Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Il dibattito sulle unioni omosessuali in Italia: un po’ di storia

Sto preparando una mostra per il Cassero che racconti il ritardo italiano in tema di unioni omosessuali. Ecco una prima tappa di questo lavoro.

Da Warhol a Guercino nel bazar dei ricordi

L’IMPRESA
Opere d’arte, feticci e arredamento low cost nelle spaziose corsie di “Cose d’altre case”. L’avvio in un capannone di via Gandolfi, poi a inizio anno il taglio del nastro del megastore in via Beverara

Cose d'altre caseC’è le nuora che vuole liberarsi dei ninnoli della suocera – «o li prendete voi o li butto nel pattume», minaccia -, salvo poi scoprire che tra quei ninnoli c’è pure una statua originale del Minghetti – valore commerciale 2000 euro – che di quella suocera rende il ricordo improvvisamente colmo di gratitudine. Oppure c’è l’anziano con la minima, che per arrivare a fine mese raccoglie oggetti in disuso da cantine e solai, con la speranza di rimetterli sul mercato. E ancora, ci sono gli instancabili del “rinnovamento”, quelli per cui l’obsolescenza si matura già nell’arco di una giornata, oppure – e purtroppo di questi tempi sono tanti – quelli che la crisi li ha centrati in pieno e sono costretti a privarsi del superfluo, se non addirittura dell’utile. È varia ed eterogenea, insomma, l’umanità che si incontra tra le corsie di Cose d’altre Case, l’avventura imprenditoriale di Marco Ziino che calibra in grande il mercato del “second hand”. Ziino ha quasi quarant’anni, lo sguardo sveglio, le mani segnate dal lavoro. E il sorriso orgoglioso di chi a 14 anni è partito da Lipari, nelle Eolie, alla volta di Bologna e ora, 25 anni dopo, corre rapido tra via Gandolfi e via Beverara, dall’uno all’altro dei capannoni in cui ha collocato il suo istrionico mercato. Che trasforma, magicamente, il passato in futuro, sfiorando tanto i capolavori dell’arte quanto le storie difficili di chi, a un certo punto, è costretto a separarsi da ciò che possiede. “Cose d’altre case”, secondo la definizione più comune, è un mercatino dell’usato. Anzi un mercatone, dovremmo dire, considerato che, nato 9 anni fa in via Gandolfi in uno spazio di 800 mq, a inizio anno ha inaugurato la nuova sede di via Beverara sommando all’area della prima altri 2600 mq. E si cresce ancora se si mette nel conto anche il punto vendita in franchising in via Cesari a Modena, attivo ormai da qualche anno. E se agli inizi la squadra era composta solo da Marco e di altri due sue amici, ora a libro paga di “Cose d’altre case” si contano ben 27 dipendenti: una crescita vertiginosa, di questi tempi praticamente una rarità.

“Oggi è tuo domani e mio”: questa è la logica semplice che anima i tanti visitatori dei due megastore, tutti tesserati – e sono 34.000 in tutto solo quelli della sede pioniera di via Gandolfi – per adempiere ai controlli che la questura ritiene necessari nel commercio degli oggetti usati. C’è chi vende e c’è chi compra, chi va a caccia del feticcio, chi invece cerca la via per risparmiare un po’ scartando l’ultima generazione degli oggetti a favore di quelle passate, ancora in grado di assolvere al loro compito. Il set da giardino in ferro, le belle credenze in stile veneziano, le lampade Liberty, i tavoli in cristallo degli arredi anni Settanta. E ancora: le vecchie radio, i giradischi e perfino i grammofoni, fino agli impianti hi-fi smessi dopo poco e ancora in attesa de cd da far girare. Poi accessori, soprammobili, abiti e addirittura opere d’arte: «Una volta – racconta Ziino – dallo sgombero di una cantina mi arrivarono tre stampe numerate di Andy Warhol che andarono in vendita a 5mila euro l’una. E un’altra volta – prosegue – un cliente venne per sbarazzarsi di un vecchio quadro: era una tela della scuola di Francesco Barbieri (detto il Guercino, ndr)». Tutti i beni che varcano la soglia di “Cose d’altre case” rientrano nella catena del consumo, realizzando nella pratica quella logica del riciclo che in quegli spazi è un vero e proprio mantra: lo si trova nei simboli giganti, ma anche nelle scaffalature per l’esposizione, tutte rigorosamente in cartone compresso.

L’impresa di Marco Ziino insomma ha centrato l’obbiettivo e si gode il suo successo, senza perdere però quell’attenzione al sociale che ne ha caratterizzato gli inizi. Così, anche la crisi di questi anni l’imprenditore si sforza di leggerla nei dati della sua clientela: «Le vendite non sono calate – dice – ma è cambiato completamente il tipo di oggetto ricercato», Ad esempio, spiega Ziino, «il feticcio del passato e l’antiquariato restano oggi a lungo invenduti, mentre vanno a ruba gli elettrodomestici recenti, i mobili e i vestiti». Che però, in quei capannoni dove regnano ordine e pulizia, non hanno mai l’aria di una seconda scelta, semmai i contorni di una fiaba, di una storia lontana interrotta a un certo punto e pronta, magicamente, a ricominciare.

