraccio e mettendo in cartellone – anche qui non senza inquietanti punti interrogativi – solo le due rassegne finanziate ad hoc, “Maestri” (sostenuto dalla Regione) e le “Serata d’onore” del cartellone di Bologna Estate.

“Liberiamo la Cultura dalla speculazione”

IL SUMMIT
All’appuntamento di Unipolis si incontrano i “big” del settore. Accuse ricorrenti contro le politiche urbanistiche. La Cultura è un diritto, dicono in tanti. Ma subisce continui tagli in nome di interessi in cartello

CulturabilityIl lamento più disperato sul sistema culturale italiano l’ha lanciato il professor Pierluigi Sacco: “O le cose cambiano o lascerò l’Italia: non si può essere complici di questo stato di cose”. E ancora: “Di quanto stiamo facendo dovremo rendere conto alle generazioni che verranno”. E dire che proprio Sacco, lo scorso 9 aprile all’appuntamento promosso dalla fondazione Unipolis al Mambo, presentava una via, una possibilità, un nuovo luogo di incontro e dibattito. Un sito, nella sostanza, che lo stesso Sacco ha contribuito a progettare e che rappresenta il nuovo step di Culturability, il progetto lanciato un anno fa dalla fondazione di casa Unipol per sollecitare approfondimento e confronto sul tema della Cultura.

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Marzabotto, la Memoria s’incontra a teatro

LO SPETTACOLO
In scena al Duse lo spettacolo di Belli e Lucarelli sull’eccidio.

Matteo Belli nei panni di GargiuloHa cercato di includerli tutti in un abbraccio, il bravo Matteo Belli, alla fine dello spettacolo: i bolognesi del pubblico del Teatro Duse, che non smettevano di applaudire, ma soprattutto i superstiti, i testimoni, la gente di Marzabotto, Grizzana, Monzuno alla quale l’attore aveva chiesto in prestito la voce. Sapeva ci sarebbero stati, per loro erano riservati posti nelle prime file. E in effetti c’erano: qualcuno in gruppo, altri sparpagliati in quella porzione di platea proprio a ridosso del palcoscenico. Li si riconosceva dai capelli bianchi, dal vestito “buono”, dal trafficare attento di una serie di persone attorno a loro affinché trovassero i posti e potessero seguire al meglio lo spettacolo.

Una era seduta nel settore a sinistra, quello dei posti dispari, in terza fila: è arrivata a teatro con la figlia e la nipote, tre generazioni sedute una accanto all’altra. Portava un tailleur scuro, morbido, e al collo si intravedeva appena un foulard a fiori. Per staccare un po’ tutto quel nero, si capiva, fanno così un po’ tutte le nonne, quasi fosse una regola quando ci si veste per uscire. Ha ingannato con le chiacchiere i minuti prima dell’inizio, borsa appoggiata sulle gambe mentre con le mani rese piccole dagli anni giocava a intrecciare i manici. Poi quando in sala è calato il buio, senza lasciare discorsi a metà ma concludendo le ultime frasi sottovoce, si è messa zitta e concentrata sulla scena.
All’inizio, quando nonna figlia e nipote erano arrivate in platea, faticavano a trovare le tre poltroncine: «Mamma i numeri sono scritti al contrario, mi confondo» lamentava la figlia per giustificare l’impaccio. «Un affare di stato» ha replicato lei, paziente come le mamme di una volta e quasi tra sé e sé.

Già, un affare di stato: pochi minuti dopo è proprio Matteo Belli, o meglio l’archivista Gargiulo che Belli interpreta sulla scena, ad utilizzare questa espressione. «Ho richiesto una stufetta da tre mesi – si duole con l’interlocutore fuori campo – ma sembra un affare di stato». L’archivista Gargiulo è l’espediente narrativo che Carlo Lucarelli e Matteo Belli hanno escogitato per penetrare con la lama della messa in scena il racconto dell’eccidio di Marzabotto, l’opera in prima nazionale l’alta sera in via Cartolerie. Gargiulo – occhiali spessi, pantaloni cascanti, giacca, sciarpa e un raffreddore micidiale – lavora in un posto sotterraneo, “il luogo dell’oblìo” lui lo definisce. Un inferno dove si spostano anime, fantasmi con cui è difficile convivere. Di quell’inferno lui è Virgilio: conosce i segreti, è capace di guidare. Lì, negli interrati della Procura Generale di Roma, dalla mattina alla sera lui sistema carte: le legge, le protocolla, le archivia. E le custodisce in quel luogo che è più sicuro di una cassaforte: «È come nascondere i gioielli della regina – spiega -tra i panni sporchi dei servitori». Un giorno, gli autori faranno capire alla fine che è il 1973, un giornalista arriva e gli chiede di vedere il fascicolo numero 1937, quello che da più di 10 anni è chiuso in un armadio girato con le ante contro il muro. Nessuno sa di quell’incontro e nessuno dovrà saperlo in seguito.

Così prende voce l’armadio della vergogna, quello che fino al 1994 ha tenuto i nazisti che uccisero 770 civili a Monte Sole al sicuro dalla Giustizia. Per volere di nostri ministri e in nome di una logica che oggi la storia ha ribattezzato, appunto, come “vergogna”. E così riprende voce anche l’anziana signora in terza fila: «È vero» le si sente dire a un certo punto, mentre nell’armadio passano in rassegna le testimonianze. E dopo un po’ aggiunge: «È la Lucia». Prima sottovoce, poi scossa il braccio della figlia e glielo ripete: «È la Lucia». È di Lucia, un’altra sopravvissuta, la voce che Belli in quel momento prende in prestito e che parla del crudele sterminio di un’intera famiglia. L’attore cambia tono e il bisbiglio della donna gela i vicini: «Questa sono io…».

«Sssss…»: qualcuno sente solo un borbottìo e chiede silenzio, lei smette subito. Ma dopo poco, di nuovo, non resiste: «Ce l’ho anch’io!» dice alla figlia quando l’attore alza una copia del Carlino dell’ottobre del 1944. «Mentirono» aggiunge con rabbia. Poi l’insabbiamento: mentre il personaggio racconta lei ripassa a fil di voce gli artefici della vergogna e si sofferma su uno: «Santacroce – dice – lui ha fatto carriera archiviando quel fascicolo».

Lo spettacolo alla fine ricorda la sentenza di La Spezia del 2007: dieci ergastoli, tutti i colpevoli in contumacia, nessuno di loro andrà in carcere. Quando le luci in sala si riaccendono gli applausi durano a lungo: Belli è emozionato quanto la platea e ringrazia gli enti locali – Comunità Montana, Provincia e Regione – che hanno prodotto lo spettacolo.

«È tutto vero, non hanno cambiato una virgola» è l’ultimo commento carpito alla signora in terza fila. Poi si è alzata, a passi piccoli si è liberata dalle poltroncine e si è avviata verso l’uscita, per riportare i suoi ricordi in quei crinali dove 64 anni fa con crudeltà furono impressi. Testimoni diretti come lei tra dieci o vent’anni non ce ne saranno più, e la Memoria diventerà solo un fatto di documenti, luoghi, date e cippi celebrativi. Ma anche, fortunatamente, una prosa teatrale sulla cui messa in scena si sono fusi gli sguardi dei protagonisti, e che con tenerezza inciampa nel dialetto e nella “s” bolognese. Senza dimenticarsi però di raccontare, assieme ai fatti, il senso di quella profonda e incancellabile vergogna.

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