Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Romina e il suo Natale in una grotta

LA STORIA.
Una lettera a Santa Claus rimasta per due mesi in un cassetto. Oggi è il giorno giusto per tirarla fuori.
ShelterUn paio di mesi fa, nei giorni prima di Natale, Teatri di Vita mi invitò a prendere parte al loro delirante Gioco dell’oca, un’occasione divertente per scambiarsi gli auguri con il pubblico. Mi chiesero in particolare di preparare una letterina di Natale. Non senza difficoltà portai a termine quel compito ma dopo quella serata la lettera è rimasta abbandonata negli scaffali della mia libreria. Ho deciso di tirarla fuori proprio oggi perché oggi, alle 18, il Cassero ospiterà la presentazione della ricerca “Una strada diversa” realizzata da Avvocati di strada per raccontare, per la prima volta, le identità lgbt all’interno del fenomeno dell’homelessness. E la storia di Romina, in effetti, parla proprio di questo. Due parole in più le merita la fotografia che ho scelto a corredo di questo post: è tratta da Shelter, un libro fotografico di Lucky S.Michaels che racconta i giovani senzatetto lgbt di New York. Il volume si trova al Centro di documentazione del Cassero e contiene uno scatto, in particolare, che pare quasi una profezia. Lo vedete qui sopra: è una foto di Sylvia Rivera che porta un cartello del Cassero in una manifestazione, probabilmente il World Pride del 2000. La fotografia si trovava appesa in un dormitorio di New York ed è stata catturata dall’obiettivo di Michaels. Per poi far ritorno, magicamente, tra le mura del Cassero.

Credo di non aver mai scritto una lettera di Natale. A Gesù bambino probabilmente non l’avrei scritta in ogni caso, non tanto per l’insofferenza che già da piccolino animava il mio rapporto con la religione (io che sono nato in una famiglia che per quindici anni mi ha trascinato a messa tutte le domeniche), quanto piuttosto perché già da allora percepivo probabilmente il presagio di appartenere a una generazione un po’ sfigata, quindi mai e poi mai avrei affidato i miei auspici a chi ai miei occhi appariva banalmente come un coetaneo.

Babbo Natale, invece, è un mito per primogeniti. Noi secondogeniti arriviamo quando mamma e papà l’hanno già inevitabilmente buttata in vacca. Se poi il primogenito in questione ha l’abitudine dello squarciafavole, Babbo Natale, la Befana, ma anche la Fatina dei dentini, l’Uomo nero e tutta la compagnia, hanno vita brevissima. E infatti il mondo immaginario, nel mio caso, restò sgombro e desolato almeno fino all’arrivo dell’Esorcista e del nano di Twin Peaks.

Come se non bastasse questa mattina ho letto un titolo su un giornale che ha ulteriormente disorientato l’intento di scrivere questa letterina di Natale. Diceva: Babbo Natale, un posto sicuro: in 300 accorrono all’annuncio. Raccontava la gara tra trecento uomini tra i 45 e i 60 anni, in corsa per due posti da “babbo natale” per sette giorni complessivi in un centro commerciale del modenese. Paga 550 euro, col vantaggio di non essere riconoscibili. A far la fila erano i disoccupati, gli esodati, i cassintegrati oppure i malpagati, o addirittura quelli che hanno bisogno di arrotondare per dare un mano al figlio, al nipote, alla famiglia.

Babbo natale insomma non arriva a fine mese, non ha nessuna renna che gli allevi la fatica e sotto la barba, anziché le gote rosse, nasconde i segni della stanchezza. E magari pure un po’ di imbarazzo.

Anche al Cassero, l’associazione che mi onoro di rappresentare, è arrivato, già da qualche settimana, uno di questi Babbi Natale: un uomo sulla sessantina, alto, brizzolati, capelli un po’ lunghi. All’inizio era una presenza silenziosa, che entrava a metà mattina, sceglieva un libro dagli scaffali del centro di documentazione e con quello si metteva sui divani trascorrendo ore e ore assorto nella lettura. Dopo qualche giorno ha iniziato ad aprirsi e a raccontare la sua storia di senzatetto, senza darle particolare importanza in realtà, senza indugiare troppo sul disagio, preferendo anzi la narrazione trionfale delle sue scorribande da seduttore. “Perché sono un bell’uomo”, ci teneva a mettere in chiaro.

