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	<title>Vincenzo Branà &#187; Fatti</title>
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	<description>Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d'altre bazzecole interessanti</description>
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		<title>Prima il degrado, ora l&#8217;enclave della cultura &#8220;alta&#8221;: la Manifattura delle Arti raccontata Oltreoceano</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 13:38:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;INTERVISTA
é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l&#8217;intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L&#8217;autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell&#8217;Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.
(Pubblico di seguito la versione integrale dell&#8217;intervista. Qui trovate invece il pdf della versione &#8220;short&#8221; pubblicata sull&#8217;Informazione di Bologna il 31/12)


Chiedere a una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;INTERVISTA</strong><br />
<em>é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l&#8217;intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L&#8217;autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell&#8217;Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.<br />
(Pubblico di seguito la versione integrale dell&#8217;intervista. <a href="http://edicola.linformazione.com/archivio/2011/20111231/22_BO3112.pdf"><strong>Qui </strong></a>trovate invece il pdf della versione &#8220;short&#8221; pubblicata sull&#8217;Informazione di Bologna il 31/12)<br />
</a></em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://informa.comune.bologna.it/iperbole/media/8/manifattura_arti.jpg" title="La Manifattura delle Arti - Bologna" alt="La Manifattura delle Arti - Bologna" width="240" /><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiedere a una ex residente del Quartiere Porto di Bologna un giudizio sull&#8217;area in cui ha vissuto può far pensare a una sorta di regolamento di conti, o almeno a un giudizio di parte. Ma se questa ex residente è Giorgia Aiello, ricercatrice confermata presso l&#8217;Institute of Communication Studies dell&#8217;Università di Leeds, uno dei più prestigiosi atenei britannici, dove dirige il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il pregiudizio naturalmente si dissolve. Specie se si considera che Aiello è autrice di un <a href="http://leeds.academia.edu/GiorgiaAiello/Papers/760463/From_Wound_to_Enclave_The_Visual-Material_Performance_of_Urban_Renewal_in_Bolognas_Manifattura_delle_Arti"><strong>saggio</strong></a> pubblicato la scorsa estate nella rivista statunitense <a href="http://www.westcomm.org/publications/westernjournal.asp"><strong>Western Journal of Communication</strong></a> e che parla proprio del quartiere in cui è vissuta.</p>
<p><strong>Dottoressa Aiello, il suo articolo racconta Oltreoceano l&#8217;intervento di riqualificazione della Manifattura delle Arti (MdA): dall&#8217;essere una &#8220;ferita&#8221; di degrado a ridosso delle mura cittadine, ora &#8211; lei dice- è una sorta di enclave della cultura alta, un luogo che vuole rappresentare a distanza un po&#8217; la &#8220;vecchia bologna&#8221;   e un po&#8217; il fermento della produzione culturale, utilizzando gli stilemmi tipici della globalizzazione. Insomma, suona quasi come una bocciatura&#8230;.</strong></p>
