Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Prima il degrado, ora l’enclave della cultura “alta”: la Manifattura delle Arti raccontata Oltreoceano

L’INTERVISTA
é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l’intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L’autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell’Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.
(Pubblico di seguito la versione integrale dell’intervista. Qui trovate invece il pdf della versione “short” pubblicata sull’Informazione di Bologna il 31/12)

La Manifattura delle Arti - BolognaChiedere a una ex residente del Quartiere Porto di Bologna un giudizio sull’area in cui ha vissuto può far pensare a una sorta di regolamento di conti, o almeno a un giudizio di parte. Ma se questa ex residente è Giorgia Aiello, ricercatrice confermata presso l’Institute of Communication Studies dell’Università di Leeds, uno dei più prestigiosi atenei britannici, dove dirige il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il pregiudizio naturalmente si dissolve. Specie se si considera che Aiello è autrice di un saggio pubblicato la scorsa estate nella rivista statunitense Western Journal of Communication e che parla proprio del quartiere in cui è vissuta.

Dottoressa Aiello, il suo articolo racconta Oltreoceano l’intervento di riqualificazione della Manifattura delle Arti (MdA): dall’essere una “ferita” di degrado a ridosso delle mura cittadine, ora – lei dice- è una sorta di enclave della cultura alta, un luogo che vuole rappresentare a distanza un po’ la “vecchia bologna”   e un po’ il fermento della produzione culturale, utilizzando gli stilemmi tipici della globalizzazione. Insomma, suona quasi come una bocciatura….

«No, non si tratta di una bocciatura…piuttosto di un’osservazione approfondita, che ho voluto fare con gli strumenti che avevo a mia disposizione: la mia storia personale, la sociologia visuale, e metodologie di stampo etnografico e semiotico. Sono nata e cresciuta a ridosso dell’Ex Manifattura Tabacchi, e lì sono rimasta fino al 2002, anno in cui mi sono trasferita negli Stati Uniti per gli studi di dottorato. Già dal 2003, quando l’Ex Manifattura Tabacchi è stata ufficialmente ribattezzata ‘Manifattura delle Arti’, ho cominciato ad osservare con interesse il cambiamento della zona. E soprattutto, con l’aiuto di moltissime passeggiate , ho cominciato a pensare alle implicazioni di questo cambiamento. Durante gli studi di dottorato in America, mi sono interessata al rapporto fra comunicazione e ambiente urbano. In quegli anni, ho pubblicato alcuni saggi su contesti nordamericani ed europei, ho fatto ricerca su varie capitali europee della cultura, e ho anche co-diretto il progetto Urban Archives, un archivio digitale con oltre 2000 immagini dei vari aspetti comunicativi che si possono osservare nelle città. Fra il 2009 e il 2010 ho dunque deciso di estendere questo tipo di ricerca al mio quartiere di nascita, e ho scattato quasi 300 fotografie della Manifattura delle Arti, che ho poi ho usato come dati. E non è un caso che abbia deciso di condurre questa ricerca proprio nel momento in cui stavo nuovamente emigrando, dall’America alla Gran Bretagna, dove mi trovo ora. Volevo condurre un’indagine approfondita, che offrisse un contributo serio sia alle diverse discipline che si occupano di riqualificazione urbana sia, in qualche modo, alla mia città d’origine. Nel farlo, volevo anche capire qualcosa in più del mio quartiere e delle mie radici. Quindi no, non è una bocciatura, ma una dimostrazione d’amore direi! E l’amore vero, si sa, a volte è un po’ spigoloso».

