Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Cani senza guinzaglio

IL VERDETTO
Massacro alla Diaz durante il G8 di Genova: la Giustizia assolve i vertici delle forze dell’ordine.

Attenti al caneUn po’ di tempo fa il mio cane morse sul naso una vicina di casa che aveva infilato la faccia tra le sbarre del cancello per farsi leccare. Proprio accanto al cartello “Attenti al Cane”, la furbona. Nulla di grave, appena un graffietto. Ma la vicina presentò denuncia e mi sono trovato a doverle pagare i danni. Io – che mentre è successo dormivo – non il cane, che in cuor suo non vede l’ora di rifarlo.

Incàzzati finchè vuoi ma il mondo va così: a ogni ruolo corrisponde una responsabilità, e se ti pigli un dalmata e scegli perciò di vestire i panni del “padroncino” devi essere pronto ad assumerti la responsabilità e l’onere di tutte le sorprese che l’amico a 4 zampe ha in serbo per te. Dalla cacca sullo zerbino alla sgranocchiata di naso alla vicina.

Questo banale assunto – che mi proviene dal buon senso, o dalla mamma, o dalle due cose insieme ma in ogni caso resta banale – è sufficiente a farmi sgranare gli occhi mentre leggo e rileggo le agenzie sulla sentenza con cui si è chiuso il processo sul massacro alle scuole Diaz di Genova nel 2001. Qui qualcuno – uno stolto, un poco illuminato (spento, direi) oppure uno dotato di diabolica malafede – sta cercando di far passare una mattanza descritta da video, libri, documenti e testimoni diretti come una “scampagnata” di ragazzacci esaltati che a un certo punto hanno perso il senso della misura. Che fossero poliziotti, membri delle forze dell’ordine, la sentenza non sembra rendersi conto. Le colpe hanno una dimensione personale, ho sentito dire a qualcuno nella pioggia dei commenti. Assurdo! Quei militari portavano divise e distintivi, picchiavano con le mazze pagate coi soldi miei e di tutti voi. E se anche il più abile degli avvocati è riuscito a far fessa una corte e a raccontare che quelli l’incursione se l’erano organizzata da soli, senza ordini dall’alto, e che nessuno potesse far niente per fermarla, come abbiamo fatto alla fine a scordarci che i capi accanto ai poteri hanno delle responsabilità, rispondono nel bene e nel male di quello che fanno i propri sottoposti? Chi spiega a questi iperpagati in divisa che quegli stipendi a tanti zeri dovrebbero essere un investimento in fiducia per lo Stato e un onere – innanzitutto – per chi li riceve?

E infine: sulla base della sentenza Diaz potrò dormire tenendo il cancello aperto rasserenato dal fatto che le multe d’ora in poi saranno intestate a Pablo, il quadrupede candido che scodinzola nel mio giardino?

Tra le lenzuola di Haider

IL CASO
L’outing postumo del leader austriaco appassiona il dibattito. Ma in Italia?

Joerg Haider e Stephen Petzner

Insomma: Haider era gay sì o no? Dopo gli articoli di giornale, gli interventi dei politici e le dichiarazioni dei congiunti potremmo francamente infischiarcene tutti. Non lo fa Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, il primo a invocare qualche giorno fa il “chissenefrega” collettivo dalle pagine di Liberazione, per poi tornare sull’argomento, dopo il fiume di parole sulle colonne del giornale di Sansonetti, sull’homepage del suo blog. Paola Concia, l’unica omosessuale visibile del Parlamento, parla di un’informazione come le altre. E in effetti informazione lo è, Concia ha ragione. Forse non proprio come le altre: Haider era omofobo, apertamente e violentemente. Il fatto che fosse gay un effetto lo farà, quanto meno sui suoi sostenitori. (Tanto per iniziare Josef Bucher – e non Stefan Petzner, il “delfino” e amico “intimo” del defunto – è stato nominato alla guida del gruppo parlamentare della Bzoe). Un po’ presto per considerare l’onda d’urto nel suo complesso, ma su questa linea di ragionamento troveremo sicuramente più informazioni che rovistando nelle ultime goliardiche ore del leader della destra austriaca. Perché, come giustamente sottolinea Franco Grillini, sul piatto c’è un altro fatto, cioè il coming out di Stephen Petzner, braccio destro di Haider ed erede della sua leadership. Coming out che accende i riflettori sulla “relazione speciale” tra Haider e il suo pupillo. La moglie lo sapeva, riportano i media. Cosa sapeva?, mi chiedo io. Ma la risposta precisa non l’ho trovata da nessuna parte.

