Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Turbogas, anche Legambiente contro

IL CASO1
Procedono le trattative tra istituzioni e Dufenergy per la centrale. Ma il fronte dei contrari si ingrossa. A Marzabotto un seminario organizzato dai cittadini con l’aiuto di alcuni esperti.

No turbogas | Te la spengo ioGli amanti della tintarella in riva al fiume sanno bene che il beneficio del torrente limpido incastonato tra le alture ha come svantaggio il limitato numero di ore il cui il sole riesce a farsi breccia tra le vette. Insomma atmosfera mozzafiato, ma il sole dura poco. Basterebbe questa piccola considerazione, frutto di scampagnate o non di studi, a gettare il velo della perplessità sulla possibilità che l’insediamento Dufenergy a Lama di Reno possa trasformare Marzabotto “in uno dei primi Comuni fotovoltaici della Regione”, come annunciava, a cavallo del Ferragosto, l’assessore regionale Duccio Campagnoli.

E il dubbio è molto semplice: perché infilare un’imponente distesa di pannelli fotovoltaici in una valle stretta in cui il sole batte per meno tempo che in qualsiasi altro posto? E, in effetti, l’annuncio dell’assessore, dopo appena un mese, si ridimensiona drasticamente e nella nota diffusa ieri dai palazzi di viale Aldo Moro la questione prende una piega diversa, in cui il fotovoltaico perde il suo carattere di eccellenza: “Per l’ex Cartiera di Marzabotto – si legge – l’obiettivo di Regione Emilia-Romagna, Provincia di Bologna e Comune è quello di realizzare una riconversione che crei una nuova area produttiva; e il Gruppo Dufenergy, che ha presentato il progetto per realizzare nell’area un impianto per la generazione elettrica “anti black-out” insieme a un impianto fotovoltaico e alla riattivazione della centrale idroelettrica della Cartiera, conferma l’impegno a favorire anche l’obiettivo complessivo della riconversione”.

Insomma, la vicenda della centrale Turbogas a Lama di Reno, là dove un tempo funzionava la storica Cartiera Burgo, continua a muoversi in acque torbide. Al punto che, da un mese a questa parte, il fronte del dissenso si è ingrossato a dismisura: il comitato cittadino, che ha già raccolto 3.600 firme per scongiurare quella soluzione, ha adesso dalla sua anche Legambiente, oltre che una serie di forze politiche – di destra e di sinistra – che nelle diverse sedi istituzionali continuano a chiedere chiarezza e trasparenza su questo percorso. E soprattutto i contrari – mentre la Regione annuncia una procedura di Valutazione di impatto ambientale con la modalità della Conferenza di Servizi e un’inchiesta pubblica per dar voce ai cittadini – hanno già in mano un dettagliato studio, realizzato da Marco Bittelli e Marco Cervino, ricercatori dell’Università di Bologna, che mette in allarme gli oltre 1500 abitanti della zona.

Perché le analisi fornite da Dufenergy contestualmente al progetto della centrale a Turbogas risultano, a detta degli esperti consultati dal comitato, “carenti e di basso profilo”. La Regione, nella nota diffusa ieri, parla di un “impianto del tipo di “modulazione”", quindi per la produzione dell’energia “di punta” (quella necessaria quando la domanda supera l’offerta e per prevenire i black-out); la potenza massima della turbina a gas indicata nel progetto presentato, perciò, non sarà superiore ai 48 MWe e le ore di funzionamento dell’impianto saranno tra le 3500 e le 5000 h/anno, che significa dalle 10 alle 15 ore al giorno. Tutti i giorni.