La riqualificazione di quell’area, lei stessa ammette, ha guarito una ferita nella città…

«Assolutamente sì. Ha interrotto una vera e propria emorragia, letterale e metaforica. Non dobbiamo dimenticare che, per decenni, e sicuramente per i miei primi 26 anni di vita, la zona dell’Ex Manifattura Tabacchi ha rappresentato il non plus ultra del degrado all’interno del centro storico…ancor prima di via Zamboni e Piazza Verdi, ad esempio—luoghi che, non a caso, di recente sono stati oggetto di progetti di ‘restyling’. L’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita che sanguinava copiosamente. Sanguinava in maniera letterale, se pensiamo al problema dell’eroina che ha investito questa zona fra gli anni Settanta e Ottanta. Io stessa ho ricordi molto vividi delle siringhe usate che vedevamo regolarmente per strada quando mia madre mi accompagnava alle Panzacchi, le scuole elementari di via Marconi (che ora sono le Rubbiani). Ricordo anche veri e propri mucchi di siringhe abbandonate negli angoli più riparati di via del Castellaccio. Per non parlare degli strani divieti dei miei genitori, che da bambina mi permettevano di pattinare con le mie amiche fino ai giardinetti del Palazzo dello Sport, ma che mi intimavano di “non passare mai dal Cavaticcio”. E in effetti, credo di aver passeggiato per la prima volta da sola in via del Castellaccio alla veneranda età di 22 anni, sebbene avessi già alle spalle un’esperienza di viaggio in treno attraverso l’Europa con l’inter-rail e un anno di Erasmus in Germania.
E, in senso metaforico, l’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita nel cuore di una città che si è sempre presentata (spesso a ragione, a volte in maniera quasi mitologica) come un modello di civiltà ed emancipazione. I miei genitori vivono ancora in via Lame, e a dire il vero hanno anche tratto alcuni vantaggi dal ‘risanamento’ della zona. Io stessa mi sento più tranquilla sapendo che, con l’avanzare dell’età e in mia assenza, si potranno muovere in un ambiente non più degradato. So che spesso vanno al Mercato della Terra, e sembra che mia madre sia riuscita a trovarvi un banchetto delle verdure con prezzi un po’ più abbordabili. Frequentano anche il Lumiere, a patto che almeno uno dei film in programma non sia in lingua originale con i sottotitoli!».

Però, del riposizionamento simbolico della MdA di cui parla nel suo saggio, sembrano aver fatto le spese proprio i residenti, prima circondati dal degrado, oggi da una sorta di baratro invisibile…

«E questa è una delle note dolenti. Questa è una delle poche zone del centro storico di Bologna che ospita stabilimenti di edilizia popolare. Io sono cresciuta in un edificio di proprietà di quello che una volta era l’INPS, con affitti a equo canone. I miei genitori e molti dei loro vicini abitano qui da più di 40 anni. Anni fa il palazzo è stato acquistato da privati. Agli inquilini è stata data l’opzione di acquistare il proprio appartamento, a prezzi di mercato elevati data la riqualificazione della zona. Chi ha deciso di non acquistare il proprio appartamento, come i miei genitori, prima o poi dovrà lasciarlo.
Quella del ‘baratro invisibile’ è una metafora che mi piace molto, perchè dal punto di vista materiale un aspetto fondamentale della riqualificazione della MdA è proprio quello di creare dei confine visibili e persino ‘tattili’ fra la ‘cittadella della cultura’ e tutto ciò che la circonda…oltre quei confini, temo, si rischia davvero di precipitare, dato che si è prestata molto poca attenzione alle caratteristiche e alle problematiche della popolazione circostante, nonchè al contributo che la comunità locale avrebbe potuto dare al miglioramento, di certo necessario, della zona».

Il suo saggio è uscito mentre a Bologna si inaugurava una nuova importante porzione di quell’intervento di riqualificazione: il Parco del Cavaticcio. Le è capito da allora di visitarlo? Conferma o attenua la sua analisi?