<p>«No, non si tratta di una bocciatura…piuttosto di un’osservazione approfondita, che ho voluto fare con gli strumenti che avevo a mia disposizione: la mia storia personale, la sociologia visuale, e metodologie di stampo etnografico e semiotico. Sono nata e cresciuta a ridosso dell’Ex Manifattura Tabacchi, e lì sono rimasta fino al 2002, anno in cui mi sono trasferita negli Stati Uniti per gli studi di dottorato. Già dal 2003, quando l’Ex Manifattura Tabacchi è stata ufficialmente ribattezzata ‘Manifattura delle Arti’, ho cominciato ad osservare con interesse il cambiamento della zona. E soprattutto, con l’aiuto di moltissime passeggiate , ho cominciato a pensare alle implicazioni di questo cambiamento. Durante gli studi di dottorato in America, mi sono interessata al rapporto fra comunicazione e ambiente urbano. In quegli anni, ho pubblicato alcuni saggi su contesti nordamericani ed europei, ho fatto ricerca su varie capitali europee della cultura, e ho anche co-diretto il progetto <a href="http://urbanarchives.org">Urban Archives</a>, un archivio digitale con oltre 2000 immagini dei vari aspetti comunicativi che si possono osservare nelle città. Fra il 2009 e il 2010 ho dunque deciso di estendere questo tipo di ricerca al mio quartiere di nascita, e ho scattato <strong><a href="http://www.flickr.com/photos/giorgious/sets/72157622646225127/">quasi 300 fotografie</a></strong> della Manifattura delle Arti, che ho poi ho usato come dati. E non è un caso che abbia deciso di condurre questa ricerca proprio nel momento in cui stavo nuovamente emigrando, dall’America alla Gran Bretagna, dove mi trovo ora. Volevo condurre un’indagine approfondita, che offrisse un contributo serio sia alle diverse discipline che si occupano di riqualificazione urbana sia, in qualche modo, alla mia città d’origine. Nel farlo, volevo anche capire qualcosa in più del mio quartiere e delle mie radici. Quindi no, non è una bocciatura, ma una dimostrazione d’amore direi! E l’amore vero, si sa, a volte è un po’ spigoloso».</p>
<p><strong>La riqualificazione di quell&#8217;area, lei stessa ammette, ha guarito una ferita nella città&#8230;</strong></p>
<p>«Assolutamente sì. Ha interrotto una vera e propria emorragia, letterale e metaforica. Non dobbiamo dimenticare che, per decenni, e sicuramente per i miei primi 26 anni di vita, la zona dell’Ex Manifattura Tabacchi ha rappresentato il non plus ultra del degrado all’interno del centro storico…ancor prima di via Zamboni e Piazza Verdi, ad esempio—luoghi che, non a caso, di recente sono stati oggetto di progetti di ‘restyling’. L’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita che sanguinava copiosamente. Sanguinava in maniera letterale, se pensiamo al problema dell’eroina che ha investito questa zona fra gli anni Settanta e Ottanta. Io stessa ho ricordi molto vividi delle siringhe usate che vedevamo regolarmente per strada quando mia madre mi accompagnava alle Panzacchi, le scuole elementari di via Marconi (che ora sono le Rubbiani). Ricordo anche veri e propri mucchi di siringhe abbandonate negli angoli più riparati di via del Castellaccio. Per non parlare degli strani divieti dei miei genitori, che da bambina mi permettevano di pattinare con le mie amiche fino ai giardinetti del Palazzo dello Sport, ma che mi intimavano di “non passare mai dal Cavaticcio”. E in effetti, credo di aver passeggiato per la prima volta da sola in via del Castellaccio alla veneranda età di 22 anni, sebbene avessi già alle spalle un’esperienza di viaggio in treno attraverso l’Europa con l’inter-rail e un anno di Erasmus in Germania.<br />
E, in senso metaforico, l’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita nel cuore di una città che si è sempre presentata (spesso a ragione, a volte in maniera quasi mitologica) come un modello di civiltà ed emancipazione. I miei genitori vivono ancora in via Lame, e a dire il vero hanno anche tratto alcuni vantaggi dal ‘risanamento’ della zona. Io stessa mi sento più tranquilla sapendo che, con l’avanzare dell’età e in mia assenza, si potranno muovere in un ambiente non più degradato. So che spesso vanno al Mercato della Terra, e sembra che mia madre sia riuscita a trovarvi un banchetto delle verdure con prezzi un po’ più abbordabili. Frequentano anche il Lumiere, a patto che almeno uno dei film in programma non sia in lingua originale con i sottotitoli!». </p>