L’arte e l’amore di Teresio e Teanna

LA STORIA
Da quando lei morì, nel 1993, lui prese a commissionare suoi ritratti a importanti pittori. Così si è formata la collezione Arcangeli, da domani in mostra alla Rocca di Dozza.

Tano Pisano,Teanna, 2003 Si intrecciano arte e tanto amore nella storia di Teresio e Teanna Arcangeli. Ed è proprio l’arte, oggi che Teresio e Teanna non ci sono più, a custodirne il ricordo, che da domani si potrà ripercorrere nelle stanze della Rocca di Dozza, nell’imolese, dove è giunta – per ora in un allestimento temporaneo, in attesa che si concluda la ristrutturazione del castello – l’intera collezione di tele di Teresio Arcangeli. Opere che hanno tutte una caratteristica comune, quella di avere come unico soggetto, in pose ed espressioni differenti, Teanna. Nei tratti e nelle interpretazioni di tanti importanti autori contemporanei – Nani Tedeschi, Maria Paola Forlani, Norma Mascellani, Vera Tait, Riccardo Ghiribelli, Alfonso Frasnedi, Xurxo Martino Costa Pérez, Tano Pisano, Pietro Lenzini, Ghesine Arpsstorico – scorre l’amoroso omaggio che Teresio ha dedicato dal 1993 (anno della morte di Teanna) al 2007 alla memoria dell’amata consorte.

Teresio e Teanna, entrambi imolesi, si erano conosciuti negli anni Cinquanta: proprio in quel periodo lui aveva rilevato la Cartolibreria Farini a Bologna, all’angolo tra l’omonima via e vicolo del Cane, nei pressi dello storico caffè Zanarini. Un’avventura intrapresa con i fratelli per esportare al di fuori del circondario imolese la storica attività di famiglia, avviata a fine Ottocento da nonno Antonio. Cartolibreria e rilegatura: di questo si occupavano gli Arcangeli, parte di loro ancora oggi nel magazzino “C.Arcangeli e figli” sulla via Emilia. Teresio in particolare, nella sua bottega bolognese, si era specializzato negli articoli da scrivania più raffinati, e nei sotterranei, nel frattempo, tramandava l’arte della rilegatura e delle incisioni, da sempre orgoglio della famiglia Arcangeli. Teanna, diventata presto una degli Arcangeli, fu coinvolta dal marito nel lavoro della bottega, diventando l’abile e cordiale negoziante che per anni ha caratterizzato quella rivendita del centro storico. Vivevano a Dozza, Teresio e Teanna, e ogni giorno assieme raggiungevano il capoluogo dove – lei al piano terra, lui nei sotterranei – raccoglievano le soddisfazioni del lavoro. Cominciando a coltivare, nel frattempo, una passione per gli oggetti d’arte, a partire da quelli rari e antichi che giungevano nelle loro vetrine o nel laboratorio e che presto Teresio e Teanna presero a collezionare.

Nel 1993, purtroppo, una lunga malattia portò via Teanna Arcangeli, allora poco più che cinquantenne. Teresio, uomo silenzioso e riservato, ne soffrì tantissimo, e da allora non volle nessun’altra donna al suo fianco. Scelse, piuttosto, di circondarsi di tante Teanna, figlie dell’amore per l’arte che insieme, loro due, avevano iniziato a coltivare. Teresio Arcangeli, perciò, approfittando delle celeberrima Biennale del Muro dipinto di Dozza, iniziò ad avvicinare le importanti firme dell’arte che la rassegna portava nell’imolese: a ogni pittore consegnava una foto diversa della moglie e commissionava il ritratto. Che, una volta ultimato, avrebbe aggiunto a quelli già appesi a casa sua. Il tutto senza clamori, quasi sottovoce: «Vedevamo le nuove opere quand’arrivavano a casa dello zio. – racconta il nipote Davide Arcangeli – A quel punto lui ci consegnava una cartolina con la riproduzione del ritratto e la firma dell’artista». Negli anni Teresio riuscì a reiterare la commissione anche ad artisti al di fuori della kermesse dozzese, mettendo assieme una collezione di oltre venti tele.

Due anni fa, all’età di settantacinque anni, Teresio Arcangeli ha raggiunto l’amata Teanna: solo allora la sua collezione si è rivelata in tutto il suo splendore. I suoi eredi, rispettandone le volontà, donarono al Comune di Dozza il nucleo dei ritratti di Teanna, che domani verranno presentati per la prima volta alla cittadinanza in un’esposizione. All’inaugurazione interverranno il sindaco di Dozza Antonio Borghi, i familiari di Teresio Arcangeli ed alcuni artisti che hanno eseguito le opere esposte, fra cui Alfonso Frasnedi.