Insomma il bravo Marco Fraquelli (intervistato giorni fa anche da Blogosfere) a un anno appena dall’uscita del suo libro Omosessuali di Destra si trova già a doverne aggiornare le ultime pagine. Senza però riuscire ancora a contraddire il viril vanto italico espresso nel ventennio dal Duce. “In Italia sono tutti maschi”, diceva Mussolini. E in effetti la destra tricolore ancora non si “svela”, nemmeno dopo il terremoto Haider. Il consigliere UDC Alberto Villa, dopo aver dichiarato la propria omosessualità si è dimesso dal partito. Ma, diciamocelo, l’estrema destra è un’altra cosa. Grillini, che proprio a una presentazione del libro di Fraquelli a Milano animò un’infervorata querelle con Daniela Santanchè, di tutti i destrorsi chiama in causa Calderoli, in effetti uno dei più “turbati” dall’omosessualità di Haider: “Ci piacerebbe sapere la sua opinione” dice. E io mi domando: perché è il più omofobo o il più velato?

Nel frattempo, ci informa Babilonia, esce in Gran Bretagna la biografia di Heinrich Himmler a cura dello storico Peter Longerich: il gerarca nazista, manco a dirlo, era misogino e gay represso. Non si faceva mancare proprio nulla, lui.

Turbogas, Guerra: “Protestate in aula”

IL CASO
Fuoco incrociato di interpellanze in Regione.

Schema di funzionamento di una centrale a turbogasEsorta i protestanti del Comitato No Turbogas a “far sentire la propria voce, partecipando alla seduta dell’assemblea legislativa di martedì prossimo”, quando la Giunta Errani dovrà rispondere alla sua interpellanza sul progetto Dufenergy. E sarebbe bene, aggiunge, “che l’assessorato alle Attività produttive desse una risposta precisa”.

Daniela Guerra, capogruppo dei Verdi in Regione, batte i pugni sul tavolo e per vederci chiaro sul progetto della centrale a Turbogas nell’area dell’ex cartiera Burgo sceglie la strada del muro contro muro. E da una parte ci sarà perciò Duccio Campagnoli, assessore alle attività produttive, che dovrà dare spiegazioni al Consiglio di un’iniziativa che ha messo in apprensione centinaia di cittadini della Valle del Reno. E dall’altra parte, nell’emiciclo di viale Aldo Moro, ci sarà Guerra con la sua interpellanza che indaga sulla “retromarcia” della Regione rispetto alle indicazioni del Piano energetico, a neanche un anno dalla sua entrata in vigore. E ci saranno i cittadini, il fronte per “No”, che Guerra vuole attorno a sè per far sentire la voce del dissenso. Gli stessi cittadini che stasera alle 21, nella sala polivalente di Via Matteotti a Marzabotto, hanno convocato un’équipe di esperti a spiegare le controindicazioni di quell’imponente impianto che brucia metano.