<p><strong>Però, del riposizionamento simbolico della MdA di cui parla nel suo saggio, sembrano aver fatto le spese proprio i residenti, prima circondati dal degrado, oggi da una sorta di baratro invisibile&#8230;</strong></p>
<p>«E questa è una delle note dolenti. Questa è una delle poche zone del centro storico di Bologna che ospita stabilimenti di edilizia popolare. Io sono cresciuta in un edificio di proprietà di quello che una volta era l’INPS, con affitti a equo canone. I miei genitori e molti dei loro vicini abitano qui da più di 40 anni. Anni fa il palazzo è stato acquistato da privati. Agli inquilini è stata data l’opzione di acquistare il proprio appartamento, a prezzi di mercato elevati data la riqualificazione della zona. Chi ha deciso di non acquistare il proprio appartamento, come i miei genitori, prima o poi dovrà lasciarlo.<br />
Quella del ‘baratro invisibile’ è una metafora che mi piace molto, perchè dal punto di vista materiale un aspetto fondamentale della riqualificazione della MdA è proprio quello di creare dei confine visibili e persino ‘tattili’ fra la ‘cittadella della cultura’ e tutto ciò che la circonda…oltre quei confini, temo, si rischia davvero di precipitare, dato che si è prestata molto poca attenzione alle caratteristiche e alle problematiche della popolazione circostante, nonchè al contributo che la comunità locale avrebbe potuto dare al miglioramento, di certo necessario, della zona».<br />
<strong><br />
Il suo saggio è uscito mentre a Bologna si inaugurava una nuova importante porzione di quell&#8217;intervento di riqualificazione: il Parco del Cavaticcio. Le è capito da allora di visitarlo? Conferma o attenua la sua analisi?</strong></p>
<p>«Al tempo della mia ricerca sul campo, il parco del Cavaticcio era ancora in costruzione. Si poteva già osservare la ‘riscoperta’ del canale, di cui ho anche scattato alcune fotografie. Già a quel tempo, come ho scritto nell’articolo, intuivo gli intenti estetici ed estetizzanti della progettazione del parco. Ad esempio, ho subito notato l’aggiunta di opere d’arte nello spazio pubblico e leggendo alcuni articoli e interviste con i tecnici coinvolti nel progetto, ho capito che il reinserimento dell’acqua in superficie aveva uno scopo quasi solamente estetico.<br />
Da allora ho avuto modo di visitare il parco varie volte e sono anche andata all’inaugurazione, ma solamente in veste di normale cittadina. E’ effettivamente molto bello, e il design che lo caratterizza rispetta pienamente l’andamento naturale del letto del canale. Mi sembra però anche un parco un po’ scomodo e, per così dire, ‘stilizzato’. Per quel che ho potuto osservare, ad esempio, ci sono delle belle panchine in pietra, che però non hanno schienale, e i due accessi su via Azzo Gardino e via del Porto sono poco adatti a persone con problemi di mobilità…penso, naturalmente, ai miei genitori e a persone anziane come loro, ma anche a persone in sedia a rotelle o con bambini piccoli e passeggini».</p>
<p><strong>Raccontando la sua esperienza di ex residente lei descrive luoghi come il Dopolavoro o il cinema Embassy e attribuisce loro un ruolo di catalizzatori nel rapporto tra una comunità e il suo quartiere &#8220;difficile&#8221;. Ora lì c&#8217;è ancora un cinema &#8211; il Lumière &#8211; e alcuni bar ma l&#8217;obbiettivo dell&#8217;integrazione è ben lontano dall&#8217;essere raggiunto. Secondo lei perchè?</strong></p>
