Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


“Tutti figuranti in un tragico teatro”

LA TESTIMONIANZA
Il G8 di Alessandro Berti, l’operaio bolognese a cui la corte di Genova ha riconosciuto i danni.

Genova G8«Improvvisamente mi sono visto in quella scena di Pulp Fiction in cui in macchina parte un colpo dalla pistola e ammazza uno»: Alessandro Berti, sanlazzarese di 38 anni, ha ancora negli occhi nitide le immagini di quel luglio genovese di sette anni fa, quello in cui da Bologna in auto, da solo e “armato” soltanto della sua macchina fotografica, raggiunse la riviera ligure per prendere parte alle manifestazioni in occasione del G8. La sua storia, come quella di molti, è sporcata di tanto sangue. Di violenza, di minacce, di carcere.

Dopo 7 anni l’altro giorno è stata battuta la sentenza che riconosce a Berti un risarcimento di 7.000 euro per il fermo e l’arresto illegittimi. Qualcosa gli è stato riconosciuto anche nella sentenza del Bolzaneto, l’altro procedimento in cui si è trovato coinvolto. Ma Berti non si sente risarcito e con la mente ritorna a quell’assurdo viaggio in macchina a bordo di una volante: «Eravamo stati presi nella via della questura – racconta – io e un altro ragazzo solo perchè scattavamo foto alla carica della polizia». Subito botte e calci, poi in macchina scortati verso la caserma di Bolzaneto. In quel viaggio il ragazzo che era con lui dice la frase “sbagliata”: «Portatemi in infermeria (il suo volto era una maschera di sangue, ndr), sono un avvocato, so che non mi potete trattare così». Un tono incauto, una parola di troppo per la suscettibilità di uno dei due agenti. Che di colpo ha estratto la pistola e l’ha puntata verso i due passeggeri. E loro, proprio come nel film di Tarantino in quella famosa scena della macchina, hanno temuto che quel proiettile partisse.

Il racconto di Berti, la ricostruzione che fa di quei giorni, non è tutto al passato: «La paura e gli incubi – spiega – ci sono ancora oggi». Col cosiddetto “senno del poi”, però, cerca di guardare a quei fatti da lontano. «Alla fine – dice – mi sono sentito parte di una grande messa in scena, gestita da una regia occulta che mai verrà a galla». Berti ancora non si spiega, ad esempio, quei ragazzi in scooter fermi all’angolo delle strade e spesso al telefono: «La gente del posto diceva di non averli mai visti». Ed è proprio una di quelle misteriose sentinelle, a un certo punto, ad entrare durante la prima giornata di cortei, il venerdì, nel bar in cui Berti consumava il suo veloce pasto. «Arrivano i black bloc» annunciò l’uomo. E in effetti era ben informato. I black bloc, in quei giorni, Berti li ha visti da vicino, all’opera: «Li ho seguiti a distanza per tutta la giornata di venerdì – spiega – erano una trentina e agivano indisturbati. Le forze dell’ordine, nel frattempo, si accanivano con quelli che, come me, scattavano foto».

Per Berti in effetti la fotografia è sempre stata un “pallino”, una fissa che alla fine lo ha messo nei guai. Proprio mentre fotografava uno sparuto sit-in pacifico davanti alla questura ha subito la carica della Digos: macchina in frantumi, botte e poi dritti a Bolzaneto. Una volta lì mani in testa, fronte contro al muro, gambe larghe. «Portateci in infermeria» l’implorazione. «Fino a sera ne prenderete tante che è inutile portarvici ora». L’inferno nella caserma, per il sanlazzarese, è durato 12 ore. Poi il trasferimento al carcere di Alessandria: trasporto blindato, senza possibilità di comunicare con nessuno: «Ai miei genitori – dice Berti – avevo promesso, vista la pericolosità della manifestazione, di farmi vivo spesso. Invece per tre giorni non hanno avuto notizie di me». Salvo dalla televisione, che durante i notiziari trasmise il suo arresto: «Mio padre lo vide e da lì partì il suo calvario per capire cos’era successo».

Fu proprio quell’arresto, la necessità di difendersi, a indurre Berti a intraprendere le vie legali, quelle che ora gli hanno permesse di ottenere quel minimo risarcimento. Ma Berti nella Giustizia non aveva già allora granché fiducia: «Prima di quei fatti già pensavo che in Italia esistessero degli intoccabili. Le sentenze relative al G8 (quella di Bolzaneto e delle scuole Diaz, ndr) me l’hanno confermato. Anzi io credevo in cuor mio che non si arrivasse a condannare nemmeno gli agenti». E quella condanna parziale, per Alessandro Berti, è l’aspetto più surreale della vicenda: «I militari eseguono ordini – dice – non posso credere che uno di loro abbia portato delle molotov all’interno delle scuole Diaz per iniziativa personale».

