Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Cosa sappiamo noi della notte?

IL LIBRO
Nel nuovo romanzo di Grazia Verasani, la detective Giorgia Cantini si trova alle prese con un omicidio a stampo omofobico. Nelle notti bolognesi – tra Cassero e Atlantide, cruising bar e battuage – un intreccio denso e avvincente che indaga negli amori e nei pregiudizi. Mercoledì prossimo, 21 novembre, la presentazione al Cassero.

Cosa sai della notteL’omicidio di Oliviero Sambri – per tutti Oliver – è una storia che a molti può sembrare già sentita: omosessuale, sieropositivo, viene pestato e sfigurato fino a togliergli l’ultimo fiato di vita, di notte, nei luoghi in cui a Bologna scorrono droga e sesso mercenario. Un assassinio come molti, di quelli che si archiviano rapidamente tra le storie di balordi, senza enfasi e quasi senza dolore, perché – questa è la frase che manca, ma si intuisce, alla fine di quegli articoli di giornale troppo brevi – in fondo “se la sono un po’ cercata”. È innanzitutto l’ingranaggio di questo cinico automatismo che Giorgia Cantini, l’eroina partorita dalla penna di Grazia Verasani, si trova a dover forzare in “Cosa sai della notte” (Ed. Feltrinelli – Foxcrime), l’ultimo lavoro della scrittrice bolognese. Per la detective il primo compito è quello di stabilire che quella violenza un volto ce l’ha e ha anche un nome, e che quel fatto pretende giustizia come ogni altro fatto criminoso.

Il viaggio a ritroso nella vita di Oliver, così come ce lo offre la penna abile di Grazia Verasani, è un’incursione senza filtri nel pensiero pregiudiziale, un blitz che smaschera una società dominata dalla doppia morale. Sul blocchetto degli appunti dell’investigatrice privata si elencano doppie vite, perbenisti puttanieri e puttane perbene, racconti e prospettive che solo una volta che si saranno demoliti a vicenda condurranno alla verità. Ma su quel bloc-notes ci finisce anche tanto amore, ogni volta camuffato per meglio corrispondere alle categorie di chi l’amore preferisce ridurlo a una foto di gruppo da tenere in mostra sulla scrivania.

Poi c’è la notte, la penombra dove noi tutti giocatori di ruolo consumiamo la nostra vera partita. Di notte si vive e di notte si muore, di notte ci si mostra e ci si nasconde. Gay e lesbiche, fino ad anni recentissimi, hanno sentito l’esigenza di celarsi, di mimetizzarsi in un una società ‘tradizionalista’ che pretendeva da loro l’adeguamento alla norma, cioè l’eterosessualità. E ancora oggi, nonostante le gremite manifestazioni dell’orgoglio Lgbt, molti omosessuali scelgono di nascondersi, di dissimulare, di travestirsi da padri e madri di famiglia per vivere nell’ombra, di nascosto, amori e desideri. La notte per loro è stato il primo nascondiglio, il retroscena buio dove smettere i panni della farsa. Nella notte le barriere dell’identità si fanno liquide, i connotati si sfumano e i desideri – prepotenti – si dichiarano.

Ogni giorno ha la sua notte, qualunque sia il livello di simulazione messo in campo alla luce del sole, esiste un luogo buio in cui quel compromesso si scioglie: nella penombra le categorie del mondo si incontrano, si osservano, accorciano le distanze, si mescolano le une nelle altre. Lo sguardo che Grazia Verasani affida alla sua detective è perfettamente in grado di cogliere questa complessità: Giorgia Cantini si getta nell’ampolla di questa alchimia, è lei stessa amante tra gli amanti, e del mondo che attraversa fornisce un ritratto autentico, epidermico, che nemmeno per un attimo sceglie la prospettiva “comoda” del voyeur, preferendo ogni volta quella complessa di chi insegue il filo delle biografie.

Mercoledì prossimo, 21 novembre alle 21, al Cassero di Bologna dedicheremo una serata a “Cosa sai della notte”, il romanzo di Grazia Verasani. Lo faremo assieme a lei, l’autrice, con le testimonianze di Roberto Dartenuc, gestore ma soprattutto osservatore della rete di cruising bar gay del nostro Paese, e con le letture di Roberta Mazzieri. In quelle pagine ritroveremo il Cassero, Atlantide, la Manifattura e Michelino. Ma soprattutto i nostri amori, le offese che subiscono, la tenacia di chi, nonostante tutto, non rinuncia ad amare.