«Al tempo della mia ricerca sul campo, il parco del Cavaticcio era ancora in costruzione. Si poteva già osservare la ‘riscoperta’ del canale, di cui ho anche scattato alcune fotografie. Già a quel tempo, come ho scritto nell’articolo, intuivo gli intenti estetici ed estetizzanti della progettazione del parco. Ad esempio, ho subito notato l’aggiunta di opere d’arte nello spazio pubblico e leggendo alcuni articoli e interviste con i tecnici coinvolti nel progetto, ho capito che il reinserimento dell’acqua in superficie aveva uno scopo quasi solamente estetico.
Da allora ho avuto modo di visitare il parco varie volte e sono anche andata all’inaugurazione, ma solamente in veste di normale cittadina. E’ effettivamente molto bello, e il design che lo caratterizza rispetta pienamente l’andamento naturale del letto del canale. Mi sembra però anche un parco un po’ scomodo e, per così dire, ‘stilizzato’. Per quel che ho potuto osservare, ad esempio, ci sono delle belle panchine in pietra, che però non hanno schienale, e i due accessi su via Azzo Gardino e via del Porto sono poco adatti a persone con problemi di mobilità…penso, naturalmente, ai miei genitori e a persone anziane come loro, ma anche a persone in sedia a rotelle o con bambini piccoli e passeggini».

Raccontando la sua esperienza di ex residente lei descrive luoghi come il Dopolavoro o il cinema Embassy e attribuisce loro un ruolo di catalizzatori nel rapporto tra una comunità e il suo quartiere “difficile”. Ora lì c’è ancora un cinema – il Lumière – e alcuni bar ma l’obbiettivo dell’integrazione è ben lontano dall’essere raggiunto. Secondo lei perchè?

«Nella Manifattura delle Arti, gli spazi dedicati alla socialità sono rivolti a un certo tipo di soggettività. Con un velo di (auto)ironia, direi che sono rivolti a persone come me. Persone della mia età, o più giovani, con gusti culturali e stili di vita di un certo tipo. Dall’aperitivo estivo davanti al Lumière, con vini e cibi biologici e locali, a quello invernale e di sapore cosmopolita all’Ex Forno, magari subito dopo aver visto una mostra d’arte contemporanea al MamBO. E ancora, le rassegne cinematografiche del Lumière, che ho imparato ad amare quando ancora il cinema si trovava in via Pietralata. E gli ottimi festival Gender Bender e Soggettiva. E poi, naturalmente, il Mercato della Terra, bastione di Slow Food. Io, come molti miei simili, mi trovo perfettamente a mio agio in questi contesti, e ne apprezzo i sapori, i contenuti, e gli intenti. Ma di certo, i nuovi luoghi e gli eventi che caratterizzano la Manifattura delle Arti hanno un che di radical chic ed esclusivo. Il Centro Costa è un’eccezione, direi, all’evidente stilizzazione di questa zona, che tende a rivolgersi a pubblici piuttosto omogenei per età, gusto, estrazione socio-economica, e identità politica e culturale».

L’area della MdA per un periodo è stata luogo di occupazioni, e ospita tuttora in uno dei suoi edifici storici – la Salara – la sede dell’Arcigay. Queste presenze – lei spiega – soffrono di una costante marginalizzazione: secondo lei perchè?

