Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Quello che c’è tra noi

Venti scrittori del sottobosco letterario sono i protagonisti di Quello che c’è tra noi, l’antologia curata da Sergio Rotino ed edita da Manni. Una raccolta che solo per fretta può essere racchiusa nel prolifico filone della “narrativa gay”, rispetto alla quale in realtà effettua un notevole salto di qualità. E in questo senso il sottotitolo “Storie d’amore omosessuale” pur individuando un tratto comune tra le trame scelte da Rotino, si rivela un’approssimazione inadatta a cogliere il carattere di novità dell’antologia. La quale, a dispetto del voyeurismo che domina il mainstream della narrativa a tema omosex, riesce a incastonare l’omosessualità all’interno dell’ampia gamma di pulsioni e sentimenti dell’essere umano, e a raccontarla perciò non solo in quanto tale ma rispetto a tutte le altre forme di affettività, amicali, familiari ed eterosessuali. Sparisce insomma il discrimine tra ciò che è “normale” e ciò che non lo è, si dissolve la bolla entro la quale molti scrittori, alcuni consumati professionisti, richiudevano i due maschietti o le due femminucce, per poi scutarli (o scrutarle) simulando l’inelegante pratica del buco della serratura. E forse è tutta una questione di tempi, forse dieci anni fa l’omosessualità era giusto guardarla da vicino, sezionarla, spiegarla. Peccato che, col senno del poi, queste scelte editoriali – le molte antologie e i tanti romanzi – non siano riuscite ad andare oltre il cortocircuito di storie gay scritte da gay e lette da gay. Un percorso assolutamente autoreferenziale, insomma, molto lontano dalla possibilità di incidere minimamente sul pensiero dominante di chi l’omosessualità la guarda “da fuori”. Il lavoro di Rotino, invece, batte un’altra strada. Nulla di pioneristico, per carità, però qualcosa di squisitamente insolito in Italia. Che perciò vale la pena di conoscere.

Giacomo da qualche mese è entrato nell’età che gli anglofoni identificano con la desinenza “teen” – dai 13 ai 19 – in quell’adolescenza che dappertutto è terreno di scoperte e di esperienze. E non ci mette molto Giacomo a scoprire che ama Alex, il suo compagno di scuola. E Alex, dal canto suo, corrisponde il sentimento. Ma Giacomo ha soprattutto Michael, il fratellino col cervello mai cresciuto che vive in un istituto di suore: è lui il suo confidente, lo sguardo da incrociare per vedere quando si sgrana, per contentezza o, chissà, forse per stupore. Giacomo e Michael hanno un appuntamento da onorare assieme, a naso all’insù contro i vetri della finestra: aspettano la cometa dei segreti, quella di cui la mamma aveva detto loro stringendoli a sè prima di raggiungere quel letto d’ospedale nel quale avrebbe smesso di lottare. E forse quella stessa rinuncia era la stella cadente, la coda incandescente alla quale appendere per sempre il desiderio di una mamma. Giacomo, Michael, Alex e la cometa sono i delicati personaggi del racconto di Luigi La Rosa, uno degli undici autori selezionati da Rotino: solo un esempio – e l’antologia ne fornisce altri, altrettanto efficaci – di come l’amore sfugga a qualsiasi definizione, di come boicotti sistematicamente e con fastidio le categorie che gli uomini e la morale sistematicamente gli appongono. E l’omosessualità vista con gli occhi di un ragazzino che ama la mamma che non c’è più, il fratellino sedato nella clinica e Alex, con le sue carezze e i suoi baci furtivi, è l’armoniosa parte di un tutto che ha molto a che fare con la natura, e che solo l’arroganza e la presunzione di ha perso la curiosità per ciò che succede attorno, può definire artificio o bestemmia.