Prima il degrado, ora l’enclave della cultura “alta”: la Manifattura delle Arti raccontata Oltreoceano

L’INTERVISTA
é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l’intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L’autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell’Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.
(Pubblico di seguito la versione integrale dell’intervista. Qui trovate invece il pdf della versione “short” pubblicata sull’Informazione di Bologna il 31/12)

La Manifattura delle Arti - BolognaChiedere a una ex residente del Quartiere Porto di Bologna un giudizio sull’area in cui ha vissuto può far pensare a una sorta di regolamento di conti, o almeno a un giudizio di parte. Ma se questa ex residente è Giorgia Aiello, ricercatrice confermata presso l’Institute of Communication Studies dell’Università di Leeds, uno dei più prestigiosi atenei britannici, dove dirige il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il pregiudizio naturalmente si dissolve. Specie se si considera che Aiello è autrice di un saggio pubblicato la scorsa estate nella rivista statunitense Western Journal of Communication e che parla proprio del quartiere in cui è vissuta.

Dottoressa Aiello, il suo articolo racconta Oltreoceano l’intervento di riqualificazione della Manifattura delle Arti (MdA): dall’essere una “ferita” di degrado a ridosso delle mura cittadine, ora – lei dice- è una sorta di enclave della cultura alta, un luogo che vuole rappresentare a distanza un po’ la “vecchia bologna”   e un po’ il fermento della produzione culturale, utilizzando gli stilemmi tipici della globalizzazione. Insomma, suona quasi come una bocciatura….

«No, non si tratta di una bocciatura…piuttosto di un’osservazione approfondita, che ho voluto fare con gli strumenti che avevo a mia disposizione: la mia storia personale, la sociologia visuale, e metodologie di stampo etnografico e semiotico. Sono nata e cresciuta a ridosso dell’Ex Manifattura Tabacchi, e lì sono rimasta fino al 2002, anno in cui mi sono trasferita negli Stati Uniti per gli studi di dottorato. Già dal 2003, quando l’Ex Manifattura Tabacchi è stata ufficialmente ribattezzata ‘Manifattura delle Arti’, ho cominciato ad osservare con interesse il cambiamento della zona. E soprattutto, con l’aiuto di moltissime passeggiate , ho cominciato a pensare alle implicazioni di questo cambiamento. Durante gli studi di dottorato in America, mi sono interessata al rapporto fra comunicazione e ambiente urbano. In quegli anni, ho pubblicato alcuni saggi su contesti nordamericani ed europei, ho fatto ricerca su varie capitali europee della cultura, e ho anche co-diretto il progetto Urban Archives, un archivio digitale con oltre 2000 immagini dei vari aspetti comunicativi che si possono osservare nelle città. Fra il 2009 e il 2010 ho dunque deciso di estendere questo tipo di ricerca al mio quartiere di nascita, e ho scattato quasi 300 fotografie della Manifattura delle Arti, che ho poi ho usato come dati. E non è un caso che abbia deciso di condurre questa ricerca proprio nel momento in cui stavo nuovamente emigrando, dall’America alla Gran Bretagna, dove mi trovo ora. Volevo condurre un’indagine approfondita, che offrisse un contributo serio sia alle diverse discipline che si occupano di riqualificazione urbana sia, in qualche modo, alla mia città d’origine. Nel farlo, volevo anche capire qualcosa in più del mio quartiere e delle mie radici. Quindi no, non è una bocciatura, ma una dimostrazione d’amore direi! E l’amore vero, si sa, a volte è un po’ spigoloso».

La riqualificazione di quell’area, lei stessa ammette, ha guarito una ferita nella città…