«La marginalizzazione di individui e gruppi che incarnano delle diversità e, per così dire, delle ‘devianze’ non è un fatto nuovo o isolato a progetti come la Manifattura delle Arti. La letteratura sociologica sui cosiddetti processi di ‘gentrificazione’ è strapiena di riferimenti a fenomeni di questo tipo. Anzi, molto spesso sono proprio le comunità di artisti, attivisti politici, e persone LGBTQ che fanno da ‘apripista’ per la riconversione di quartieri ‘degradati’ in zone di pregio—per poi esserne espulse, per vie politiche o economiche. Per quanto riguarda la Manifattura delle Arti, non credo assolutamente che ci siano degli intenti espliciti alla base della marginalizzazione discorsiva ed effettiva di questi gruppi. Tuttavia, le narrazioni e le pratiche che sottendono alla pianificazione e alla realizzazione di progetti di riqualificazione urbana sono sempre la manifestazione di un certo spirito dei tempi, per non dire di ideologie dominanti, per quanto implicite. Non è sorprendente, dunque, che un gruppo di creativi radicali come il MetroLab sia stato immediatamente espulso da uno spazio in disuso come l’ex Cinema Embassy, che da allora è rimasto vuoto. Non mi sembra consolante la prospettiva che l’Embassy venga trasformato in un auditorium progettato dall’archistar Renzo Piano. Ed è un fatto che, nonostante il suo spessore politico e culturale a livello nazionale, il Cassero sia stato regolarmente marginalizzato nelle attività di ‘presentazione’ della Manifattura delle Arti. Ad esempio quando Guazzaloca escluse l’Arcigay dalla comunicazione pubblica della neonata cittadella della cultura. O quando Cofferati pensò di spostare l’Arcigay dalla Salara, nonostante avesse criticato Guazzaloca per aver espresso lo stesso intento. E mi è stato detto che, di recente, il Cassero è stato definito ‘la Salara’ in una nuova app del Comune per la comunicazione pubblica della città. Ciò che viene detto o non detto è sintomatico di ciò che viene ritenuto accettabile o, al contrario, deviante. Perchè si puo’ dire ‘Cineteca’ e non ‘Cassero’ oppure ‘Arcigay’? Il ‘non dicibile’ è alla base della marginalizzazione e dell’esclusione, simbolica o materiale».


Volendo percorrere l’idea di chi ha immaginato quell’area come rappresentazione di Bologna allo sguardo del forestiero, secondo lei, visto da lontano, è un biglietto da visita efficace?

«Vista da lontano, la MdA è un biglietto da visita molto efficace, proprio perchè sintetizza alcune delle esigenze chiave del capitalismo post-industriale: l’enfasi sulla produzione culturale e sulla creatività come motori economici privilegiati, la comunicazione di identità distintive e di punti di differenziazione quali la tradizione storica e il ‘colore’ locale, e la presenza di ‘format’ e generi architettonici universalmente riconoscibili e accettati, come la combinazione di vetro, acciaio, legno e forme inusuali come i ‘cilindri’ del Lumiere e del MamBO. Tutto questo contribuisce a comunicare Bologna come una ‘world-class city’, una città di livello internazionale…e dunque anche come potenziale destinazione di capitali provenienti da ambiti economici chiave del capitalismo contemporaneo, quali il turismo, le industrie creative, e la produzione culturale. E vorrei anche sottolineare che la MdA non è semplicemente un progetto di riqualificazione urbana…è un vero e proprio progetto di comunicazione. Ormai la configurazione fisica delle nostre città – o, per semplificare, il paesaggio urbano – non ha risvolti solamente locali o al massimo nazionali. Il paesaggio urbano è sempre di più anche una sorta di cachet internazionale se non globale, una forma di valuta visuale e materiale che viene regolarmente scambiata tramite i mezzi linguistici e visivi della comunicazione pubblica».

Infine, alla luce delle sue analisi, se le fosse data la possibilità di suggerire alcune azioni di miglioramento per quell’area, quali sarebbero le sue priorità?