Poi i racconti – pur rimanendo leggendari – hanno iniziato a farsi un Po’ confusi, il nostro Santa Claus ha preso ad arrivare al circolo con una coperta annodata in vita, a indossarla con una certa vanità, finché pochi giorni dopo ci ha fatto il suo annuncio: “Io sono Romina”. Lapidario, senza incertezza. Cestinate ogni altra cosa che sapete di me, voleva dire, gli scarponi e i pantaloni lisi, il cappello e il cappottone. Sono sempre stato Romina, in realtà, ma al dormitorio non si può essere Romina. Ho capito che qui si può, quindi tra queste quattro mura, per voi, io sono Romina.

Se il Natale è la ricorrenza che ricorda una nascita, allora questa è la nascita che vi voglio raccontare: Romina adesso ha superato la fase della coperta e sta apprezzando la meraviglia delle gonne di maglia, corte di giorno, lunghe di notte, non per un vezzo, semmai perché di notte fa tanto freddo e lei nei pantaloni non ci vuole proprio più rientrare. Ma senza quei pantaloni, di questo si è convinta, nemmeno nel dormitorio può più rientrare. E in un certo senso Romina ha ragione: “se arrivo conciata così sai come mi saltano addosso quei barboni?” Spiega svelta, racchiudendo bonariamente nel corteggiamento tutta la gamma di reazioni che la sua gonna (in quel contesto, ma anche fuori) potrebbe scatenare.

Per questo Natale e per l’anno che arriva lo esprimo così, allora, il mio auspicio: Babbo Natale ha deciso che vuole essere la Befana. Per cui è la Befana. E a tutti noi dovrebbe andare bene uguale. Questa Befana però fa tanta fatica a passare dal camino e un po’ quel camino la spaventa. E voi direte: e che cosa possiamo fare noi per quel camino? Per quel camino in particolare poco e niente, però quel camino è intasato dalla sporcizia di chi pensa che quella gonna Romina non la dovrebbe indossare. Se ci preoccupassimo tutti di tenere puliti i nostri camini, se concedessimo a Romina e a tutte quelle come lei il diritto semplice di scegliere gli abiti che vogliono indossare, avremmo oggi infiniti camini in cui tentare, e in definitiva qualche chances in più per chi, seppur trascorre il Natale in una grotta, non è detto poi che ci debba restare.

C’è un campionato da vincere

L’appuntamento.
Omofobia e sport, se ne parla mercoledì 25 febbraio in una conferenza a Bologna.

Appena una settimana fa io e l’amico Nicola Riva, presidente del Bogasport di Bologna, siamo stati intervistati dalla trasmissione sportiva di Italia Uno Tiki Taka per parlare dell’iniziativa del Bologna F.c., che per San Valentino rivolgeva una special promozione alle coppie di innamorati, etero e omosessuali. Un gesto non banale in un ambiente come lo sport, dove ancora omofobia e transfobia trovano terreno fertile. Proprio di questo si parlerà mercoledì 25 febbraio nella conferenza organizzata a Bologna da Uisp e Arcilesbica. Tra i relatori anche Nicole Bonamino, l’azzurra di hockey che un anno fa ha fatto il suo coming out pubblico. Qui sotto la locandina dell’evento.

Il colonialismo della parola di Dio

IL DOCUMENTARIO
Martedì sera “God loves Uganda”, il documentario di Roger Ross Williams che ha sbancato i festival di tutto il mondo, sarà proiettato al Cinema Europa di Bologna, nell’ambito della rassegna Mondovisioni a cura di Kinodromo.

God loves UgandaEsistono pregiudizi che si insinuano perfino tra i pensieri di chi ogni giorno porta avanti la battaglia contro le discriminazioni, che proprio del pregiudizio rappresentano molto spesso l’esito naturale. Schemi interpretativi dati per scontati, che producono aberrazioni nella nostra idea del mondo e ci condannano inconsapevoli ad analisi parziali, e perciò all’inevitabile sabotaggio delle nostre battaglie di civiltà. Uno di questi pregiudizi riguarda indubbiamente la cultura africana, dal nostro punto di vista omofoba per antonomasia. E c’è molto di vero in questa “diagnosi”, anzi quasi tutto: che l’avversione alla persone gay, lesbiche e trans abbia raggiunto “livelli pericolosi” nel continente nero è una realtà evidente, denunciata dettagliatamente pochi mesi fa da un rapporto di Amnesty International. Secondo l’organizzazione per i diritti umani ancora troppi stati africani considerano l’omosessualità come un crimine e tollerano, se non addirittura incoraggiano, la discriminazione contro gli omosessuali. E infatti l’omosessualità è un reato in 38 Paesi africani, punibile anche con la pena capitale in Mauritania, Sudan, nord della Nigeria e sud della Somalia. Perfino in Sudafrica, uno dei pochi stati in contotendenza dove sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso e dove nel 2012 si è tenuta addirittura l’elezione di Mister Gay World, l’anno scorso si sono contati almeno 7 omicidi omofobi in pochi mesi.