«Assolutamente sì. Ha interrotto una vera e propria emorragia, letterale e metaforica. Non dobbiamo dimenticare che, per decenni, e sicuramente per i miei primi 26 anni di vita, la zona dell’Ex Manifattura Tabacchi ha rappresentato il non plus ultra del degrado all’interno del centro storico…ancor prima di via Zamboni e Piazza Verdi, ad esempio—luoghi che, non a caso, di recente sono stati oggetto di progetti di ‘restyling’. L’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita che sanguinava copiosamente. Sanguinava in maniera letterale, se pensiamo al problema dell’eroina che ha investito questa zona fra gli anni Settanta e Ottanta. Io stessa ho ricordi molto vividi delle siringhe usate che vedevamo regolarmente per strada quando mia madre mi accompagnava alle Panzacchi, le scuole elementari di via Marconi (che ora sono le Rubbiani). Ricordo anche veri e propri mucchi di siringhe abbandonate negli angoli più riparati di via del Castellaccio. Per non parlare degli strani divieti dei miei genitori, che da bambina mi permettevano di pattinare con le mie amiche fino ai giardinetti del Palazzo dello Sport, ma che mi intimavano di “non passare mai dal Cavaticcio”. E in effetti, credo di aver passeggiato per la prima volta da sola in via del Castellaccio alla veneranda età di 22 anni, sebbene avessi già alle spalle un’esperienza di viaggio in treno attraverso l’Europa con l’inter-rail e un anno di Erasmus in Germania.
E, in senso metaforico, l’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita nel cuore di una città che si è sempre presentata (spesso a ragione, a volte in maniera quasi mitologica) come un modello di civiltà ed emancipazione. I miei genitori vivono ancora in via Lame, e a dire il vero hanno anche tratto alcuni vantaggi dal ‘risanamento’ della zona. Io stessa mi sento più tranquilla sapendo che, con l’avanzare dell’età e in mia assenza, si potranno muovere in un ambiente non più degradato. So che spesso vanno al Mercato della Terra, e sembra che mia madre sia riuscita a trovarvi un banchetto delle verdure con prezzi un po’ più abbordabili. Frequentano anche il Lumiere, a patto che almeno uno dei film in programma non sia in lingua originale con i sottotitoli!».

Però, del riposizionamento simbolico della MdA di cui parla nel suo saggio, sembrano aver fatto le spese proprio i residenti, prima circondati dal degrado, oggi da una sorta di baratro invisibile…

«E questa è una delle note dolenti. Questa è una delle poche zone del centro storico di Bologna che ospita stabilimenti di edilizia popolare. Io sono cresciuta in un edificio di proprietà di quello che una volta era l’INPS, con affitti a equo canone. I miei genitori e molti dei loro vicini abitano qui da più di 40 anni. Anni fa il palazzo è stato acquistato da privati. Agli inquilini è stata data l’opzione di acquistare il proprio appartamento, a prezzi di mercato elevati data la riqualificazione della zona. Chi ha deciso di non acquistare il proprio appartamento, come i miei genitori, prima o poi dovrà lasciarlo.
Quella del ‘baratro invisibile’ è una metafora che mi piace molto, perchè dal punto di vista materiale un aspetto fondamentale della riqualificazione della MdA è proprio quello di creare dei confine visibili e persino ‘tattili’ fra la ‘cittadella della cultura’ e tutto ciò che la circonda…oltre quei confini, temo, si rischia davvero di precipitare, dato che si è prestata molto poca attenzione alle caratteristiche e alle problematiche della popolazione circostante, nonchè al contributo che la comunità locale avrebbe potuto dare al miglioramento, di certo necessario, della zona».

Il suo saggio è uscito mentre a Bologna si inaugurava una nuova importante porzione di quell’intervento di riqualificazione: il Parco del Cavaticcio. Le è capito da allora di visitarlo? Conferma o attenua la sua analisi?

«Al tempo della mia ricerca sul campo, il parco del Cavaticcio era ancora in costruzione. Si poteva già osservare la ‘riscoperta’ del canale, di cui ho anche scattato alcune fotografie. Già a quel tempo, come ho scritto nell’articolo, intuivo gli intenti estetici ed estetizzanti della progettazione del parco. Ad esempio, ho subito notato l’aggiunta di opere d’arte nello spazio pubblico e leggendo alcuni articoli e interviste con i tecnici coinvolti nel progetto, ho capito che il reinserimento dell’acqua in superficie aveva uno scopo quasi solamente estetico.
Da allora ho avuto modo di visitare il parco varie volte e sono anche andata all’inaugurazione, ma solamente in veste di normale cittadina. E’ effettivamente molto bello, e il design che lo caratterizza rispetta pienamente l’andamento naturale del letto del canale. Mi sembra però anche un parco un po’ scomodo e, per così dire, ‘stilizzato’. Per quel che ho potuto osservare, ad esempio, ci sono delle belle panchine in pietra, che però non hanno schienale, e i due accessi su via Azzo Gardino e via del Porto sono poco adatti a persone con problemi di mobilità…penso, naturalmente, ai miei genitori e a persone anziane come loro, ma anche a persone in sedia a rotelle o con bambini piccoli e passeggini».

Raccontando la sua esperienza di ex residente lei descrive luoghi come il Dopolavoro o il cinema Embassy e attribuisce loro un ruolo di catalizzatori nel rapporto tra una comunità e il suo quartiere “difficile”. Ora lì c’è ancora un cinema – il Lumière – e alcuni bar ma l’obbiettivo dell’integrazione è ben lontano dall’essere raggiunto. Secondo lei perchè?