Non si parla invece delle emissioni di polvere sottili, uno dei punti che più preoccupa i residenti che vedranno sorgere la centrale a 15 metri dalle proprie abitazioni: “Nel progetto – dicono i portavoce del comitato per il “no” – la centrale proposta produrrà PM2.5 e PM10 pari a 30 t/anno del solo particolato secondario pari a circa un decimo di tutto l’inquinamento prodotto dal traffico di Bologna. Tale inquinamento insisterà su una zona valliva con una superficie molto inferiore a quella di Bologna. Inoltre – proseguono i residenti – i ben noti fenomeni di inversione termica, porterebbero alla permanenza, anche per diverse settimane, di alte quantità di polveri sottili a poche decine di metri sopra il livello del suolo, con gravi ripercussioni di inquinamento atmosferico”.

Intanto la Regione rende noto che “Dufenergy ha sottoscritto l’impegno, a fronte dell’approvazione dei progetti presentati, a cedere al Comune tutta la parte dell’area ex Burgo (circa 70.000 mq) non impegnata dal progetto energetico (che ne occuperebbe solo 20.000 mq), per la somma di circa 3 milioni di euro”. Ma che ne farà il Comune di quell’area? Anche su questo i dissidenti di Lama di Reno si interrogano. E le perplessità non finiscono qui: “Nel progetto – dicono ancora dal comitato – si riscontrano incongruenze con il Piano Energetico Regionale e le linee guide di quello nazionale, che prevedono un abbattimento delle emissioni di CO2. La creazione di un nuovo impianto per la produzione di energia mediante combustibili fossili con nuove immissioni di CO2 nell’ambiente, è in netto contrasto con la necessità per il Paese di ottemperare agli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto”.

E sull’inopportunità di questo insediamento, Legambiente sferra l’attacco più duro, perché “tale energia elettrica non è necessaria, non è prevista nel Piano Energetico Regionale, e se questa energia fosse utile, chiediamo alla Regione Emilia-Romagna e al suo Assessore alle attività produttive di darcene approfondita documentazione”. Infine occhi puntati sul fiume: “L’utilizzo dell’acqua del fiume Reno per il raffreddamento della turbine – dicono quelli del comitato – è preoccupante, vista la già limitata disponibilità della conoide del Reno con progressivi cali del livello piezometrico. Si ricorda che la conoide del Reno, costituisce la principale fonte di acqua potabile per la città di Bologna”.

La cornice di tutta questa complicata vicenda sembra essere all’insegna dell’incomunicabilità: i “contrari” parlano di un “progetto imposto con strafottenza e senza un briciolo di democrazia” e il clima teso di un’assemblea pubblica tenuta l’altro ieri a Marzabotto ne sarebbe dimostrazione. Resta il tema del lavoro: l’insediamento di Dufenergy infatti riassorbirebbe tutti i 23 lavoratori in cassa integrazione dell’ex cartiera: l’ammortizzatore sociale si estinguerebbe a dicembre, ma la Regione si è data disponibile a prolungarlo.

“Ci rendiamo conto che sia importantissimo trovare soluzioni affinchè tutte queste persone non perdano il loro posto di lavoro” – commenta Liliana Morotti, coordinatrice del Comitato No Turbogas – “ma questo non può avvenire a discapito della salute dell’intera valle”. Inoltre, segnalano ancora dal comitato, le centrali Turbogas sono dette “unmanned” in quanto in ognuno si impiega pochissima forza lavoro, nell’ordine delle 2 o 3 persone. E per concludere i cittadini danno un appuntamento: domani sera, alle 21, alla sala polivalente in via Matteotti, 3 , per il seminario “Salute, Produzione di Energia E Turbogas” che affronterà, con l’aiuto di esperti, questi temi.

Castiglione, il tempo delle castagne

IL FILM
“A noi che un pezzetto era già un sorriso” sarà proiettato giovedì sera alle 20.30 in piazza. Un tempo la città era tutto bosco, i cui frutti erano l’unico mezzo di sussistenza per gli abitanti di quelle vette. Tre ventenni hanno raccolto le testimonianze di quegli anni e hanno realizzato un documentario.