«Premetto che la mia professionalità non mi permette di sostituirmi alle istituzioni e agli operatori che si occupano realmente della progettazione e dell’applicazione concreta di migliorie e opere di riqualificazione. Ciò che posso offrire personalmente sono gli strumenti dell’osservazione e dell’analisi fondata su principi multidisciplinari, quali l’indagine storica, sociale ed estetica. E credo fermamente che nella pianificazione urbana ci sia bisogno anche di questi strumenti. Tant’è che, in questo stesso ambito, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sociologi, antropologi, geografi e ora anche studiosi di comunicazione vengono sempre di piu’ interpellati e persino assunti come consulenti. Sulla base dei miei studi e delle mie osservazioni, penso tuttavia che, adesso come adesso, la Manifattura delle Arti sia un progetto esclusivo—in entrambi i sensi della parola. E forse è solamente una questione di tempo…e magari nel tempo, il contenitore MdA si riempirà di contenuti sociali all’insegna dell’inclusione e della diversità. So che di tentativi in questo senso ce ne sono. In effetti, luoghi in disuso come l’Embassy e il Dopolavoro ferroviario potrebbero essere l’oggetto di un processo partecipativo oppure di una scelta politicamente ‘forte’ e anticonformista. Si tratterebbe insomma di decidere se dedicare almeno una parte della Manifattura delle Arti a usi generati ‘dal basso’ (ad esempio dai cittadini residenti nel quartiere) oppure a progetti creativi e sociali radicali e non legati a istituzioni riconoscibili e universalmente acettate quali quelle che al momento ‘presidiano’ la zona (ad esempio l’Università o la Cineteca). In entrambi i casi, penso anche che si andrebbe incontro a complessità e imprevisti probabilmente poco remunerativi. E che per fare qualcosa del genere ci vorrebbe molto coraggio. E non escludo che ci si stia già muovendo in questa direzione.
Il mio articolo sulla Manifattura delle Arti è infatti solamente l’inizio di un progetto di ricerca più ampio sulla riqualificazione urbana nel contesto bolognese. Intendo ampliare la mia indagine e trasformarla in uno studio sistematico delle politiche, pratiche ed esigenze all’origine delle trasformazioni fisiche di un luogo come la Manifattura delle Arti. Per questo motivo, l’estate scorsa ho preso contatti con l’Urban Center di Bologna, e spero di poter presto cominciare a intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni, architetti, ingegneri, residenti e altri gruppi e individui coinvolti in questo e altri progetti di riqualificazione a Bologna. Che rimane sempre e comunque la mia città, il mio luogo d’origine…e attraverso il mio lavoro di ricerca, spero di poterle dimostrare il mio amore».

Giorgia Aiello, classe 1976, si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Poi, ha ottenuto una borsa di dottorato presso la University of Washington di Seattle. Dal 2008 al 2009 è stata assistant professor presso la Colorado State University. Dal 2010 è docente presso l’Institute of Communications Studies dell’Università di Leeds. Si occupa di comunicazione visiva e materiale di differenze sociali e culturali in testi e contesti tipici del capitalismo post-industriale

Il capolinea dello Scalo San Donato

IL TRASLOCO
Tra sei mesi si concluderà l’esperienza di riqualificazione di Planimetrie Culturali nello spazio di via Larga. Nuovo progetto in arrivo, questa volta in area pubblica

Il labirinto effimero di GalassiL’annuncio è passato “sottovoce” attraverso i social network, quelle rete di fili invisibili attraverso i quali tanti bolognesi si tenevano aggiornati sulle iniziative dello Scalo San Donato: solo che «questa volta – avverte il messaggio -vi scriviamo non per invitarvi ad un evento o a partecipare ad un corso, né tantomeno per coinvolgervi in qualche festival bizzarro». La missiva, anzi, vuole proprio comunicare che per un po’ di inviti a feste su quella mailing list non ne gireranno più. «Planimetrie Culturali – prosegue la lettera – ha portato a termine con successo l’esperimento Scalo San Donato che in due anni di attività ha dimostrato come i luoghi abbandonati possono diventare spazi di condivisione, produzione culturale e se ben gestiti, possono accogliere le esigenze di realtà diverse».