«Nella Manifattura delle Arti, gli spazi dedicati alla socialità sono rivolti a un certo tipo di soggettività. Con un velo di (auto)ironia, direi che sono rivolti a persone come me. Persone della mia età, o più giovani, con gusti culturali e stili di vita di un certo tipo. Dall’aperitivo estivo davanti al Lumière, con vini e cibi biologici e locali, a quello invernale e di sapore cosmopolita all’Ex Forno, magari subito dopo aver visto una mostra d’arte contemporanea al MamBO. E ancora, le rassegne cinematografiche del Lumière, che ho imparato ad amare quando ancora il cinema si trovava in via Pietralata. E gli ottimi festival Gender Bender e Soggettiva. E poi, naturalmente, il Mercato della Terra, bastione di Slow Food. Io, come molti miei simili, mi trovo perfettamente a mio agio in questi contesti, e ne apprezzo i sapori, i contenuti, e gli intenti. Ma di certo, i nuovi luoghi e gli eventi che caratterizzano la Manifattura delle Arti hanno un che di radical chic ed esclusivo. Il Centro Costa è un’eccezione, direi, all’evidente stilizzazione di questa zona, che tende a rivolgersi a pubblici piuttosto omogenei per età, gusto, estrazione socio-economica, e identità politica e culturale».

L’area della MdA per un periodo è stata luogo di occupazioni, e ospita tuttora in uno dei suoi edifici storici – la Salara – la sede dell’Arcigay. Queste presenze – lei spiega – soffrono di una costante marginalizzazione: secondo lei perchè?

«La marginalizzazione di individui e gruppi che incarnano delle diversità e, per così dire, delle ‘devianze’ non è un fatto nuovo o isolato a progetti come la Manifattura delle Arti. La letteratura sociologica sui cosiddetti processi di ‘gentrificazione’ è strapiena di riferimenti a fenomeni di questo tipo. Anzi, molto spesso sono proprio le comunità di artisti, attivisti politici, e persone LGBTQ che fanno da ‘apripista’ per la riconversione di quartieri ‘degradati’ in zone di pregio—per poi esserne espulse, per vie politiche o economiche. Per quanto riguarda la Manifattura delle Arti, non credo assolutamente che ci siano degli intenti espliciti alla base della marginalizzazione discorsiva ed effettiva di questi gruppi. Tuttavia, le narrazioni e le pratiche che sottendono alla pianificazione e alla realizzazione di progetti di riqualificazione urbana sono sempre la manifestazione di un certo spirito dei tempi, per non dire di ideologie dominanti, per quanto implicite. Non è sorprendente, dunque, che un gruppo di creativi radicali come il MetroLab sia stato immediatamente espulso da uno spazio in disuso come l’ex Cinema Embassy, che da allora è rimasto vuoto. Non mi sembra consolante la prospettiva che l’Embassy venga trasformato in un auditorium progettato dall’archistar Renzo Piano. Ed è un fatto che, nonostante il suo spessore politico e culturale a livello nazionale, il Cassero sia stato regolarmente marginalizzato nelle attività di ‘presentazione’ della Manifattura delle Arti. Ad esempio quando Guazzaloca escluse l’Arcigay dalla comunicazione pubblica della neonata cittadella della cultura. O quando Cofferati pensò di spostare l’Arcigay dalla Salara, nonostante avesse criticato Guazzaloca per aver espresso lo stesso intento. E mi è stato detto che, di recente, il Cassero è stato definito ‘la Salara’ in una nuova app del Comune per la comunicazione pubblica della città. Ciò che viene detto o non detto è sintomatico di ciò che viene ritenuto accettabile o, al contrario, deviante. Perchè si puo’ dire ‘Cineteca’ e non ‘Cassero’ oppure ‘Arcigay’? Il ‘non dicibile’ è alla base della marginalizzazione e dell’esclusione, simbolica o materiale».


Volendo percorrere l’idea di chi ha immaginato quell’area come rappresentazione di Bologna allo sguardo del forestiero, secondo lei, visto da lontano, è un biglietto da visita efficace?