L’odio verso gli omosessuali, insomma, in Africa è un fenomeno decisamente reale. Su di esso pesa però il pregiudizio del nostro sguardo di occidentali, del terzomondismo con cui camuffiamo il mai superato istinto coloniale, convinti come siamo di essere noi quelli evoluti chiamati a insegnare la civiltà ai popoli tribali. Ed è qui che l’analisi si fa bislacca, pregiudiziale, e sorvola ad esempio sul fatto che molte delle leggi omofobe in vigore negli Stati africani rappresentato in realtà l’eredità dell’epoca coloniale, cioè la traccia – se non la firma – del dominio dell’Occidente su quelle terre. Ma non c’è solo il colonialismo del secoli passati: attraverso “God loves Uganda” Roger Ross Williams ci consegna il racconto di un altro colonialismo, attualissimo e in rapidissima espansione, che muove dalla coste dell’America settentrionale per esportare dall’altra parte dell’Oceano il ricatto di un’uscita dalla povertà per entrare in un mondo normato da Dio. Il Dio è quello della Chiesa evangelica americana, l’estermo più a destra nella gamma dei cristianesimi che si affacciano ai palazzi della politica. Osservare da vicino l’operato di questi evangelizzatori missionari e del sistema politico che apre loro le porte a suon di dollari, vuol dire inevitabilmente resettare lo sguardo su tutto ciò che dell’Africa si credeva di sapere, e allo stesso tempo lasciar spazio al dubbio – e subito dopo alla consapevolezza – che l’inciviltà che in Africa tentiamo di combattere è in realtà uno dei prodotti di esportazione che l’Occidente più abbondantemente destina a quella terra. Questo vale in particolare per l’Uganda, il Paese su cui Roger Ross Williams focalizza lo sguardo, quello dove nel 2011 trovò la morte a colpi di bastone David Kato, insegnante e attivista omosessuale.

Dell’assassinio di Kato si parlò in tutto il mondo, come pure in tutto il mondo, alcuni mesi prima, era giunta la notizia “shock” di un tabloid ugandese che aveva pubblicato i nomi e le fotografie di 100 attivisti omosessuali con in testa un titolo inequivocabile: “Hang them”, impiccateli. E certo non c’è sguardo laterale che possa mitigare la mostruosità di questi fatti, però c’è un contesto ignoto, per molti del tutto inesplorato, che di quei fatti è in grado di dirci molto di più. “God loves Uganda”, da questo punto di vista, è una testimonianza di inestimabile valore, una chiave di lettura imprescindibile per interpretare non solo quel passato ma anche i titoli di cronaca estera che in questi giorni ci riferiscono di una nuova ondata di omofobia di stato, in Uganda come in Nigeria. Non solo: è facendo tesoro di questa prospettiva che forse potremo trovare un’interpretazione nuova dei numeri che descrivono i flussi migratori dall’Africa verso le nostre coste. Perché all’origine di quelle fughe ci sono sicuramente la povertà e le guerre, ma ci sono anche i regimi liberticidi, le leggi che perseguitano gli omosessuali, che umiliano le donne o che rimuovono ogni ostacolo al diffondersi dell’Aids. E c’è soprattutto chi, questi flagelli, lavora quotidianamente per irrobustirli, con indosso i panni di un occidentale che racconta di essere giunto in Africa per far conoscere la parola di Dio.