A noi che un pezzetto era già un sorrisoCastiglione dei Pepoli, un tempo, era un grande castagneto: un bosco di alberi massicci i cui frutti erano il mezzo di sussistenza per chi era nato in quelle terre, che ancora non conoscevano l’asfalto delle grandi strade e i fischi dei treni veloci. La vita, quando i boati della seconda guerra mondiale erano ancora da venire, procedeva con semplicità, raccontando storie attorno alla scadòra, l’essicatoio cioè, tradotto dal dialetto. Lì si portavano i bigongi di castagne, che venivano pesati e garantivano la paga al bracciante. E lì si perpetrava il gusto di quella cultura basata sulle parole dette, sulle storie ascoltate stando in cerchio, senza fretta, perché non si perdeva nessun treno e solo il tramonto rappresentava in una giornata la meta.

Questa Castiglione, però, non esiste quasi più: sopravvive timidamente solo nei racconti di quei pochi anziani che hanno resistito all’arrivo della Direttissima e dell’Autostrada, e che ancora oggi non si separano dal loro cesto di castagne. Quasi nessuno se ne accorge, ma a Claudio Spottl, Antonio Saracino e Tommaso Tarabusi, tre giovanotti tra i 24 e i 27 anni, non è passato inosservato quello scorcio di storia che trapela nelle parole degli uomini e delle donne della terza età. E si sono presi l’onere, perciò, di garantire a quel passato una chance per non andare perduto.

…A noi che un pezzetto era già un sorriso è il titolo del documentario che i tre giovani videomaker hanno messo insieme e che sarà presentato giovedì sera, alle 20.30, in piazza a Castiglione nell’ambito della festa paesana “Montagna in fiera”. “Si sono perse le tracce della cultura contadina che caratterizzava gli anni prima della seconda guerra mondiale” denuncia Spollt, e il documentario, perciò, tenta proprio di ricostruire – attraverso la raccolta dei materiali video e le interviste agli anziani – quella lontana memoria. La battitura del grano, la pesa delle castagne, ma anche gli anni della guerra, i partigiani della brigata Stella Rossa, l’incubo del battaglione SS di Walter Reder. “Il documentario – spiega Claudio Spottl – è costruito su ricordi, immagini e vecchie bobine lungo le quali scorre, tessuto, il vivere di questa comunità. Dalla diligenza alle grandi vie di comunicazione, dalla vita contadina al benessere, dal passato al futuro”.

Un’incursione nel “secolo breve” che ha determinato un rivoluzionario cambiamento in quelle vette: “Negli anni Cinquanta, ad esempio, – spiega Spottl – arrivò l’Autostrada del Sole che per queste terre significò una vera e propria rivoluzione economica”. E infatti pochi anni dopo a ridosso del Brasimone sorse la prima centrale nucleare (in realtà mai utilizzata per la produzione di energia), proprio dove ha inizio secolo era stata innalzata una diga monumentale. E mentre tanto di nuovo arrivava, il “vecchio” si estingueva senza lasciar traccia. Così ad esempio sono scomparse le terme, un tempo meta del turismo bolognese ed eccellenza della città. “I nostri vecchi parlano di una realtà povera ma solidale – spiegano i videomaker – il senso di comunità era indotto da un bisogno, una necessità fisica: per sopravvivere bisognava stare uniti”. Il documentario “diventa così un invito rivolto alle nuove generazioni, affinchè ascoltino le voci soffocate da una memoria che non ha più voglia di funzionare”. Di un tempo che nello scorrere logora le pagine di quel diario del 1898 che è l’escamotage che apre il film, e in cui si racconta di quelle focaccine che il panettiere sfornava a una cert’ora e che “un pezzetto – scrive l’anonimo castiglionese di più di cento anni fa – era già un sorriso”.

Fiume Reno: guardare ma non nuotare

IL CASO
Dopo i gravi incidenti delle scorse settimane il Comune ha lanciato una campagna per ribadire la norma. Vigili urbani e volontari del Gev si sono avvicendati nello scorso weekend lungo le rive del Reno per sensibilizzare gli avventori al divieto di balneazione nel corso d’acqua. E qualcuno in effetti era a mollo.