<p>«Nella Manifattura delle Arti, gli spazi dedicati alla socialità sono rivolti a un certo tipo di soggettività. Con un velo di (auto)ironia, direi che sono rivolti a persone come me. Persone della mia età, o più giovani, con gusti culturali e stili di vita di un certo tipo. Dall’aperitivo estivo davanti al Lumière, con vini e cibi biologici e locali, a quello invernale e di sapore cosmopolita all’Ex Forno, magari subito dopo aver visto una mostra d’arte contemporanea al MamBO. E ancora, le rassegne cinematografiche del Lumière, che ho imparato ad amare quando ancora il cinema si trovava in via Pietralata. E gli ottimi festival Gender Bender e Soggettiva. E poi, naturalmente, il Mercato della Terra, bastione di Slow Food. Io, come molti miei simili, mi trovo perfettamente a mio agio in questi contesti, e ne apprezzo i sapori, i contenuti, e gli intenti. Ma di certo, i nuovi luoghi e gli eventi che caratterizzano la Manifattura delle Arti hanno un che di radical chic ed esclusivo. Il Centro Costa è un’eccezione, direi, all’evidente stilizzazione di questa zona, che tende a rivolgersi a pubblici piuttosto omogenei per età, gusto, estrazione socio-economica, e identità politica e culturale».</p>
<p><strong>L&#8217;area della MdA per un periodo è stata luogo di occupazioni, e ospita tuttora in uno dei suoi edifici storici &#8211; la Salara &#8211; la sede dell&#8217;Arcigay. Queste presenze &#8211; lei spiega &#8211; soffrono di una costante marginalizzazione: secondo lei perchè?</strong></p>
<p>«La marginalizzazione di individui e gruppi che incarnano delle diversità e, per così dire, delle ‘devianze’ non è un fatto nuovo o isolato a progetti come la Manifattura delle Arti. La letteratura sociologica sui cosiddetti processi di ‘gentrificazione’ è strapiena di riferimenti a fenomeni di questo tipo. Anzi, molto spesso sono proprio le comunità di artisti, attivisti politici, e persone LGBTQ che fanno da ‘apripista’ per la riconversione di quartieri ‘degradati’ in zone di pregio—per poi esserne espulse, per vie politiche o economiche. Per quanto riguarda la Manifattura delle Arti, non credo assolutamente che ci siano degli intenti espliciti alla base della marginalizzazione discorsiva ed effettiva di questi gruppi. Tuttavia, le narrazioni e le pratiche che sottendono alla pianificazione e alla realizzazione di progetti di riqualificazione urbana sono sempre la manifestazione di un certo spirito dei tempi, per non dire di ideologie dominanti, per quanto implicite. Non è sorprendente, dunque, che un gruppo di creativi radicali come il MetroLab sia stato immediatamente espulso da uno spazio in disuso come l’ex Cinema Embassy, che da allora è rimasto vuoto. Non mi sembra consolante la prospettiva che l’Embassy venga trasformato in un auditorium progettato dall’archistar Renzo Piano. Ed è un fatto che, nonostante il suo spessore politico e culturale a livello nazionale, il Cassero sia stato regolarmente marginalizzato nelle attività di ‘presentazione’ della Manifattura delle Arti. Ad esempio quando Guazzaloca escluse l’Arcigay dalla comunicazione pubblica della neonata cittadella della cultura. O quando Cofferati pensò di spostare l’Arcigay dalla Salara, nonostante avesse criticato Guazzaloca per aver espresso lo stesso intento. E mi è stato detto che, di recente, il Cassero è stato definito ‘la Salara’ in una nuova app del Comune per la comunicazione pubblica della città. Ciò che viene detto o non detto è sintomatico di ciò che viene ritenuto accettabile o, al contrario, deviante. Perchè si puo’ dire ‘Cineteca’ e non ‘Cassero’ oppure ‘Arcigay’? Il ‘non dicibile’ è alla base della marginalizzazione e dell’esclusione, simbolica o materiale».</p>
<p><strong><br />
Volendo percorrere l&#8217;idea di chi ha immaginato quell&#8217;area come rappresentazione di Bologna  allo sguardo del forestiero, secondo lei, visto da lontano, è un biglietto da visita efficace?</strong></p>