Il progetto insomma arriva al capolinea, lo “Scalo”, inteso come locale notturno, non riaprirà. Senza rammarico, anzi per scelta deliberata dei ragazzi di Planimetrie Culturali che attraverso quest’ennesimo trasloco sottolineano e rivendicano la loro natura mai stanziale. E se a molti la notizia provocherà dispiacere, potrà essere di consolazione sapere che se un’esperienza si chiude è proprio per far posto ad un’altra. Nuova, più ambiziosa, magari pure più grande. Per ora sul piatto ci sono tre ipotesi, abbastanza diverse tra loro ma accomunate da un importante aspetto: si tratta in tutti e tre i casi di spazi pubblici, di proprietà degli enti locali con i quali i ragazzi di Planimetrie culturali hanno da tempo aperto una trattativa. «Finora allo Scalo abbiamo versato l’affitto a un privato – dice Werther Albertazzi di Planimetrie Culturali – ora vogliamo lavorare per la città». E questo lavoro potrebbe interessare, nella prima ipotesi, gli ex uffici della Manifattura Tabacchi, in via Ferrarese, dove sorgerà il Tecnopolo. Ai ragazzi gli enti affiderebbero l’area non interessata dalle demolizioni, circa 10mila metri quadri tra locali e spazi all’aperto, per un tempo determinato, cioè fino all’apertura dei cantieri in quell’ala, programmati per il 2015. Oppure si valuta Villa Ghigi, l’ex residenza del medico filantropo in vetta alla collina dell’omonimo parco. O altrimenti si punta il dito verso Villa Salus, anche questa di proprietà del Comune, enorme struttura ora assolutamente in disuso.

La decisione è tutta affidata alla trattiva in corso con Quartiere, Comune e Regione: se la quadra verrà trovata entro fine anno, già dopo circa 4 mesi le attività di Planimetrie Culturali potrebbero ripartire in un nuovo spazio. Il “capolinea” dello Scalo, comunque, fissa il profilo di un’esperienza imponente: oltre 12.000 i soci sostenitori che hanno fatto tappa in via Larga in questi due anni, 138 i concerti organizzati e 121 le feste di autofinanziamento a favore di altre associazioni; Poi ci sono le 10 mostre e i 18 laboratori (altri ne verranno in quello stesso spazio nei prossimi sei mesi, finanziati con le risorse residue dell’attività di fund raising) ma soprattutto c’è il miracoloso racconto dei tanti bolognesi che in due anni hanno scelto di ritrovarsi in quello che era destinato ad essere un ex dormitorio abbandonato.

Gli “Illusi” fanno rinascere l’Italico

LA STORIA
L’avventura di due amici che hanno scelto di far tornare in quel vicolo le atmosfere del “Mundo de noche”. Sarà teatro per concerti e cabaret. Tra gli anni ’80 e ‘90 vi si esibiva Moana Pozzi.

Teatrino ItalicoLa notizia è di quelle che, inevitabilmente, solleticano curiosità: a Bologna riapre il Teatrino Italico. Si chiamerà però Teatrino degli Illusi e non sarà più il palcoscenico per spettacoli a tinte forti che l’ha reso celebre nella memoria di molti bolognesi, bensì rinascerà – già da oggi – nel segno del cabaret, della musica e dello spettacolo dal vivo in genere. L’avventura è quella di Giovanni Cacioppo, volto noto di Zelig, e Massimiliano Princigallo, ex gestore del mitico Naked Urban Cafè di via Mascarella, che ora ha lasciato il posto al Modo Info Cafè. Loro l’idea di recuperare quel palcoscenico chiuso 3 anni fa dalla Questura, che decretò l’epilogo di quello che era diventato il più squallido dei cinema a luci rosse. Ma l’Italico non era sempre stato così, soprattutto non era sempre stato un luogo vocato all’hard. La sua primissima versione, anzi, riscalda il cuore di tanti bolognesi dai capelli bianchi, che ancora ricordano il vecchio raffinatissimo Mundo de Noche. Serve un salto indietro verso gli anni Sessanta, quando il proprietario di quei vani in vicolo Quartirolo, a pochi passi da via Indipendenza, era l’indimenticato Renè: «nell’81 – racconta Modesto Casolari, memoria storica di quella via – ho aperto il Petroniano ed è stato qui che ho rincontrato René (già si erano conosciuti al Mokò, il primo night del dopoguerra che Renè aprì nel Quadrilatero, ndr) che aveva aperto il Mundo de Noche. Era un night di lusso, ci andavano le coppie, le famiglie, la gente che aveva i soldi. C’era musica – ricorda il ristoratore – e le ragazze ballavano ma non si spogliavano. Pensi che René abitava sopra il locale e ci aveva fatto una piscina dentro casa sua». Però Renè – raffinato, eccentrico, chiacchierato gay negli anni in cui il coming out era una rivendicazione per pochi rivoluzionari – nel 1984 morì e dopo un periodo di chiusura il locale fu rilevato dalla coppia Schicchi-Matera, vero e proprio marchio nel mondo dell’hard. Così arrivarono le ragazze facili e gli spettacolini osè, e quello che prima era un luogo da cui mai proveniva fracasso, cominciò da allora a far sentire all’orecchio anche del passante più distratto le urla e gli eccessi del divertimento a tinte forti. Quelli furono anche gli anni della direzione artistica di Moana Pozzi, la celeberrima pornostar che anche in quel vicolo remoto sembra aver lasciato la scia del suo fascino: «Moana era una gran signora – racconta convinto, col cuore rapito, Modesto Casolari – una donna bella dentro e fuori». Mai un eccesso o un’esuberanza, insomma, da quella che proprio in quegli anni stava diventando la star incostrastata del cinema a luci rosse. Al contrario delle altre starlette di passaggio da quelle parti: «Una volta – dice ancora Casolari – una di loro venne a cene praticamente mezza nuda ed ebbe il coraggio di lamentarsi perchè alcuni ragazzi la importunavano mentre lei cercava di mangiare. “Per forza sei nuda, copriti!” le urlai, e le gettai addosso una tovaglia». Moana, invece, era diversa: «Lei era una gran signora – dice Casolari – e sa cosa le dico? Che non è mai morta, anzi magari ora all’estero da qualche parte che si gode la vita. Come Marilyn».