Scriveva Mario Mieli nella prefazione al suo “Elementi di critica omosessuale”: «Spero che la lettura di questo libro favorisca la liberazione del desiderio gay presso coloro che lo reprimono e aiuti quegli omosessuali manifesti, che sono ancora schiavi del sentimento di colpevolezza indotto dalla persecuzione sociale, a liberarsi della falsa colpa». E il riconoscere l’amore gay come un amore tra gli amori è il valore con cui Rotino pare realizzare, senza presunzione, quell’auspicio.

Mosca cieca

IMG_3131.jpgCerto a Mosca1 l’estate è un modo di dire, una specie d’astrazione che prescinde dal nostro immaginario fatto di canotte e infradito. A Mosca, per essere chiari l’estate è semplicemente un “più”, o meglio ancora un “non meno”, cioè l’occasione per festeggiare la colonnina di mercurio che per una volta non va sotto il punto di glaciazione dell’acqua. Quindi, primo consiglio, magari portatevi una giacca, e pure una sciarpetta leggera: vi guarderanno male, ma se vi buttate su Hermès avrete conquistato con un semplice svolazzo attorno al collo la stima incondizionata di gran parte dei passanti. Perché a Mosca – se avete dormito dal 1991 ad oggi vi aggiorno2 – è sbarcato il capitalismo, quindi anche il consumismo col suo opportuno codazzo di fanatiche. Anche lì insomma, come in molti paesi dell’est europeo, negli ultimi decenni si è un po’ chiusa un’era, e dove c’era l’austerity del comunismo con abile coupe de théâtre è arrivata la proprietà privata, il libero mercato e, ovviamente, la moda. Quindi, tornando alla composizione della borsa per il viaggio, se avete un Cavalli infilatecelo e non vi fate problemi a mostrare il “D&G” cubitale stampato sul retro di quel tamarrissimo jeans che vi hanno regalato a Natale e che – vi eravate ripromessi – non avreste mai e poi mai indossato. A Mosca, quello spot riprodotto su un calzone, è uno status symbol che vaga in una terra che su questi simboli basa le sue tassonomie.

Il viaggio è una sciocchezza: da Bologna c’è un volo diretto Eurofly, economico per di più, e in poco più di tre ore siete a ridosso della Piazza Rossa. Con un rammarico, credetemi, che è quello di non aver potuto portare con voi quel bono dello steward che – su questo diamo un 10 e lode ad Eurofly – è una costante dei voli di quella tratta. Bono al punto che se vi dà una caramella ne volete un’altra, se vi consegna gli auricolari vi fate spiegare più e più volte con aria beota a cosa servono, e quando vi porta lo snack siete perfino pronti ad inscenare una di quelle parti da vero intenditore scandendo con tono perentorio “Io un biscotto al cocco così buono giuro non l’ho mai trovato. Guardi che sono uno che viaggia, io, mi creda… signor..?”. Va da sé che il cocco normalmente sia per me come kryptonite….

IMG_3041.jpgUna volta arrivati nella madre Russia sarete accolti da uno stuolo di uomini. La contentezza, però, durerà solo qualche attimo, il tempo di capire che tutti quei bei maschi in divisa vi vengono incontro perché hanno scambiato la nuance ambrata della vostra carnagione – ottenuta grazie a uno studiatissimo ciclo al vostro solarium di fiducia – per un tratto distintivo della vostra evidente origine magrebina, e di conseguenza lo zainetto che portate in spalla altro non è che una ricca composizione di candelotti di dinamite con la quale, secondo loro, intendete far saltare in aria tutta la parte nord del continente. Chiarito il malinteso, nel quale incapperete con cadenza regolare tutte le volte che farete ingresso in metropolitana, e recuperate le scarpe, i jeans, i pedalini, la medaglietta di San Rocco e tutto quello che gli agenti vi avranno fatto sfilare convinti celasse la più avanguardistica delle cariche esplosive, potrete guadagnare l’uscita e gettarvi nella vita moscovita. Ovviamente il volo atterra nel tardo pomeriggio, quindi uscendo dall’aeroporto vi immetterete direttamente nel traffico dell’ora di punta, che è lo stesso di Napoli, solo che a Mosca ci vivono 10 milioni di persone…