«Vista da lontano, la MdA è un biglietto da visita molto efficace, proprio perchè sintetizza alcune delle esigenze chiave del capitalismo post-industriale: l’enfasi sulla produzione culturale e sulla creatività come motori economici privilegiati, la comunicazione di identità distintive e di punti di differenziazione quali la tradizione storica e il ‘colore’ locale, e la presenza di ‘format’ e generi architettonici universalmente riconoscibili e accettati, come la combinazione di vetro, acciaio, legno e forme inusuali come i ‘cilindri’ del Lumiere e del MamBO. Tutto questo contribuisce a comunicare Bologna come una ‘world-class city’, una città di livello internazionale…e dunque anche come potenziale destinazione di capitali provenienti da ambiti economici chiave del capitalismo contemporaneo, quali il turismo, le industrie creative, e la produzione culturale. E vorrei anche sottolineare che la MdA non è semplicemente un progetto di riqualificazione urbana…è un vero e proprio progetto di comunicazione. Ormai la configurazione fisica delle nostre città – o, per semplificare, il paesaggio urbano – non ha risvolti solamente locali o al massimo nazionali. Il paesaggio urbano è sempre di più anche una sorta di cachet internazionale se non globale, una forma di valuta visuale e materiale che viene regolarmente scambiata tramite i mezzi linguistici e visivi della comunicazione pubblica».

Infine, alla luce delle sue analisi, se le fosse data la possibilità di suggerire alcune azioni di miglioramento per quell’area, quali sarebbero le sue priorità?

«Premetto che la mia professionalità non mi permette di sostituirmi alle istituzioni e agli operatori che si occupano realmente della progettazione e dell’applicazione concreta di migliorie e opere di riqualificazione. Ciò che posso offrire personalmente sono gli strumenti dell’osservazione e dell’analisi fondata su principi multidisciplinari, quali l’indagine storica, sociale ed estetica. E credo fermamente che nella pianificazione urbana ci sia bisogno anche di questi strumenti. Tant’è che, in questo stesso ambito, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sociologi, antropologi, geografi e ora anche studiosi di comunicazione vengono sempre di piu’ interpellati e persino assunti come consulenti. Sulla base dei miei studi e delle mie osservazioni, penso tuttavia che, adesso come adesso, la Manifattura delle Arti sia un progetto esclusivo—in entrambi i sensi della parola. E forse è solamente una questione di tempo…e magari nel tempo, il contenitore MdA si riempirà di contenuti sociali all’insegna dell’inclusione e della diversità. So che di tentativi in questo senso ce ne sono. In effetti, luoghi in disuso come l’Embassy e il Dopolavoro ferroviario potrebbero essere l’oggetto di un processo partecipativo oppure di una scelta politicamente ‘forte’ e anticonformista. Si tratterebbe insomma di decidere se dedicare almeno una parte della Manifattura delle Arti a usi generati ‘dal basso’ (ad esempio dai cittadini residenti nel quartiere) oppure a progetti creativi e sociali radicali e non legati a istituzioni riconoscibili e universalmente acettate quali quelle che al momento ‘presidiano’ la zona (ad esempio l’Università o la Cineteca). In entrambi i casi, penso anche che si andrebbe incontro a complessità e imprevisti probabilmente poco remunerativi. E che per fare qualcosa del genere ci vorrebbe molto coraggio. E non escludo che ci si stia già muovendo in questa direzione.
Il mio articolo sulla Manifattura delle Arti è infatti solamente l’inizio di un progetto di ricerca più ampio sulla riqualificazione urbana nel contesto bolognese. Intendo ampliare la mia indagine e trasformarla in uno studio sistematico delle politiche, pratiche ed esigenze all’origine delle trasformazioni fisiche di un luogo come la Manifattura delle Arti. Per questo motivo, l’estate scorsa ho preso contatti con l’Urban Center di Bologna, e spero di poter presto cominciare a intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni, architetti, ingegneri, residenti e altri gruppi e individui coinvolti in questo e altri progetti di riqualificazione a Bologna. Che rimane sempre e comunque la mia città, il mio luogo d’origine…e attraverso il mio lavoro di ricerca, spero di poterle dimostrare il mio amore».

Giorgia Aiello, classe 1976, si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Poi, ha ottenuto una borsa di dottorato presso la University of Washington di Seattle. Dal 2008 al 2009 è stata assistant professor presso la Colorado State University. Dal 2010 è docente presso l’Institute of Communications Studies dell’Università di Leeds. Si occupa di comunicazione visiva e materiale di differenze sociali e culturali in testi e contesti tipici del capitalismo post-industriale

La Miss Alternative dell’era Cancellieri sfila tra gli sfarzi di Palazzo Re Enzo

L’EVENTO
Domani il defilé del Cassero a cui Cofferati negò la piazza. Edizione dedicata a Marcella Di Folco

