Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Il capolinea dello Scalo San Donato

IL TRASLOCO
Tra sei mesi si concluderà l’esperienza di riqualificazione di Planimetrie Culturali nello spazio di via Larga. Nuovo progetto in arrivo, questa volta in area pubblica

Il labirinto effimero di GalassiL’annuncio è passato “sottovoce” attraverso i social network, quelle rete di fili invisibili attraverso i quali tanti bolognesi si tenevano aggiornati sulle iniziative dello Scalo San Donato: solo che «questa volta – avverte il messaggio -vi scriviamo non per invitarvi ad un evento o a partecipare ad un corso, né tantomeno per coinvolgervi in qualche festival bizzarro». La missiva, anzi, vuole proprio comunicare che per un po’ di inviti a feste su quella mailing list non ne gireranno più. «Planimetrie Culturali – prosegue la lettera – ha portato a termine con successo l’esperimento Scalo San Donato che in due anni di attività ha dimostrato come i luoghi abbandonati possono diventare spazi di condivisione, produzione culturale e se ben gestiti, possono accogliere le esigenze di realtà diverse».

Il progetto insomma arriva al capolinea, lo “Scalo”, inteso come locale notturno, non riaprirà. Senza rammarico, anzi per scelta deliberata dei ragazzi di Planimetrie Culturali che attraverso quest’ennesimo trasloco sottolineano e rivendicano la loro natura mai stanziale. E se a molti la notizia provocherà dispiacere, potrà essere di consolazione sapere che se un’esperienza si chiude è proprio per far posto ad un’altra. Nuova, più ambiziosa, magari pure più grande. Per ora sul piatto ci sono tre ipotesi, abbastanza diverse tra loro ma accomunate da un importante aspetto: si tratta in tutti e tre i casi di spazi pubblici, di proprietà degli enti locali con i quali i ragazzi di Planimetrie culturali hanno da tempo aperto una trattativa. «Finora allo Scalo abbiamo versato l’affitto a un privato – dice Werther Albertazzi di Planimetrie Culturali – ora vogliamo lavorare per la città». E questo lavoro potrebbe interessare, nella prima ipotesi, gli ex uffici della Manifattura Tabacchi, in via Ferrarese, dove sorgerà il Tecnopolo. Ai ragazzi gli enti affiderebbero l’area non interessata dalle demolizioni, circa 10mila metri quadri tra locali e spazi all’aperto, per un tempo determinato, cioè fino all’apertura dei cantieri in quell’ala, programmati per il 2015. Oppure si valuta Villa Ghigi, l’ex residenza del medico filantropo in vetta alla collina dell’omonimo parco. O altrimenti si punta il dito verso Villa Salus, anche questa di proprietà del Comune, enorme struttura ora assolutamente in disuso.

La decisione è tutta affidata alla trattiva in corso con Quartiere, Comune e Regione: se la quadra verrà trovata entro fine anno, già dopo circa 4 mesi le attività di Planimetrie Culturali potrebbero ripartire in un nuovo spazio. Il “capolinea” dello Scalo, comunque, fissa il profilo di un’esperienza imponente: oltre 12.000 i soci sostenitori che hanno fatto tappa in via Larga in questi due anni, 138 i concerti organizzati e 121 le feste di autofinanziamento a favore di altre associazioni; Poi ci sono le 10 mostre e i 18 laboratori (altri ne verranno in quello stesso spazio nei prossimi sei mesi, finanziati con le risorse residue dell’attività di fund raising) ma soprattutto c’è il miracoloso racconto dei tanti bolognesi che in due anni hanno scelto di ritrovarsi in quello che era destinato ad essere un ex dormitorio abbandonato.

Nel cuore del labirinto per incontrare il Basilisco

LA CURIOSITA’
Nella tenuta Galassi, ad Alfonsine, un tracciato di otto ettari rende omaggio al mitico drago