“Faremo un’informazione trasparente – dice la coordinatrice del comitato – quello che la nostra amministrazione non ha fatto”. E ci sarà anche l’ala opposta dell’aula, il gruppo di Alleanza Nazionale, da cui parte ancora un’interpellanza sul Turbogas a Marzabotto, a firma del consigliere Alberto Vecchi: secondo la documentazione ottenuta dal comune di Marzabotto, riferisce Vecchi, risulterebbe che nell’aprile di quest’anno sia stata protocollata presso il comune stesso una richiesta di parere preventivo di fattibilità per l’attività di recupero di veicoli fuori uso da parte di un’azienda, “disponibile all’acquisto dell’intera area” in questione. Il consigliere, preoccupato dalle emissioni inquinanti della centrale, chiede alla Regione se è a conoscenza del fatto che, oltre a quello della Dufenergy, esistevano altri progetti per il riutilizzo dell’area ex Burgo, e vuole quindi sapere per quale ragione quello della ditta che si occupa di recupero di componenti automobilistici non sia stato preso in considerazione e ad oggi non abbia ricevuto risposta.

Turbogas, anche Legambiente contro

IL CASO1
Procedono le trattative tra istituzioni e Dufenergy per la centrale. Ma il fronte dei contrari si ingrossa. A Marzabotto un seminario organizzato dai cittadini con l’aiuto di alcuni esperti.

No turbogas | Te la spengo ioGli amanti della tintarella in riva al fiume sanno bene che il beneficio del torrente limpido incastonato tra le alture ha come svantaggio il limitato numero di ore il cui il sole riesce a farsi breccia tra le vette. Insomma atmosfera mozzafiato, ma il sole dura poco. Basterebbe questa piccola considerazione, frutto di scampagnate o non di studi, a gettare il velo della perplessità sulla possibilità che l’insediamento Dufenergy a Lama di Reno possa trasformare Marzabotto “in uno dei primi Comuni fotovoltaici della Regione”, come annunciava, a cavallo del Ferragosto, l’assessore regionale Duccio Campagnoli.

E il dubbio è molto semplice: perché infilare un’imponente distesa di pannelli fotovoltaici in una valle stretta in cui il sole batte per meno tempo che in qualsiasi altro posto? E, in effetti, l’annuncio dell’assessore, dopo appena un mese, si ridimensiona drasticamente e nella nota diffusa ieri dai palazzi di viale Aldo Moro la questione prende una piega diversa, in cui il fotovoltaico perde il suo carattere di eccellenza: “Per l’ex Cartiera di Marzabotto – si legge – l’obiettivo di Regione Emilia-Romagna, Provincia di Bologna e Comune è quello di realizzare una riconversione che crei una nuova area produttiva; e il Gruppo Dufenergy, che ha presentato il progetto per realizzare nell’area un impianto per la generazione elettrica “anti black-out” insieme a un impianto fotovoltaico e alla riattivazione della centrale idroelettrica della Cartiera, conferma l’impegno a favorire anche l’obiettivo complessivo della riconversione”.

Insomma, la vicenda della centrale Turbogas a Lama di Reno, là dove un tempo funzionava la storica Cartiera Burgo, continua a muoversi in acque torbide. Al punto che, da un mese a questa parte, il fronte del dissenso si è ingrossato a dismisura: il comitato cittadino, che ha già raccolto 3.600 firme per scongiurare quella soluzione, ha adesso dalla sua anche Legambiente, oltre che una serie di forze politiche – di destra e di sinistra – che nelle diverse sedi istituzionali continuano a chiedere chiarezza e trasparenza su questo percorso. E soprattutto i contrari – mentre la Regione annuncia una procedura di Valutazione di impatto ambientale con la modalità della Conferenza di Servizi e un’inchiesta pubblica per dar voce ai cittadini – hanno già in mano un dettagliato studio, realizzato da Marco Bittelli e Marco Cervino, ricercatori dell’Università di Bologna, che mette in allarme gli oltre 1500 abitanti della zona.

Perché le analisi fornite da Dufenergy contestualmente al progetto della centrale a Turbogas risultano, a detta degli esperti consultati dal comitato, “carenti e di basso profilo”. La Regione, nella nota diffusa ieri, parla di un “impianto del tipo di “modulazione”", quindi per la produzione dell’energia “di punta” (quella necessaria quando la domanda supera l’offerta e per prevenire i black-out); la potenza massima della turbina a gas indicata nel progetto presentato, perciò, non sarà superiore ai 48 MWe e le ore di funzionamento dell’impianto saranno tra le 3500 e le 5000 h/anno, che significa dalle 10 alle 15 ore al giorno. Tutti i giorni.