Miss FvlnUna volta si fronteggiarono “a distanza” a suon di carte bollate (il patron Mirigliani ebbe da dire sul nome originale della kermesse antagonista) ma mai era successo finora che Miss Italia e The Italian Miss Alternative mettessero le loro passerelle l’una contro l’altra. Domani sera, invece, succederà e forse sarà proprio questo il primo “lusso” del singolare defilé a sostegno della lotta all’Aids, dedicato quest’anno – appunto – alla ricchezza più scintillante. “Sognate il lusso? Sognate pure!” diceva Stefano Casagrande, che diciassette anni fa diede vita all’originale sfilata en travesti e del quale quest’anno si ricorda il decennale della scomparsa. E a forza di sognare, in effetti, qualche desiderio si avvera: se nel 2005 la kermesse prodotta dal Cassero arrivò a scontrarsi duramente con l’allora sindaco Sergio Cofferati che non aveva concesso piazza Maggiore come location, quest’anno (proprio quando Bologna è senza sindaco) il defilé arriva vicinissimo al Crescentone e si colloca nella – guarda caso – lussuosa sala del Podestà di Palazzo Re Enzo.

L’appuntamento è fissato per le 22, orario in cui Agònia e Donna Clelia (le due anfitrione della kermesse) daranno via alla sfilata delle 20 concorrenti in gara. Che in realtà – e qui sta il “gioco” – sono tutte dei “lui”, per l’ occasione in versione “tacchi e parrucca”, ma soprattutto agghindati con un’improbabile haute couture da discarica, una divertente sintesi tra la pattumiera e le patinate riviste di alta moda. La formula, ormai, è arcinota: ogni anno un tema da “trasformare” in abito da sera, utilizzando i materiali più disparati, dalla ferramenta all’ortofrutta. Negli anni – questa è la diciassettesima edizione del concorso – l’abilità degli “stilisti” si è naturalmente affinata così come si è acuita esponenzialmente la rivalità tra le (pseudo) modelle. Il risultato perciò è davvero sorprendente e vale senza dubbio un palcoscenico importante. Per contrasto, nessun nome importante nella giuria, di solito frequentata da personaggi della cultura e dello spettacolo (anche Jean Paul Gautier e Amanda Lear nell’albo d’oro del concorso). Il verdetto sarà quindi popolare, emesso cioè dalla giuria di “big donors” che hanno acquistato per 50 euro il posto in poltronissima. Gli altri potranno assistere sedendo nella tribuna numerata (20 euro) o in piedi (15 euro). I proventi saranno destinati a quattro associazioni bolognesi che si occupano di lotta all’Aids. Lo spettacolo di quest’anno è dedicato a Marcella Di Folco, venuta a mancare tre giorni fa, da sempre tra i protagonisti della manifestazione.

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IL VERO LUSSO è UN GIARDINO
All’inizio doveva essere una via o una piazza, almeno così aveva promesso con toni trionfalistici il sindaco Cofferati il 28 giugno del 2008 ricevendo a palazzo i leader del movimento lgbt, che quel giorno portavano il gay pride ai piedi delle Torri. Avrebbe intitolato una strada a Stefano Casagrande, “padre” di Miss Alternative e attivista di prima linea della comunità gaylesbica bolognese: questo promise allora il sindaco. Poi però la strada diventò più semplicemente un giardino, approvando in fretta e furia una delibera quando già Cofferati aveva la valigia in mano. Ma neanche il giardino, poi, è mai stato inaugurato. Dal Cassero parlano di «questioni burocratiche legate alla caduta del governo locale». Ma quella delibera in realtà già c’è, non serve una Giunta per approvarla di nuovo. Semmai sembra mancare un tosaerba.

Marciapiedi fuorilegge?

L’INCHIESTA PER CASSERO MAGAZINE 1
“E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. […] La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume”. (Intervista di Oriana Fallaci a Lina Merlin – L’Europeo 1963, n. 28)

prostituteA saltare all’occhio per prime sono sempre le coincidenze. E più sono lontane, impossibili, più sembrano essere unite da un legame intimo e quasi sovrannaturale, esito evidentemente più del cinismo del destino che della volontà e dell’intelligenza degli uomini.