Rosy Bindi, il riso e le questioni di “stile”

LA CONTESTAZIONE
Qualche riflessione sul rice bombing delle associazioni lgbt alla Festa dell’Unità di Bologna

Rosy BindiC’è una parola che proprio mi sorprende nel commento con cui oggi Andrea Chiarini, dalle pagine di Repubblica, “boccia” la contestazione delle associazioni lgbt nei confronti di Rosy Bindi, l’altra sera alla Festa dell’Unità di Bologna. Quella parola, inclusa nel titolo, è “stile”: “Attacco senza stile alla Bindi” è, per l’esattezza, la frase che compare in prima pagina. Non mi era mai successo di misurare una protesta secondo questo parametro: in altre parole, non mi ero mai chiesto finora se le dade degli asili- coi loro mestoli e i loro valzer – avessero più o meno stile degli immigrati coi loro cartelli, o degli operai appesi sulle gru. Non ho mai pensato di farne una questione di stile e non capisco perché a una protesta del mondo lgbt sia richiesto di fare una valutazione di “stile”. Ma tant’è.

Lo “stile”, però, non è l’unica nota stonata – secondo me – in quel commento.

Chiarini dice che quella protesta è stata – se non violenta – quantomeno “invasiva, eccessiva, sopra le righe”. Dice che se la contrarietà al matrimonio gay fosse stata espressa da un altro big del Pd, magari maschio, non avrebbe sollevato questa reazione. E dice anche che in definitiva “non è stato altro che uno spot, un po’ triste, per guadagnare un po’ di visibilità”.

Il giudizio è di quelli spietati, insomma. E merita un ragionamento serio e approfondito.

Innanzitutto: le associazioni lgbt hanno accolto Rosy Bindi con due azioni massicce e simultanee, la prima diretta alla persona della presidente del Pd (un rice&glitter-bombing) e la seconda diretta al pubblico che guardava e che l’attendeva in sala dibattiti (un volantinaggio). Cosa diceva il volantino? Diceva che la Bindi mente quando sostiene che il matrimonio gay è incostituzionale. E, soprattutto, spiegava il perché, articolando in linguaggio semplice e diretto 8 argomentazioni redatte con la preziosa consulenza di un magistrato. Perché parlare di Costituzione è cosa seria, non si può tollerare oltre quell’abuso che Rosy Bindi fa di spazi mediatici senza contraddittorio (nessun giornalista si è mai sognato di chiederle: scusi, in che punto andrebbe cambiata la Carta?) per diffondere, oltre a una grave mistificazione, il fantasma di una Costituzione omofoba. La Costituzione italiana, invece, è come tutte le altre Carte costituzionali dell’Occidente, del tutto simile a quella dei Paesi in cui a gay e lesbiche è consentito il matrimonio. E questo andava detto.

Detto a chi? A Rosy Bindi? Io credo assolutamente no, ma il fatto è che ci abbiamo anche provato: la Presidente del Pd è venuta a contatto con le associazioni lgbt, nelle passate settimane, a Roma, a Torino, a Genova, a Ferrara. La Bindi, in quelle occasioni, ha risposto con frasi tipo: “rimpiangerete le unioni civili”, “se non vi va bene andatevene in un altro Paese”, “il matrimonio è degli eterosessuali, abbiate un po’ di FANTASIA e createvi un vostro istituto giuridico”. (Quest’ultima è la più paradossale, un po’ come rispondere alle suffragette : “Il voto è dei maschi, inventantevi un altro modo per far valere le vostre idee”). Quindi chiedo: di quale cultura del dialogo stiamo parlando?

Anche alle associazioni lgbt bolognesi era stata offerta dai dirigenti del Pd una possibilità di incontro e confronto con Rosy Bindi, prima del dibattito in Sala centrale: è stata drasticamente rifiutata. Perché – non prendiamoci in giro – Rosy Bindi non cambia idea se io e tre amiche andiamo a spiegarle quello che già ripetutamente non ha voluto ascoltare, partorendo risposte livorose in stile (sic!) Giovanardi. E soprattutto non è alla Bindi che bisogna parlare: il volantinaggio infatti era rivolto alla gente, ai passanti, agli elettori e alle elettrici. Perché bisogna polverizzare il consenso di chi in politica fa il gioco sporco, proprio come Rosy Bindi, che brandisce (a sproposito) la Costituzione contro i gay e le lesbiche mentre è pronta a ricandidarsi facendosi beffa dello statuto del suo partito. Bisogna chiedere alla società civile di voltare le spalle a chi – dopo sei legislature in Parlamento – non sente il peso né la corresponsabilità del degrado in cui versa questo Paese. Anche – anzi soprattutto – in tema di diritti civili.