La sentenza che riconosce al bolognese il risarcimento per quell’arresto, quelle botte, quell’ingiusta reclusione, sottolinea ancora una volta l’aspetto più peculiare di questa vicenda: «Il fatto – spiega l’avvocato Raffaele Miraglia, legale di Berti – che delle persone che pacificamente manifestavano o addirittura scattavano banali fotografie siano state fermate, arrestate, malmenate». E di questo fatto, i protagonisti sono ormai rassegnati, nessuno riuscirà mai a fornire una spiegazione.

Cani senza guinzaglio

IL VERDETTO
Massacro alla Diaz durante il G8 di Genova: la Giustizia assolve i vertici delle forze dell’ordine.

Attenti al caneUn po’ di tempo fa il mio cane morse sul naso una vicina di casa che aveva infilato la faccia tra le sbarre del cancello per farsi leccare. Proprio accanto al cartello “Attenti al Cane”, la furbona. Nulla di grave, appena un graffietto. Ma la vicina presentò denuncia e mi sono trovato a doverle pagare i danni. Io – che mentre è successo dormivo – non il cane, che in cuor suo non vede l’ora di rifarlo.

Incàzzati finchè vuoi ma il mondo va così: a ogni ruolo corrisponde una responsabilità, e se ti pigli un dalmata e scegli perciò di vestire i panni del “padroncino” devi essere pronto ad assumerti la responsabilità e l’onere di tutte le sorprese che l’amico a 4 zampe ha in serbo per te. Dalla cacca sullo zerbino alla sgranocchiata di naso alla vicina.

Questo banale assunto – che mi proviene dal buon senso, o dalla mamma, o dalle due cose insieme ma in ogni caso resta banale – è sufficiente a farmi sgranare gli occhi mentre leggo e rileggo le agenzie sulla sentenza con cui si è chiuso il processo sul massacro alle scuole Diaz di Genova nel 2001. Qui qualcuno – uno stolto, un poco illuminato (spento, direi) oppure uno dotato di diabolica malafede – sta cercando di far passare una mattanza descritta da video, libri, documenti e testimoni diretti come una “scampagnata” di ragazzacci esaltati che a un certo punto hanno perso il senso della misura. Che fossero poliziotti, membri delle forze dell’ordine, la sentenza non sembra rendersi conto. Le colpe hanno una dimensione personale, ho sentito dire a qualcuno nella pioggia dei commenti. Assurdo! Quei militari portavano divise e distintivi, picchiavano con le mazze pagate coi soldi miei e di tutti voi. E se anche il più abile degli avvocati è riuscito a far fessa una corte e a raccontare che quelli l’incursione se l’erano organizzata da soli, senza ordini dall’alto, e che nessuno potesse far niente per fermarla, come abbiamo fatto alla fine a scordarci che i capi accanto ai poteri hanno delle responsabilità, rispondono nel bene e nel male di quello che fanno i propri sottoposti? Chi spiega a questi iperpagati in divisa che quegli stipendi a tanti zeri dovrebbero essere un investimento in fiducia per lo Stato e un onere – innanzitutto – per chi li riceve?

E infine: sulla base della sentenza Diaz potrò dormire tenendo il cancello aperto rasserenato dal fatto che le multe d’ora in poi saranno intestate a Pablo, il quadrupede candido che scodinzola nel mio giardino?

Tra le lenzuola di Haider

IL CASO
L’outing postumo del leader austriaco appassiona il dibattito. Ma in Italia?

Joerg Haider e Stephen Petzner

Insomma: Haider era gay sì o no? Dopo gli articoli di giornale, gli interventi dei politici e le dichiarazioni dei congiunti potremmo francamente infischiarcene tutti. Non lo fa Aurelio Mancuso, presidente di Arcigay, il primo a invocare qualche giorno fa il “chissenefrega” collettivo dalle pagine di Liberazione, per poi tornare sull’argomento, dopo il fiume di parole sulle colonne del giornale di Sansonetti, sull’homepage del suo blog. Paola Concia, l’unica omosessuale visibile del Parlamento, parla di un’informazione come le altre. E in effetti informazione lo è, Concia ha ragione. Forse non proprio come le altre: Haider era omofobo, apertamente e violentemente. Il fatto che fosse gay un effetto lo farà, quanto meno sui suoi sostenitori. (Tanto per iniziare Josef Bucher – e non Stefan Petzner, il “delfino” e amico “intimo” del defunto – è stato nominato alla guida del gruppo parlamentare della Bzoe). Un po’ presto per considerare l’onda d’urto nel suo complesso, ma su questa linea di ragionamento troveremo sicuramente più informazioni che rovistando nelle ultime goliardiche ore del leader della destra austriaca. Perché, come giustamente sottolinea Franco Grillini, sul piatto c’è un altro fatto, cioè il coming out di Stephen Petzner, braccio destro di Haider ed erede della sua leadership. Coming out che accende i riflettori sulla “relazione speciale” tra Haider e il suo pupillo. La moglie lo sapeva, riportano i media. Cosa sapeva?, mi chiedo io. Ma la risposta precisa non l’ho trovata da nessuna parte.