Il labirinto effimero di GalassiI più giovani potranno pensare che il Basilisco sia semplicemente una delle creature fantastiche partorite dalla penna di J.K Rowling per popolare il mondo in cui è ambientato il secondo Harry Potter, quello alle prese con la camera dei segreti. In realtà, però, l’autrice, in quello come in altri casi, attinge a piene mani alla mitologia, dove si tramanda il racconto di quella terribile creatura. Descritto da alcuni come un drago, da altri (Rowling compresa) come un enorme serpente, il Basilisco era ritenuto l’essere più pericoloso: il suo sguardo pietrificava, il suo fiato uccideva i viventi e disidratava le piante, il suo veleno era letale perfino per chi tentasse di trafiggerlo per eliminarlo: il siero mortifero risaliva l’arma e freddava il cavaliere. La sua estinzione, casomai fosse esistito, è da considerarsi in definitiva una buona notizia. Anche perchè, stando al mito, non era necessario raggiungere la scuole di magia di Howgarts per incontrare quel micidiale serpente: anzi, secondo numerosi racconti, perfino nel Belpaese quel rettilone aveva fatto la sua tana, con tutto ciò che ne consegue, in termini di terrore nelle genti e duelli epici per eliminarlo. A Mezzocorona ad esempio, sulle montagne del Trentino, si tramanda la leggenda di un Basilisco rintanato in una caverna vicino al castello, ucciso eroicamente dal Conte Firman negli anni del Medioevo.

Di tutt’altro tenore, invece, la leggenda che interessa il Basilisco romagnolo. Perchè anche in Romagna, attorno al 1500, si credeva vivesse uno di quei mostri. Ed è proprio a quello che fa riferimento la curiosa iniziativa che Carlo Galassi, imprenditore agricolo del Ravennate, offrirà al pubblico ancora per tutto il mese di agosto.
Si tratta di un enorme “labirinto effimero”, realizzato cioè con la vegetazione, il più grande tra quelli conosciuti in tutta Europa: 8 ettari di terreno, ossia 80.000 mq, nei quali serpeggia una fitta maglia di sentieri circondati e delimitati da “pareti” naturali realizzate principalmente da piante di mais. Un percorso misterioso e affascinante creato dall’artista Luigi Berardi, che già per il secondo anno asseconda la curiosa passione di Galassi per i labirinti. L’agricoltore infatti è il titolare del campo di mais, che per il terzo anno trasforma in un percorso magico: e se l’anno scorso il “tema” scelto era stato quello degli orologi meccanici, quest’anno Galassi ha voluto rendere omaggio al Basilisco. «Secondo una leggenda – spiegano dall’azienda Galassi – il conte Aldovrandi nel 1500 circa trovò morto un Basilisco e lo fece imbalsamare, “fermandone la storica immagine” fonte di ispirazione per molti artisti fino alla fine dell’800, quando se ne perse ogni traccia». Sono rimaste però le numerose leggende, più che sufficienti ad alimentare l’estro di Galassi e di Berardi.

Il labirinto si trova nell’azienda agricola di via Roma 111, ad Alfonsine, ed è visitabile dal martedì alla domenica dalle 10 alle 21. All’ingresso, compresa nel biglietto di 7 euro, c’è una mappa del campo, indispensabile per evitare lo smarrimento. Piantina alla mano, la passeggiata richiede circa due ore di tempo. Il 10 agosto, in occasione della notte di San Lorenzo e delle stelle cadenti, nei giardini adiacenti prenderà vita una gustosa degustazione di prodotti provenzali. All’ingresso inoltre ci sono braci a disposizione, su prenotazione, per eventuali grigliate all’aperto. Info. e prenotazioni: 335 8335233; info@galassicarlo.com

Gli “Illusi” fanno rinascere l’Italico

LA STORIA
L’avventura di due amici che hanno scelto di far tornare in quel vicolo le atmosfere del “Mundo de noche”. Sarà teatro per concerti e cabaret. Tra gli anni ‘80 e ‘90 vi si esibiva Moana Pozzi.