Il 13 dicembre scorso a Roma, in piazza Farnese, si è svolto un imponente summit di ombrelli rossi: sotto i paraventi di nylon trovavano riparo dalla pioggia le sex workers d’Italia, non tutte naturalmente, ma una rappresentanza delle più caparbie e combattive 2. Perché in Italia per le lucciole si è aperto il tempo della lotta: la miccia l’ha accesa Mara Carfagna, neoministra ed ex soubrette, col suo ddl approvato lo scorso settembre dal Consiglio dei Ministri e ora al vaglio delle Camere. A cinquant’anni dalla famosa legge Merlin, quella che tolse le mani dello Stato dalla gestione della prostituzione cancellando di fatto le case chiuse, la ministra berlusconiana ha annunciato un giro di vite senza precedenti che si accanisce su clienti e prostitute, istituendo in particolare il divieto di “adescare” in luogo pubblico. Clienti e lucciole rischiano da 5 a 15 giorni di arresto ed una multa da 200 fino a 3mila euro. Se a vendere il sesso per strada è un minore straniero, poi, la nuova legge prevede pene severe per gli sfruttatori e il rimpatrio immediato del giovane. In quello stesso paese d’origine dove, fino a prova contraria, è stato avviato al mestiere della prostituzione. Nonostante le proteste delle associazioni da anni mobilitate contro la cosiddetta “tratta” di donne e minori (Save the Children e Gruppo Abele hanno per primi espresso la loro contrarietà) la ministra è andata avanti con la caparbietà con cui prendeva la rincorsa per fare la ruota ai tempi della sua formazione e ha continuato a sostenere senza tentennamenti il suo minuscolo decreto. Minuscolo perché, a dispetto di un dibattito che si è ingrossato nei decenni e di una bibliografia che mette a confronto le numerosissime soluzioni adottate in tutto il mondo, la proposta di Mara Carfagna è sintetizzata in due paginette striminzite, con pochi riferimenti e nessuna spiegazione. D’altronde l’unica spiegazione possibile l’ha data la stessa ministra il giorno in cui ha presentato alla stampa la sua iniziativa: «Come donna impegnata in politica e nelle istituzioni, la prostituzione mi fa rabbrividire – ha detto -. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo. Ma mi rendo conto che è fenomeno che esiste e che purtroppo non può essere debellato, come la droga». La sfrontatezza con cui Mara Carfagna ha tracciato una linea di distinzione – assolutamente arbitraria – tra i suoi trascorsi senza veli e il cosiddetto mestiere più antico del mondo è senz’altro l’aspetto che ha reso più livorosa la “rivolta” delle lavoratrici del sesso. Le quali, manco a dirlo, ogni volta che la ministra veniva nominata in piazza Farnese portavano ritualmente la mano destra al viso, come se impugnassero un oggetto dalla sezione rotonda, e simultaneamente aprivano la bocca…

prostituteLa criminalizzazione delle squillo, comunque, non è rimasta chiusa nell’ambito dell’iniziativa della ministra dilettante. L’ampliamento dei poteri attribuiti ai sindaci attraverso il decreto sicurezza ha dato la possibilità ai primi cittadini di governare a colpi di ordinanze: arrivano i sindaci con la bacchetta magica, insomma, ai quali basta buttar giù due righe per rendere immediatamente operativi strumenti di cui l’Italia non si era mai dotata, dai padri della Costituzione in poi. La prostituzione, naturalmente, è stata individuata come ambito “ideale” per sperimentare i nuovi “superpoteri”, così Gianni Alemanno e altri sindaci di area berlusconiana hanno anticipato il Carfagnapensiero in ordinanze ad hoc che puniscono a suon di contravvenzioni tanto le prostitute quanto i loro clienti. Multe prima di 200 euro, poi fino a 500 a tutti coloro che adescano o si fanno adescare per strada. Un processo alle intenzioni, insomma, che utilizza come “indizi” gli abiti succinti o “contrari alla pubblica decenza”, facendo rientrare nel campo del “fuorilegge” perfino la cara minigonna. E soprattutto cavalcando l’illusione che per una prostituta sia impossibile indossare un paio di jeans, e il paradosso che la prostituzione sia solo un fatto di donne, che non esistano cioè uomini da marciapiede per i quali è superfluo – se non addirittura controproducente – il ricorso alla scollatura.