Insomma il bravo Marco Fraquelli (intervistato giorni fa anche da Blogosfere) a un anno appena dall’uscita del suo libro Omosessuali di Destra si trova già a doverne aggiornare le ultime pagine. Senza però riuscire ancora a contraddire il viril vanto italico espresso nel ventennio dal Duce. “In Italia sono tutti maschi”, diceva Mussolini. E in effetti la destra tricolore ancora non si “svela”, nemmeno dopo il terremoto Haider. Il consigliere UDC Alberto Villa, dopo aver dichiarato la propria omosessualità si è dimesso dal partito. Ma, diciamocelo, l’estrema destra è un’altra cosa. Grillini, che proprio a una presentazione del libro di Fraquelli a Milano animò un’infervorata querelle con Daniela Santanchè, di tutti i destrorsi chiama in causa Calderoli, in effetti uno dei più “turbati” dall’omosessualità di Haider: “Ci piacerebbe sapere la sua opinione” dice. E io mi domando: perché è il più omofobo o il più velato?

Nel frattempo, ci informa Babilonia, esce in Gran Bretagna la biografia di Heinrich Himmler a cura dello storico Peter Longerich: il gerarca nazista, manco a dirlo, era misogino e gay represso. Non si faceva mancare proprio nulla, lui.

Turbogas, Guerra: “Protestate in aula”

IL CASO
Fuoco incrociato di interpellanze in Regione.

Schema di funzionamento di una centrale a turbogasEsorta i protestanti del Comitato No Turbogas a “far sentire la propria voce, partecipando alla seduta dell’assemblea legislativa di martedì prossimo”, quando la Giunta Errani dovrà rispondere alla sua interpellanza sul progetto Dufenergy. E sarebbe bene, aggiunge, “che l’assessorato alle Attività produttive desse una risposta precisa”.

Daniela Guerra, capogruppo dei Verdi in Regione, batte i pugni sul tavolo e per vederci chiaro sul progetto della centrale a Turbogas nell’area dell’ex cartiera Burgo sceglie la strada del muro contro muro. E da una parte ci sarà perciò Duccio Campagnoli, assessore alle attività produttive, che dovrà dare spiegazioni al Consiglio di un’iniziativa che ha messo in apprensione centinaia di cittadini della Valle del Reno. E dall’altra parte, nell’emiciclo di viale Aldo Moro, ci sarà Guerra con la sua interpellanza che indaga sulla “retromarcia” della Regione rispetto alle indicazioni del Piano energetico, a neanche un anno dalla sua entrata in vigore. E ci saranno i cittadini, il fronte per “No”, che Guerra vuole attorno a sè per far sentire la voce del dissenso. Gli stessi cittadini che stasera alle 21, nella sala polivalente di Via Matteotti a Marzabotto, hanno convocato un’équipe di esperti a spiegare le controindicazioni di quell’imponente impianto che brucia metano.

“Faremo un’informazione trasparente – dice la coordinatrice del comitato – quello che la nostra amministrazione non ha fatto”. E ci sarà anche l’ala opposta dell’aula, il gruppo di Alleanza Nazionale, da cui parte ancora un’interpellanza sul Turbogas a Marzabotto, a firma del consigliere Alberto Vecchi: secondo la documentazione ottenuta dal comune di Marzabotto, riferisce Vecchi, risulterebbe che nell’aprile di quest’anno sia stata protocollata presso il comune stesso una richiesta di parere preventivo di fattibilità per l’attività di recupero di veicoli fuori uso da parte di un’azienda, “disponibile all’acquisto dell’intera area” in questione. Il consigliere, preoccupato dalle emissioni inquinanti della centrale, chiede alla Regione se è a conoscenza del fatto che, oltre a quello della Dufenergy, esistevano altri progetti per il riutilizzo dell’area ex Burgo, e vuole quindi sapere per quale ragione quello della ditta che si occupa di recupero di componenti automobilistici non sia stato preso in considerazione e ad oggi non abbia ricevuto risposta.

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