Teatrino ItalicoLa notizia è di quelle che, inevitabilmente, solleticano curiosità: a Bologna riapre il Teatrino Italico. Si chiamerà però Teatrino degli Illusi e non sarà più il palcoscenico per spettacoli a tinte forti che l’ha reso celebre nella memoria di molti bolognesi, bensì rinascerà – già da oggi – nel segno del cabaret, della musica e dello spettacolo dal vivo in genere. L’avventura è quella di Giovanni Cacioppo, volto noto di Zelig, e Massimiliano Princigallo, ex gestore del mitico Naked Urban Cafè di via Mascarella, che ora ha lasciato il posto al Modo Info Cafè. Loro l’idea di recuperare quel palcoscenico chiuso 3 anni fa dalla Questura, che decretò l’epilogo di quello che era diventato il più squallido dei cinema a luci rosse. Ma l’Italico non era sempre stato così, soprattutto non era sempre stato un luogo vocato all’hard. La sua primissima versione, anzi, riscalda il cuore di tanti bolognesi dai capelli bianchi, che ancora ricordano il vecchio raffinatissimo Mundo de Noche. Serve un salto indietro verso gli anni Sessanta, quando il proprietario di quei vani in vicolo Quartirolo, a pochi passi da via Indipendenza, era l’indimenticato Renè: «nell’81 – racconta Modesto Casolari, memoria storica di quella via – ho aperto il Petroniano ed è stato qui che ho rincontrato René (già si erano conosciuti al Mokò, il primo night del dopoguerra che Renè aprì nel Quadrilatero, ndr) che aveva aperto il Mundo de Noche. Era un night di lusso, ci andavano le coppie, le famiglie, la gente che aveva i soldi. C’era musica – ricorda il ristoratore – e le ragazze ballavano ma non si spogliavano. Pensi che René abitava sopra il locale e ci aveva fatto una piscina dentro casa sua». Però Renè – raffinato, eccentrico, chiacchierato gay negli anni in cui il coming out era una rivendicazione per pochi rivoluzionari – nel 1984 morì e dopo un periodo di chiusura il locale fu rilevato dalla coppia Schicchi-Matera, vero e proprio marchio nel mondo dell’hard. Così arrivarono le ragazze facili e gli spettacolini osè, e quello che prima era un luogo da cui mai proveniva fracasso, cominciò da allora a far sentire all’orecchio anche del passante più distratto le urla e gli eccessi del divertimento a tinte forti. Quelli furono anche gli anni della direzione artistica di Moana Pozzi, la celeberrima pornostar che anche in quel vicolo remoto sembra aver lasciato la scia del suo fascino: «Moana era una gran signora – racconta convinto, col cuore rapito, Modesto Casolari – una donna bella dentro e fuori». Mai un eccesso o un’esuberanza, insomma, da quella che proprio in quegli anni stava diventando la star incostrastata del cinema a luci rosse. Al contrario delle altre starlette di passaggio da quelle parti: «Una volta – dice ancora Casolari – una di loro venne a cene praticamente mezza nuda ed ebbe il coraggio di lamentarsi perchè alcuni ragazzi la importunavano mentre lei cercava di mangiare. “Per forza sei nuda, copriti!” le urlai, e le gettai addosso una tovaglia». Moana, invece, era diversa: «Lei era una gran signora – dice Casolari – e sa cosa le dico? Che non è mai morta, anzi magari ora all’estero da qualche parte che si gode la vita. Come Marilyn».

L’hard, però, non portò fortuna a quel teatrino: dopo gli spettacoli dal vivo arrivarono gli anni del cinema per adulti, poi sempre più giù fino all’intervento delle forze dell’ordine e al ritiro di permessi e licenze. Cacioppo e Princigallo, quindi, hanno dovuto fare tutto da capo: «Ci sono voluti due anni di lavori – raccontano – poi i permessi sono arrivati poco fa, improvvisamente». Il risultato, comunque, è dei più convincenti: 450 metri quadri completamente rimessi a nuovo, con belle tappezzerie, bagni, 2 bar e 100 posti a sedere e balconata soppalcata. Il locale sarà aperto dalle 18 alle 2: fino alle 21 ingresso libero e aperitivi, poi arriva il momento dello spettacolo, chiudono i bar e lo spazio diventa un teatro in piena regola. Dopo lo show, poi, ingresso libero nuovamente e cocktail bar in funzione. Il primo weekend è già programmato: stasera spettacolo di cabaret con Bove e Limardi, venerdì Malandrino e Veronica, sabato Stefano Nosei e domenica Domenico Lannuti.

Balli tra maschi nella vecchia Bologna

LA STORIA
Nei frulloni del liscio filuzziano la gara virile tra i giovanotti della balera. Il libro di Tiziano Fusella racconta l’origine della danza tradizionale felsinea, oggi da molti dimenticata