L’hard, però, non portò fortuna a quel teatrino: dopo gli spettacoli dal vivo arrivarono gli anni del cinema per adulti, poi sempre più giù fino all’intervento delle forze dell’ordine e al ritiro di permessi e licenze. Cacioppo e Princigallo, quindi, hanno dovuto fare tutto da capo: «Ci sono voluti due anni di lavori – raccontano – poi i permessi sono arrivati poco fa, improvvisamente». Il risultato, comunque, è dei più convincenti: 450 metri quadri completamente rimessi a nuovo, con belle tappezzerie, bagni, 2 bar e 100 posti a sedere e balconata soppalcata. Il locale sarà aperto dalle 18 alle 2: fino alle 21 ingresso libero e aperitivi, poi arriva il momento dello spettacolo, chiudono i bar e lo spazio diventa un teatro in piena regola. Dopo lo show, poi, ingresso libero nuovamente e cocktail bar in funzione. Il primo weekend è già programmato: stasera spettacolo di cabaret con Bove e Limardi, venerdì Malandrino e Veronica, sabato Stefano Nosei e domenica Domenico Lannuti.

Balli tra maschi nella vecchia Bologna

LA STORIA
Nei frulloni del liscio filuzziano la gara virile tra i giovanotti della balera. Il libro di Tiziano Fusella racconta l’origine della danza tradizionale felsinea, oggi da molti dimenticata

Polka a chininoPerfino Wolfgang Goethe, nello stendere il diario dei suoi soggiorni bolognesi, sentì l’esigenza di completare gli encomi di Goethe padre sulla cucina felsinea con il racconto di un’altra tradizione molto forte all’ombra delle Torri: il ballo. «Arrivammo al valzer – scriveva il letterato – e girammo l’uno intorno all’altro come le sfere celesti. Non ero più un essere umano». E anche Pier Paolo Pasolini, molto tempo dopo, colse tra le vie della Turrita quell’energia tutta particolare: «Nel ‘22, anno immerso del secolo – scrisse il poeta – Bologna respirava un’aria di valzer». Tutti i “grandi” che negli anni hanno fatto tappa nel capoluogo emiliano, insomma, hanno tramandato memoria dei volteggi dei sornioni bolognesi. Ma proprio i bolognesi, oggi, sembrano aver spedito in soffitta quella loro antica usanza. Per riscoprirla, quindi, è ghiotta l’occasione fornita da Quando la polka si ballava chinata, il saggio di Tiziano Fusella edito da Bacchilega che in questi giorni arriva negli scaffali delle librerie e che ripercorre la vicenda – tra storia e leggenda – del ballo tipico di Bologna, il liscio filuzziano.