Non si parla invece delle emissioni di polvere sottili, uno dei punti che più preoccupa i residenti che vedranno sorgere la centrale a 15 metri dalle proprie abitazioni: “Nel progetto – dicono i portavoce del comitato per il “no” – la centrale proposta produrrà PM2.5 e PM10 pari a 30 t/anno del solo particolato secondario pari a circa un decimo di tutto l’inquinamento prodotto dal traffico di Bologna. Tale inquinamento insisterà su una zona valliva con una superficie molto inferiore a quella di Bologna. Inoltre – proseguono i residenti – i ben noti fenomeni di inversione termica, porterebbero alla permanenza, anche per diverse settimane, di alte quantità di polveri sottili a poche decine di metri sopra il livello del suolo, con gravi ripercussioni di inquinamento atmosferico”.

Intanto la Regione rende noto che “Dufenergy ha sottoscritto l’impegno, a fronte dell’approvazione dei progetti presentati, a cedere al Comune tutta la parte dell’area ex Burgo (circa 70.000 mq) non impegnata dal progetto energetico (che ne occuperebbe solo 20.000 mq), per la somma di circa 3 milioni di euro”. Ma che ne farà il Comune di quell’area? Anche su questo i dissidenti di Lama di Reno si interrogano. E le perplessità non finiscono qui: “Nel progetto – dicono ancora dal comitato – si riscontrano incongruenze con il Piano Energetico Regionale e le linee guide di quello nazionale, che prevedono un abbattimento delle emissioni di CO2. La creazione di un nuovo impianto per la produzione di energia mediante combustibili fossili con nuove immissioni di CO2 nell’ambiente, è in netto contrasto con la necessità per il Paese di ottemperare agli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto”.

E sull’inopportunità di questo insediamento, Legambiente sferra l’attacco più duro, perché “tale energia elettrica non è necessaria, non è prevista nel Piano Energetico Regionale, e se questa energia fosse utile, chiediamo alla Regione Emilia-Romagna e al suo Assessore alle attività produttive di darcene approfondita documentazione”. Infine occhi puntati sul fiume: “L’utilizzo dell’acqua del fiume Reno per il raffreddamento della turbine – dicono quelli del comitato – è preoccupante, vista la già limitata disponibilità della conoide del Reno con progressivi cali del livello piezometrico. Si ricorda che la conoide del Reno, costituisce la principale fonte di acqua potabile per la città di Bologna”.

La cornice di tutta questa complicata vicenda sembra essere all’insegna dell’incomunicabilità: i “contrari” parlano di un “progetto imposto con strafottenza e senza un briciolo di democrazia” e il clima teso di un’assemblea pubblica tenuta l’altro ieri a Marzabotto ne sarebbe dimostrazione. Resta il tema del lavoro: l’insediamento di Dufenergy infatti riassorbirebbe tutti i 23 lavoratori in cassa integrazione dell’ex cartiera: l’ammortizzatore sociale si estinguerebbe a dicembre, ma la Regione si è data disponibile a prolungarlo.

“Ci rendiamo conto che sia importantissimo trovare soluzioni affinchè tutte queste persone non perdano il loro posto di lavoro” – commenta Liliana Morotti, coordinatrice del Comitato No Turbogas – “ma questo non può avvenire a discapito della salute dell’intera valle”. Inoltre, segnalano ancora dal comitato, le centrali Turbogas sono dette “unmanned” in quanto in ognuno si impiega pochissima forza lavoro, nell’ordine delle 2 o 3 persone. E per concludere i cittadini danno un appuntamento: domani sera, alle 21, alla sala polivalente in via Matteotti, 3 , per il seminario “Salute, Produzione di Energia E Turbogas” che affronterà, con l’aiuto di esperti, questi temi.

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