Polka a chininoPerfino Wolfgang Goethe, nello stendere il diario dei suoi soggiorni bolognesi, sentì l’esigenza di completare gli encomi di Goethe padre sulla cucina felsinea con il racconto di un’altra tradizione molto forte all’ombra delle Torri: il ballo. «Arrivammo al valzer – scriveva il letterato – e girammo l’uno intorno all’altro come le sfere celesti. Non ero più un essere umano». E anche Pier Paolo Pasolini, molto tempo dopo, colse tra le vie della Turrita quell’energia tutta particolare: «Nel ‘22, anno immerso del secolo – scrisse il poeta – Bologna respirava un’aria di valzer». Tutti i “grandi” che negli anni hanno fatto tappa nel capoluogo emiliano, insomma, hanno tramandato memoria dei volteggi dei sornioni bolognesi. Ma proprio i bolognesi, oggi, sembrano aver spedito in soffitta quella loro antica usanza. Per riscoprirla, quindi, è ghiotta l’occasione fornita da Quando la polka si ballava chinata, il saggio di Tiziano Fusella edito da Bacchilega che in questi giorni arriva negli scaffali delle librerie e che ripercorre la vicenda – tra storia e leggenda – del ballo tipico di Bologna, il liscio filuzziano.

La tesi di Fusella è sicuramente intrigante: «La filuzzi – scrive nell’introduzione – è tale a Bologna e non altrove. Il cosiddetto “frullone”, la piroetta, dove si gira su se stessi al massimo della velocità possibile per poi stopparsi a gambe tese sull’accordo finale corrispondente all’ultima nota fugace dell’organino, simbolicamente non è altro che un richiamo al mito della velocità». È la passione degli emiliani per i motori, insomma, a nutrire anche la loro vocazione alla pista da ballo. E in effetti quando il liscio filuzziano nacque, nei primi anni del secolo scorso, non erano certo tempi allegri per le donne, tutt’altro che emancipate, quindi la balera, come i motori, era cosa da maschi. Il liscio filuzziano perciò era una sorta di “braccio di ferro”, una gara di rivalità tra uomini a chi sarebbe riuscito a tener dietro, piroettando in velocità, i virtuosismi del fisarmonicista. Mazurca, valzer e polka (queste le tre specialità della “filuzzi”) erano quasi una danza di pavoni, un rituale di corteggiamento tutto al maschile a cui le donne assistevano, ferme, da bordo pista. D’altronde, spiega Fusella, ci voleva “il fisico” per affrontare il liscio filuzziano, specie la polka “a chinino”o “chinata”, l’espressione massima di quella gara di testosterone di cui si ha memoria dagli anni della seconda guerra mondiale: durante i volteggi del ballo, quando il musicista gridava “a chinèn”, i due ballerini, senza mai smettere di “frullare”, cambiavano la presa afferrandosi sotto le braccia e iniziavano a flettersi sulle ginocchia fino a sfiorare coi glutei il pavimento. Sempre più veloce e sempre più giù, perchè quella era la gara.

La tradizione del liscio filuzziano scorre da sempre su un doppio binario: da una parte la musica – quella di Leonildo Marcheselli, Ruggero Passarini, Carlo Venturi e Arnaldo Bettelli – e dall’altra il ballo, le cui “icone” vanno rintracciate nei racconti tramandati di bocca in bocca. E in quasi tutti questi racconti, il protagonista è Ezio Scagliarini, persicetano nato nel 1909 ma che solo nel 1945 scoprì la sua vocazione per la balera. Nella sala “Belletti” di via D’Azeglio iniziò a dar mostra delle proprie prodezze e chi chiedeva di lui per carpire i suoi insegnamenti veniva mandato al fioraio di piazza Aldrovandi, a pochi metri dalla saletta in affitto dove Scagliarini si prestava a mostrare passi base e varianti. Nelle sue lezioni informali crebbero maestri come Nino Masi e Massimo Morini, che per primi fondarono scuole di liscio filuzziano e ai quali si deve l’avvio alla danza dei talenti nostrani di oggi come Davide Cacciari e i fratelli Fabio e Davide Gabusi.

Oggi a Bologna la filuzzi è quasi una rarità: le sue musiche rapide e piene di virtuosismi armonici hanno ceduto il passo al liscio romagnolo del “fenomeno” Casadei e le tante balere – negli anni Cinquanta ce n’era una per ogni caseggiato – hanno chiuso i battenti una dietro l’altra. Ma se negli anni Cinquanta a Bologna era sufficiente un portico – quello di via San Vitale, da piazza Aldrovandi e le Torri – per improvvisare una gara di frulloni con organetto a seguito, non è detto che un libro – quello di Fusella, ad esempio – non sia sufficiente a muovere i bolognesi alla riscoperta di questo dimenticato amore.

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