Arriverete – prima o poi – in hotel: sarà sicuramente un hotel di lusso, perché a Mosca di tre stelle non se ne costruiscono e di ostelli – su 10 milioni di abitanti – ce n’è uno solo. Che ovviamente, senza averlo visto, non mi sento di consigliarvi. Va subito chiarito che lusso ed educazione a Mosca sono due concetti distinti e assolutamente distanti l’uno dall’altro, anche ampliandone infinitamente l’accezione, alla ricerca magari anche solo di un receptionist cortese. Invece quel receptionist, che all’inizio avevate perfino deciso di definire “niente male”, sarà quello che vi farà la sveglia in camera un’ora in anticipo rispetto a quando l’avevate richiesta (per poi negare clamorosamente) o che vi minaccerà di sigillarvi nella suite se non saldate immediatamente quell’extra di 100 rubli (=3 euri) che risulta addebitato sulla vostra camera, a prescindere dal fatto che voi in quel cazzo di hotel dovrete restarci ancora 10 giorni. E sull’onda dei buoni consigli, vi ricordo che la richiesta di un espresso in aggiunta alla faraonica colazione continentale sortisce su di loro l’effetto di un videomessaggio di Bin Laden, e vi chiedono con una certa limpidezza di saldarlo immediatamente e in contanti, non si sa mai vi venga in mente di scappare via dall’hotel senza pagare quella broda immonda e lasciando in camera la valigia, i documenti e tutto il resto….

IMG_3051.jpgPer il resto la città è un enorme libro di storia, che si scrive ancora giorno per giorno e del quale voi, camminando per la metropoli, potete sentirvi protagonisti. Perché un conto è buttare l’occhio a templi il cui racconto è declinato in un passato talmente remoto da sembrare fiaba, altro conto è visitare il Cremlino e capire che qualcosa di storico in quelle stanze sta ancora succedendo. L’indizio senza dubbio ve lo dà la guida indigena – con denti d’oro alla Goldfinger – che a ogni angolo sfoggia il suo corredo di metafore col quale descrive il vincolo che attualmente lega quel paese all’ideologia dei comunisti. “Quei deficienti” “quei porci” “quei delinquenti”. E neanche Gorbaciov – “quel maiale” – si sottrae all’iconoclastia di quel post senza guerre ma con tanta rabbia, che ha fatto sparire falce e martello da ogni luogo in superficie – la metropolitana invece ne è piena in maniera monumentale, e solo per questo vale la pena visitarla – e ha accantonalo il tutto in un giardino in cui neanche più si taglia l’erba. E che volendo potete anche visitare, anche se da subito potete abbandonare l’idea che sia un moscovita a condurvici, essendo quel posto, per lui, pressappoco una discarica.

Stesso discorso per la “cara” salma di Lenin, che nominerete così perché qualcosa dei vostri studi alla fine degli anni Ottanta ancora ricordate, e che riposa nel mausoleo che condivide l’orizzonte con San Basilio e il Cremlino. Visitarla è come bestemmiare, non di certo la maniera più congeniale di accattivarsi la simpatia di un popolo che, già di per sé, fa fatica a rivolgervi anche un cenno di saluto. Piuttosto fatevi un giro in una delle tante chiese – ricostruirle ed erigerne di nuove è stata una delle attività predominanti del post-comunismo – dove l’integrazione, anche la più complicata, si fa coraggio davanti a quel bizzarro connubio di cupole d’oro e mendicanti sul sagrato.