Fiume Reno a CasalecchioUna piccola avventura di raggio “domestico”, la parentesi “balneare” nel continuum rovente della città: il bagno al fiume, per bolognesi e non, è un racconto che attraversa le generazioni, una tradizione che negli anni è riuscita ad infischiarsi degli espliciti divieti di balneazione posti lungo la riva dell’arteria che irrora la Dotta. Perché che nel Reno fosse vietato immergersi non è certo novità di questi giorni, tutt’altro. Ma gli incidenti fatali che nelle ultime settimane hanno acceso i riflettori su questa innocente trasgressione, hanno reso necessario l’intervento dell’amministrazione comunale di Casalecchio per ribadire le regole. Così, vigili e volontari del Gev si sono avvicendati nel weekend appena trascorso per sensibilizzare gli avventori al divieto. E, in effetti, nonostante gli incidenti di appena qualche giorno fa, alcuni avventurosi non hanno desistito dal mettersi a mollo nel gelido fiume.

“Li hanno incontrati i volontari del Gev – spiega il comandante dei vigili, Stefano Bolognesi – erano ragazzi stranieri, probabilmente dell’est. Sono stati avvicinati ed è stato loro spiegato il contenuto delle norme”. E, pur senza fare i salti di gioia, alla fine hanno rinunciato al bagnetto. In effetti, spiega sempre il comandante, “chi di solito si avventura a fare il bagno nel fiume non è certo un casalecchiese, anzi spesso non è nemmeno italiano”. L’usanza, insomma, riguarderebbe più di frequente gli stranieri, magrebini o dell’est, che probabilmente hanno difficoltà con la lingua italiana e non riescono a tradurre il significato del divieto. L’area più di frequente utilizzata come spiaggia dai trasgressori è quella del cosiddetto Prato Piccolo, l’isolotto artificiale all’imbocco del canale nel fiume, preferito perfino all’area del Lido, attrezzata di ombrelloni e sdraio, ma sorvegliata e perciò inadatta alla trasgressione.

“Al Prato Piccolo l’acqua sembra più bassa” osserva Bolognesi, e perciò gli arditi bagnanti “non ci vedono il pericolo”. Che invece c’è e, come spiega sempre il numero uno della polizia municipale, “riguarda non l’aspetto igienico di quelle acque, bensì la loro sicurezza e praticabilità”. Insomma, il rischio non è quello di prendere infezioni, bensì di incappare in incidenti che nel peggiore dei casi (la cronaca recente ne è dimostrazione) possono perfino rivelarsi letali. “Temperatura dell’acqua e possibilità di formazione di mulinelli, in virtù delle chiuse e della particolare conformazione del fondo – spiega Bolognesi – sono gli aspetti che motivano il divieto di balneazione, definito appunto per “acque insicure”".

Non è dunque sufficiente individuare la zona che ad occhio pare più sicura per avventurarsi nel tuffo: il pericolo non è valutabile ad occhio nudo e, soprattutto, arriva all’improvviso. Per questo lungo la riva è stata intensificata la presenza di avvisi e cartelli, anche se, ammette il comandante, “se uno vuole fare il bagno al fiume lo fa a prescindere dai cartelli”. Ma Bolognesi non si scoraggia e assicura: “La nostra presenza lungo le rive del Reno continuerà anche nei prossimi giorni, in particolare nel fine settimana”. Insomma, la norma in un modo o nell’altro dovrà essere recepita, ma ai casalecchiesi resterà sempre il malinconico ricordo del loro piccolo “mare” ora impraticabile.

Un nuovo Parco dei Gessi sfida i tagli di Roma

LA NOVITA’
Istituito l’ente, ma il ministro punta alla privatizzazione.