La tesi di Fusella è sicuramente intrigante: «La filuzzi – scrive nell’introduzione – è tale a Bologna e non altrove. Il cosiddetto “frullone”, la piroetta, dove si gira su se stessi al massimo della velocità possibile per poi stopparsi a gambe tese sull’accordo finale corrispondente all’ultima nota fugace dell’organino, simbolicamente non è altro che un richiamo al mito della velocità». È la passione degli emiliani per i motori, insomma, a nutrire anche la loro vocazione alla pista da ballo. E in effetti quando il liscio filuzziano nacque, nei primi anni del secolo scorso, non erano certo tempi allegri per le donne, tutt’altro che emancipate, quindi la balera, come i motori, era cosa da maschi. Il liscio filuzziano perciò era una sorta di “braccio di ferro”, una gara di rivalità tra uomini a chi sarebbe riuscito a tener dietro, piroettando in velocità, i virtuosismi del fisarmonicista. Mazurca, valzer e polka (queste le tre specialità della “filuzzi”) erano quasi una danza di pavoni, un rituale di corteggiamento tutto al maschile a cui le donne assistevano, ferme, da bordo pista. D’altronde, spiega Fusella, ci voleva “il fisico” per affrontare il liscio filuzziano, specie la polka “a chinino”o “chinata”, l’espressione massima di quella gara di testosterone di cui si ha memoria dagli anni della seconda guerra mondiale: durante i volteggi del ballo, quando il musicista gridava “a chinèn”, i due ballerini, senza mai smettere di “frullare”, cambiavano la presa afferrandosi sotto le braccia e iniziavano a flettersi sulle ginocchia fino a sfiorare coi glutei il pavimento. Sempre più veloce e sempre più giù, perchè quella era la gara.

La tradizione del liscio filuzziano scorre da sempre su un doppio binario: da una parte la musica – quella di Leonildo Marcheselli, Ruggero Passarini, Carlo Venturi e Arnaldo Bettelli – e dall’altra il ballo, le cui “icone” vanno rintracciate nei racconti tramandati di bocca in bocca. E in quasi tutti questi racconti, il protagonista è Ezio Scagliarini, persicetano nato nel 1909 ma che solo nel 1945 scoprì la sua vocazione per la balera. Nella sala “Belletti” di via D’Azeglio iniziò a dar mostra delle proprie prodezze e chi chiedeva di lui per carpire i suoi insegnamenti veniva mandato al fioraio di piazza Aldrovandi, a pochi metri dalla saletta in affitto dove Scagliarini si prestava a mostrare passi base e varianti. Nelle sue lezioni informali crebbero maestri come Nino Masi e Massimo Morini, che per primi fondarono scuole di liscio filuzziano e ai quali si deve l’avvio alla danza dei talenti nostrani di oggi come Davide Cacciari e i fratelli Fabio e Davide Gabusi.

Oggi a Bologna la filuzzi è quasi una rarità: le sue musiche rapide e piene di virtuosismi armonici hanno ceduto il passo al liscio romagnolo del “fenomeno” Casadei e le tante balere – negli anni Cinquanta ce n’era una per ogni caseggiato – hanno chiuso i battenti una dietro l’altra. Ma se negli anni Cinquanta a Bologna era sufficiente un portico – quello di via San Vitale, da piazza Aldrovandi e le Torri – per improvvisare una gara di frulloni con organetto a seguito, non è detto che un libro – quello di Fusella, ad esempio – non sia sufficiente a muovere i bolognesi alla riscoperta di questo dimenticato amore.

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