IMG_3068.jpgE la vita gay? Beh inutile ricordare le difficoltà che ogni anno incontra il Gay Pride, a cavallo tra un divieto esplicito e una tolleranza da vivere voltandosi a vicenda le spalle. E se prima di partire avrete consultato l’oracolo della Spartacus avrete notato che le possibilità che Mosca offre in questo senso sono in numero poco oltre quelle di Bari o Cosenza, entrambe città piccole e nelle quali il movimento lgbt non ha di certo trovato la strada spianata. Inoltre proprio le prime righe di introduzione della guida lanciano un monito inquietante – “se rimorchiate un ragazzo in un locale non portatelo nella vostra camera d’hotel” – riflesso dell’alto tasso di criminalità della città e opportuna sintesi dei tanti pericoli di cui è pieno un contesto ancora pressoché inesplorato come quello gay moscovita. I posti, questo mi hanno raccontato in seguito, ci sono eccome, ma le porte d’ingresso sono spesso celate e di frequente, per evitare problemi, traslocano in nuovi indirizzi. Certo questo non vuol dire che l’omosessualità non ci sia, tutt’altro: vi ci imbatterete però – se non avrete carpito i circuiti “off” – solo se frequenterete i luoghi del sollazzo dell’oligarca: i bania, ad esempio, lussuosi complessi termali in cui si pratica la sauna russa e il massaggio coi rami di betulla. E dove, in un ambiente testosteronico che poco spazio lascia all’ambiguità, vi potrebbe capitare di imbattervi nel panzone con la scorta e il ragazzetto appena maggiorenne. Che lui a un certo punto bacerà sul collo, neanche troppo furtivamente, anzi quasi a mostrare con spavalderia che coi soldi, in certi posti, si può comprare anche il consenso verso ciò che, a portafoglio chiuso, genera indignazione.

  1. La foto gallery di Mosca è qui.
  2. Questo articolo è stato pubblicato su Cassero Magazine di Luglio/Agosto 2008, disponibile qui per il download in .pdf
    (17 MB, alta risoluzione).

Dell’intervento di Sabina Guzzanti al “No Cav”

Dopo il discorso dal palco di Sabina Guzzanti un nuovo inquietante dubbio mi assale: perché se prima, anche grazie alla Guzzanti e a Grillo, mi ero convinto che uno delle principali cause della colata a picco dell’Italia fosse la malainformazione, la gestione lobbistica dei mezzi di comunicazione, il deliberato silenzio su fatti e verità, ora accanto a tutto questo vedo profilarsi un nuovo fenomeno, altrettanto inquietante, che potrei chiamare ancora malainformazione, e che per profeta e capofila ha la stessa Sabina Guzzanti. Che parla senza sapere, che parla per sentito dire.

Affibbiare al Gay Pride atteggiamenti filofascisti, ammicchi a desta e a manca – ma soprattutto a destra – è un’accusa grave che richiederebbe consapevolezza e testa sulle spalle, oltre alla serietà di aver verificato fonti, fraintendimenti, banalità. Invece Guzzanti, che una volta ci stupiva con l’arguzia della sua satira, da quel palco ha messo in scena il trionfo dell’ignoranza più sorniona, quella che trasforma le suggestioni in slogan in nome di un semplice applauso. Le opinioni, qualunque esse siano, meritano tutte rispetto e spazio democratico di espressione. Ma le falsità, le accuse ingiuste, il fango gettato per diletto sono pratiche a cui quest’Italia ha già dedicato troppo spazio, troppe aule, troppe poltrone.

Passiamo in rassegna i fatti:

A quanto riportato dal palco di piazza Navona, il Gay Pride romano per lasciare spazio a un coro di preti in piazza San Giovanni, si è spostato a Bologna. Magari in processione, avrà pensato Sabina, con tanto di statue e donne in lacrime intente a battersi sul petto. Passi pure che la signora Guzzanti abbia un’antipatia feroce per i media istituzionali, e che perciò da tempo probabilmente eviti di leggere Corriere – Repubblica – Stampa – Carlino e magari pure il Guerrin Sportivo. Ma allora da dove trae le sue informazioni, chi le ha fatto confondere il pride di Roma, uno degli appuntamenti che anticipavano il 28 giugno, con quello di Bologna, già programmato da un anno con l’accordo di tutto il movimento lgbtq? Chi le ha fatto pensare che le 200.000 persone in piazza a Bologna si fossero tutte spostate all’ultimo momento per fare un favore a un prelato? Si è accorta la signora Guzzanti che Roma ha avuto il Pride locale lo scorso 7 giugno e che tutto il movimento nazionale si è poi ritrovato a Bologna il 28? O si è svegliata da un coma profondo 10 minuti prima di salire sul palco di piazza Navona?