Parco dei GessiIn barba ai tagli promessi dal ministro Tremonti, che è pronto ad eliminare a colpi di Finanziaria tutti gli enti pubblici con meno di 50 dipendenti, racchiudendoli tutti nella categoria “ombrello” degli enti “inutili”. E in barba pure alla ministra Prestigiacomo, che nel Governo Berlusconi è titolare del dicastero all’Ambiente, ma che di salvare i parchi – “poltronifici” li chiama – dai tagli non ne vuole sentire parlare. Anzi per quelle gestioni invoca l’intervento dei privati. Nasce perciò col vento contro il Parco dei Gessi romagnoli, formalmente istituito da una legge regionale del 2005 ma finora in attesa del consorzio di gestione, arrivato ieri con una delibera della Giunta regionale, che ha diffuso una nota. E mai nota fu dotata di uguale tempismo. Ora tocca agli Enti locali concludere gli adempimenti, poi arriveranno i fondi regionali. Il coordinamento, da parte della Regione, del tavolo tra le organizzazioni produttive, le Province e i Comuni coinvolti – prosegue la nota – “ha permesso di superare alcuni mesi fa gli ultimi scogli che ancora ostacolavano l’avvio del Parco regionale, attraverso la sottoscrizione insieme agli Enti locali dell’accordo con le organizzazioni professionali agricole per valorizzare le attività del mondo rurale”.

Quest’area protetta, tra le province di Ravenna e Bologna, comprende uno dei più importanti affioramenti gessosi d’Italia: si tratta di 2.042 ettari di parco e 4.022 di area contigua, dalla valle del Sillaro fino a Brisighella, nella valle del Lamone, dove emerge una riconoscibile dorsale grigio argentea che interrompe bruscamente i dolci profili collinari, conferendo un aspetto unico al paesaggio. Si estende per 25 chilometri, con una larghezza media di un chilometro e mezzo: imponente rilievo gessoso, è ricchissimo di grotte, caratterizzato da specie botaniche rare, circondato da aree naturali e coltivate che si alternano “a mosaico”. È questa la Vena del Gesso Romagnola: doline, valli cieche e molte grotte, anche molti “abissi” dalle profondità record; il nome
“Vena” venne attribuito dai topografi dell’Istituto Geografico Militare, privilegiando l’ utilizzo minerario del corpo roccioso, da sempre sfruttato per l’estrazione del gesso.

“Oggi – sottolinea l’assessore regionale all’ambiente Lino Zanichelli – nasce di fatto un Parco molto atteso, un vero e proprio fiore all’occhiello della nostra offerta naturalistica protetta e speleologica. La sua gestione consentirà non solo di tutelare ma di valorizzare appieno questo territorio: nella nostra regione i parchi non sono “isole” ma realtà inserite nel tessuto circostante, volano di uno sviluppo produttivo, turistico e culturale rispettoso dell’ambiente. Sono convinto – prosegue – che a queste condizioni vadano sempre più promossi e sostenuti, per la fondamentale funzione di riequilibrio ecologico, cattura di CO2 e conservazione della biodiversità che svolgono a beneficio di tutti. Il Piano triennale delle aree protette che ci accingiamo a varare in autunno sarà l’occasione per un ulteriore sviluppo della rete dei parchi”.

Gli enti locali (Comunità montane del Santerno e dell’Appennino Faentino; Comuni di Brisighella, Casola Valsenio, Riolo Terme, Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice) dovranno approvare lo statuto del consorzio di gestione e poi nominarne gli organismi: presidente, comitato esecutivo, revisori, comitato tecnico-scientifico e l’importante consulta con gli agricoltori che lavorano all’interno del Parco. Svolti questi adempimenti, “la Regione – conclude la nota – potrà attivare a favore della nuova “area protetta” le risorse finanziarie per le spese di primo impianto e di gestione, che saranno equamente ripartite tra la stessa Regione e gli enti facenti parte del Consorzio”.

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