Quel volantinaggio a tappeto, insomma, era un’operazione indispensabile e urgente di controinformazione. Come renderla il più efficace possibile, facendole oltrepassare i confini fisici del Parco Nord? Dando in pasto ai media – nel frattempo – un’azione fragorosa ma istantanea, sorprendente e non violenta. Ripeto: non violenta. Perché il riso non è una molotov e fino a prova contraria lo si usa ancora, per le nozze, all’uscita di municipi e chiese. L’inevitabile parapiglia avrebbe costretto chiunque a cercare in quel volantino la risposta alla domanda: “Che succede?”. E lo stesso avrebbero fatto, presumibilmente, gli operatori dell’informazione.

Insomma: serviva visibilità, certo, ma non fine a se stessa.

Va detto anche che il glitter bombing è una pratica di contestazione molto usata dal movimento lgbt negli Stati Uniti e che ottiene l’effetto immediato di costringere i politici omofobi a tenere comizi e discorsi pubblici con viso, abiti, capelli pieni di brillantini. Esiste innanzitutto una differenza sostanziale tra le pratiche dei movimenti e quelle dei partiti: in Italia – dove i parlamentari fanno iniziative di legge popolare e la cosiddetta società civile è legata da una serie di vasi comunicanti al mondo dei partiti – questa distinzione l’abbiamo un po’ persa. Vale la pena recuperarla e tenerla bene a mente, perché far mettere giacca e cravatta ai movimenti è un atto di impoverimento per tutti.
“Be gay!” urlano gli attivisti lgbt in America, mentre lanciano i brillantini, vessili di uno stereotipo che – in quanto tale – è primo motivo scatenante del cortocircuito omofobico. Rosy Bindi ha dimostrato di soffrire così tanto questo stereotipo che ha cercato in tutti i modi di cancellarne le tracce prima di ricomparire in pubblico. E una volta arrivata sul palco ci ha tenuto a precisare: “Approfittatene perché non mi vedrete più così”. A me questo è sembrato molto significativo.

Ma soprattutto: Rosy Bindi è stata presa di mira in quanto donna? No, assolutamente. Rosy Bindi è stata presa di mira in quanto “donna di potere”, anzi “persona di potere”, presidente di una Commissione che ha partorito un documento retrogrado e di un Partito che in Italia sposta la sinistra su posizioni, che in Europa, stanno a destra. Quando Rosa Parks, nel 1955, si rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco, non lo fece perché altrimenti non sarebbe arrivata a destinazione: in piedi o seduta, lei avrebbe comunque raggiunto la sua fermata, nel primo caso però lo avrebbe fatto da “diversa”. “Rubo” questa argomentazione a uno degli avvocati delle Rete Lenford perchè l’ho sempre trovata lampante: nell’atto di Rosa Parks sta l’idea di fondo del pensiero democratico, chi ribadisce e circoscrive delle differenze sta fuori da questo tracciato. Il Partito Democratico, quindi, in tema di unioni tra persone dello stesso sesso, proponendo un istituto ad hoc anziché estendere il diritto al matrimonio, tradisce il suo nome, il suo pensiero fondante, l’idea di uguaglianza che in tutto il mondo i democratici inseguono.
Inoltre: c’erano uomini e donne lunedì sera a lanciare il riso, uomini e donne a riceverlo, non ne farei una questione di genere, piuttosto allargherei lo sguardo e farei caso al fatto che forse Rosy Bindi è la prima donna al mondo vittima di glitter bombing, perché tutti gli altri – mi pare di ricordare – erano uomini.

Ieri sera il senatore Ignazio Marino (Pd), intervistato su Rainews a proposito dei controlli sui bilanci dei gruppi parlamentari, ha detto: “Bisogna stare attenti, qui la gente inizierà a prendere in mano i forconi”. La stessa frase l’aveva detta anche Lilli Gruber a “Otto e mezzo” un po’ di tempo fa. Entrambi concludevano: “E hanno ragione”. In effetti la situazione in Italia è spesso incandescente negli ultimi tempi: perciò collocherei un rice-bombing nel posto che gli è più proprio, senza attribuirgli l’aggressività che non ha, e distinguendolo chiaramente da una rivolta armata di forconi. Perchè – dicono Marino e la Gruber – sta arrivando pure quella. Ed è nell’interesse di tutte e tutti cogliere le similitudini ma anche le tante differenze, senza fare confusione.

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