Quindi arriviamo a Italo: il capitolo è imbarazzante perché richiede l’apposizione di didascalie a un testo che una comica come la signora Guzzanti non avrebbe dovuto faticare a decodificare correttamente. Italo odia i froci e ama il suo camerata. Peccato che Sabina non abbia mai sfogliato “Elementi di critica omosessuale” di Mario Mieli, peccato che della sua Roma lei non conosca l’icona principe del movimento omosessuale. Riporto ad uso e consumo suo e di quella piazza un brano della premessa di Mieli, brano che appare appena cerco Mario Mieli su wikipedia: “Ancor oggi, i più ritengono che la questione omosessuale concerna esclusivamente una minoranza, un numero limitato di froci e di lesbiche: non si vogliono rendere conto che, invece, fintanto che l’omosessualità resterà repressa, quello omosessuale sarà un problema riguardante tutti, dal momento che il desiderio gay è presente in ogni essere umano, è congenito, anche se attualmente, nella maggior parte dei casi, viene rimosso o quasi-rimosso. (premessa, p. 8)” . I fascisti odiano i froci, quelli come me. E fin qui non mi sembra di dover dare spiegazioni: è un dato di fatto. Italo, poi, ama il suo camerata. E ancora se la signora Guzzanti avesse sfogliato qualche libro di storia in più avrebbe scoperto che anche questa frase non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, perché è altrettanto un dato di fatto. Insomma Italo picchia i froci in quanto frocio: questa esplicitazione, considerare Italo come un frocio tra i froci (non Arcigay, frocio e basta: che lo prende o lo dà, tanto per esser certi della comprensione) vuol dire richiamare il fascista a una riflessione sulle sue pratiche, non vuol dire né legittimarle né farle proprie. Italo risponde ad Alessandra Mussolini che dice “Meglio fascisti che froci” con un’equazione in grado di metterla in silenzio: fascisti = froci. E questa equazione non solleva il fascismo da nessuna delle nefandezze di cui si è macchiato nella storia, anzi ne sottolinea l’ingiustizia. Della campagna comunicativa del Pride di Bologna facevano parte tanti altri personaggi:Riccardo, due mesi alla laurea, sieropositivo (didascalia: anche i sieropositivi possono scommettere sul futuro) c’era “Clara, 28 anni, pensa ancora che l’utero sia suo e della sua compagna” (dice qualcosa la legge 40?), c’era “L’Eminenza, 81 anni, impazzisce per le scarpe Prada” (chi sarà?) e c’era anche “Makwan, 18 anni, in Iran il suo amore gli è costato la vita” (e qui abbia, signora Guzzanti, il buon gusto di andarsi a vedere chi era Makwan…).

In conclusione quello che mi resta di quel brutto comizio della piazza di “No Cav” è una sensazione di scarsa lucidità, di approssimazione, di populismo borghese travestito da lotta, di “uccelli succhiati” a braccetto con froci “passivi”, che rinunciano a una piazza per far cantare il Te Deum. E se confondiamo la remissività con il sesso anale siamo davvero in preda al più volgare dei vortici revisionisti.

Lucy rompe il silenzio e svela l’amore omosex che la portò a Dachau

Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell’età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi  con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in "Essere Lucy", il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti,  il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l’ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a "correggere" quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.

Nella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell’agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell’esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo "segreto" esplose – nel ‘43 fu  trovato in una camera dell’hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco – fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell’Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l’altro di diversi documentari sull’omosessualità in quegli anni "bui" – era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C’era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè "ribelle" alla divisa, preda in costante fuga da quell’atroce trappola che le era stata stretta addosso.

L’omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy – prosegue la regista – Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l’Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L’intolleranza – sottolinea Romano – arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.

Lucy la sua storia l’ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy  è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.

Per l’inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l’ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.

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