Da “falce e finocchio” al Circolo 28 Giugno. Gli scatti di trent’anni di orgoglio gay

Aspettando la parata. Inaugura in Galleria D’Accursio la mostra fotografica: Bologna Orgogliosa 1978-2008

Dotta e Grassa, ma in questo caso soprattutto Orgogliosa. La Bologna ritratta nelle tavole in mostra da oggi in Galleria D’Accursio, forniscono un inedito ritratto degli ultimi trent’anni della città. A partire dalla falce e finocchio, l’irriverente declinazione dell’icona del proletariato che i primi collettivi omosessuali scelsero per dare un volto alla propria identità. Perché il volto – cioè la visibilità, l’esserci – era allora il tema caldo della rivendicazione. Bisognava uscire allo scoperto, incentivare il coming out come gesto politico attraverso cui ognuno, individualmente, dava forza al costituirsi di una comunità. E la questione, ai tempi, era tutt’altro che facile: Meglio un figlio ladro che finocchio sostenevano i bolognesi del quartiere Saragozza quando nei primi anni Ottanta si andava ad assegnare il Cassero della Porta ai piedi di San Luca ai collettivi gay e lesbici. Insomma l’omofobia era un tratto molto radicato nella cultura di massa, una presa di distanza che comodamente risolveva i dubbi di una città – ma anche di una nazione – che troppo poco avevano riflettuto sull’amore tra due persone dello stesso sesso. Ma quell’amore esisteva e piano piano stava maturando il suo bisogno di legittimazione. Gli anni Settanta – quelli da cui la mostra allestita dal Cassero inizia il suo racconto – erano quelli del collettivo F.U.O.R.I., la compagine fondata a Roma nel 1971 da un Mario Mieli reduce dagli anni di militanza in Inghilterra. Ma già a metà degli anni Settanta il leader, che morirà suicida nell’83 cioè venticinque anni fa, prendeva le distanze dal collettivo che nel frattempo sposava le istanze dei Radicali. Bologna, in quello strascico finale degli anni Settanta, era una città in fermento: “I pendolari dello studio e del lavoro – racconta Beppe Ramina nel suo saggio Ha più diritti Sodoma di Marx? – sostano più a lungo in città. Non si sa da dove scocchi la scintilla se non per una data che fa da spartiacque sociale e politico e, dunque, cronologico: l’11 marzo (del 1977, NdR), quando uno studente di Lotta Continua, Francesco Lorusso, durante uno scontro tra manifestanti e poliziotti viene ucciso con un colpo di fucile dal carabiniere Massimo Tramontani che, per questo fatto, non verrà mai neppure processato. I giovani che vivono a Bologna scendono in piazza a migliaia con imponenti manifestazioni che a volte culminano in scontri. Si spara”. Il giorno dopo la morte di Lorusso, il 12 marzo, venne disposta la chiusura di Radio Alice, una delle prime esperienze, la più significativa, di radio libera in città. E il 1977 fu anche l’anno della pubblicazione per Einaudi di Elementi di critica omosessuale, il saggio rivoluzionario attraverso il quale Mieli affermava l’universalità del desiderio omoerotico. Insomma l’omosessualità, secondo Mieli, non era il carattere distintivo di una minoranza che chiedeva un riconoscimento, bensì la parte negata di qualsiasi uomo o donna. Nell’agosto dell’80 Bologna venne profondamente ferita dalla tragica bomba alla stazione, e un anno dopo, per il primo anniversario, il neonato Circolo 28 Giugno (l’evoluzione dei collettivi “frocialisti”) organizzò un raduno contro il terrorismo. Già era nell’aria una svolta: a Roma in quell’anno, ad un convegno dedicato ai “problemi della condizione omosessuale nelle grandi aree urbane”. Renato Zangheri, ai tempi sindaco di Bologna, promise una sede alla comunità gay e lesbica. E un anno dopo, proprio il 28 giugno, gli omosessuali di casa nella città delle torri ricevettero le chiavi del Cassero di Porta Saragozza. Tutto questo veniva raccontato a tratti dalla stampa del tempo – raccolta ed esposta nella mostra curata dal Cassero – che vide quei fatti attraverso la lente deformante della cultura di massa. La prudenza del cronista si esprimeva in un’inflazione di virgolette e perifrasi che erano la traduzione in segno grafico di un imbarazzo che nessuna scuola di giornalismo aveva insegnato a gestire. La mostra, da questo punto di vista, è un’esilarante antologia, che non può non includere i titoli più recenti. I quali nelle forme appaiono certo “evoluti”, ma che nei contenuti – “piazza sì o piazza no”, ad esempio – testimoniano il più avvilente dei passi indietro. Bologna, nel frattempo, è già tornata orgogliosa e fra quaranta giorni o poco più trasformerà quell’orgoglio in una parata di portata nazionale. Un omaggio alla storia e i suoi traguardi, non di certo una novità. Nulla da temere perciò, piuttosto qualcosa di cui andare fieri.

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