prostituteMa su tutto, dicevamo, quello che più salta all’occhio è la coincidenza: perché mentre a Roma le lavoratrici del sesso alzavano il loro coro di protesta da piazza Farnese, in quello stesso sabato nel Bolognese – per la precisione in due municipalità della cintura, Anzola dell’Emilia e Crespellano – due sindaci del Partito Democratico, Loris Ropa e Gianni Gamberini, facevano il loro primo esperimento con i nuovi superpoteri. Obbiettivo, naturalmente, il contrasto della prostituzione sulla via Emilia Ponente attraverso le collaudate “armi” del sindaco Gianni Alemanno. Multe ai clienti e alle prostitute, quindi, e poco importa se il Partito Democratico – quello a cui i due sindaci sono iscritti – ha presentato una proposta alternativa a quella di Mara Carfagna e che la deputata Paola Concia fosse in piazza a manifestare con le lucciole. Poco importa anche che norme del genere applicate su fazzoletti di chilometri abbiano l’evidente ambizione di spostare semplicemente la “polvere” oltre il confine senza risolvere nulla in realtà. E poco importa perfino – nonostante gli stessi sindaci riconoscano la situazione di sfruttamento di quelle ragazze – se nel frattempo nulla si fa per far venire a galla e punire questo sfruttamento, anzi si incentiva apertamente (un riferimento esplicito è presente nel ddl Carfagna) il ricorso all’appartamento. Dove tutto diventa invisibile, e si sa “occhio non vede, cuore non duole”. “Se vedo un sindaco del centrodestra amministrare bene io non ho alcun problema ad ammetterlo” rivela sereno Gianni Gamberini, fascia tricolore a Crespellano. Per lui quella fila di ragazze discinte sulla via Emilia, anche a ridosso delle abitazioni, non è più tollerabile. «La nostra è un’ordinanza che va incontro al malessere dei cittadini rispetto a un fenomeno che esiste da anni» spiega. «Oggi come oggi abbiamo in mano solo questo strumento» aggiunge. E lo strumento – già adottato identico a Zola Predosa e al vaglio nella municipalità di Castelfranco, nel Modenese – pare essere diventato di gran moda. Gli effetti, d’altronde, sono già evidenti: l’edizione locale del Resto del Carlino si è improvvisamente riempita di annunci di ragazze disposte a fare un po’ di compagnia, un massaggio, un po’ di coccole. E la cronaca, dall’altra parte, parla sempre più di frequente di “covi” di prostitute sfruttate all’interno di insospettabili condomini. Ma soprattutto le lucciole per strada continuano a morire, ad essere picchiate, seviziate, rapinate. Nonostante i jeans imposti dal sindaco, e con l’aggravante che ora quando una di loro si sente in pericolo non si azzarda nemmeno più a chiamare la polizia, che le farebbe quella salatissima multa che lei non può pagare. La constatazione è banale, insomma, al punto che imbarazza doverla spiegare. E imbarazza soprattutto riconoscere in chi governa a suon di ordinanze l’irresponsabilità dell’uso smodato del potere a scapito del “buon amministrare”, destinando risorse – e non proclami – per la risoluzione dei problemi. In Norvegia ad esempio, cito da La Repubblica dell’1 gennaio, il giro di vite sulla prostituzione si è realizzato – altra coincidenza: proprio negli stessi giorni – attraverso una norma che punisce severamente i clienti, che verranno perseguiti anche se avranno fatto sesso a pagamento all’estero. Insomma il malcostume di cui parlava Lina Merlin a Oriana Fallaci quasi 50 anni fa, in Norvegia viene individuato nella domanda e non nell’offerta. Perciò si persegue anche il turista sessuale alla ricerca di minorenni, rappresentante di un fenomeno che è un vero e proprio settore di traino del turismo italiano e rispetto al quale nessun governo ha mai ritenuto di dover prendere provvedimenti. I clienti in Norvegia rischiano multe pesantissime e una condanna fino a sei mesi di carcere, che diventa di tre anni se la prostituta è minorenne. Per perseguirli la polizia potrà anche ricorrere alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Le lucciole, nel frattempo, saranno invece aiutate con progetti di recupero. Certo anche quest’approccio non parla di autodeterminazione, ma quando parla di sfruttamento sceglie la via meno ipocrita e più efficace per affrontare il problema.

prostituteUn’ultima coincidenza, la più triste. L’ha sottolineata la prima volta Porpora Marcasciano del Mit in un collegamento lampo su “Annozero”, poi me l’ha fatta notare di nuovo Rossana Praitano, presidente del circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” di Roma, quando l’ho incontrata alla manifestazione in piazza Farnese. Il 24 novembre scorso Vladimir Luxuria trionfava all’Isola dei Famosi: in molti hanno parlato di un fatto “rivoluzionario”, qualcuno ha addirittura tirato in mezzo Barack Obama. Per i più si trattava della dimostrazione evidente che il popolo italiano (fatto coincidere ormai definitivamente col pubblico dei reality) stesse cambiando, maturando. Proprio in quelle ore, mentre all’Isola si stappava lo spumante per dare il benvenuto a questo “mondo migliore”, a Centocelle veniva trovato riverso sul marciapiede il cadavere di Roberta, una transessuale proprio come Vladimir, proveniente però dal Brasile e che quella notte, come tante, stava facendo la vita. Che poi è strano chiamarla così quando poi si sa che alla fine spesso arriva una coltellata.

  1. Dal numero di Gennaio/Febbraio di Cassero Magazine. Puoi scaricarlo qui.
  2. La piattaforma politica della manifestazione Adeschiamo i diritti

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