<p>«Vista da lontano, la MdA è un biglietto da visita molto efficace, proprio perchè sintetizza alcune delle esigenze chiave del capitalismo post-industriale: l’enfasi sulla produzione culturale e sulla creatività come motori economici privilegiati, la comunicazione di identità distintive e di punti di differenziazione quali la tradizione storica e il ‘colore’ locale, e la presenza di ‘format’ e generi architettonici universalmente riconoscibili e accettati, come la combinazione di vetro, acciaio, legno e forme inusuali come i ‘cilindri’ del Lumiere e del MamBO. Tutto questo contribuisce a comunicare Bologna come una ‘world-class city’, una città di livello internazionale…e dunque anche come potenziale destinazione di capitali provenienti da ambiti economici chiave del capitalismo contemporaneo, quali il turismo, le industrie creative, e la produzione culturale. E vorrei anche sottolineare che la MdA non è semplicemente un progetto di riqualificazione urbana…è un vero e proprio progetto di comunicazione. Ormai la configurazione fisica delle nostre città – o, per semplificare, il paesaggio urbano – non ha risvolti solamente locali o al massimo nazionali. Il paesaggio urbano è sempre di più anche una sorta di cachet internazionale se non globale, una forma di valuta visuale e materiale che viene regolarmente scambiata tramite i mezzi linguistici e visivi della comunicazione pubblica».<br />
<strong><br />
Infine, alla luce delle sue analisi, se le fosse data la possibilità di suggerire alcune azioni di miglioramento per quell&#8217;area, quali sarebbero le sue priorità?</strong></p>
<p>«Premetto che la mia professionalità non mi permette di sostituirmi alle istituzioni e agli operatori che si occupano realmente della progettazione e dell’applicazione concreta di migliorie e opere di riqualificazione. Ciò che posso offrire personalmente sono gli strumenti dell’osservazione e dell’analisi fondata su principi multidisciplinari, quali l’indagine storica, sociale ed estetica. E credo fermamente che nella pianificazione urbana ci sia bisogno anche di questi strumenti. Tant’è che, in questo stesso ambito, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sociologi, antropologi, geografi e ora anche studiosi di comunicazione vengono sempre di piu’ interpellati e persino assunti come consulenti. Sulla base dei miei studi e delle mie osservazioni, penso tuttavia che, adesso come adesso, la Manifattura delle Arti sia un progetto esclusivo—in entrambi i sensi della parola. E forse è solamente una questione di tempo…e magari nel tempo, il contenitore MdA si riempirà di contenuti sociali all’insegna dell’inclusione e della diversità. So che di tentativi in questo senso ce ne sono. In effetti, luoghi in disuso come l’Embassy e il Dopolavoro ferroviario potrebbero essere l’oggetto di un processo partecipativo oppure di una scelta politicamente ‘forte’ e anticonformista. Si tratterebbe insomma di decidere se dedicare almeno una parte della Manifattura delle Arti a usi generati ‘dal basso’ (ad esempio dai cittadini residenti  nel quartiere) oppure a progetti creativi e sociali radicali e non legati a istituzioni riconoscibili e universalmente acettate quali quelle che al momento ‘presidiano’ la zona (ad esempio l’Università o la Cineteca). In entrambi i casi, penso anche che si andrebbe incontro a complessità e imprevisti probabilmente poco remunerativi. E che per fare qualcosa del genere ci vorrebbe molto coraggio. E non escludo che ci si stia già muovendo in questa direzione.<br />
Il mio articolo sulla Manifattura delle Arti è infatti solamente l’inizio di un progetto di ricerca più ampio sulla riqualificazione urbana nel contesto bolognese. Intendo ampliare la mia indagine e trasformarla in uno studio sistematico delle politiche, pratiche ed esigenze all’origine delle trasformazioni fisiche di un luogo come la Manifattura delle Arti. Per questo motivo, l’estate scorsa ho preso contatti con l’Urban Center di Bologna, e spero di poter presto cominciare a intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni, architetti, ingegneri, residenti e altri gruppi e individui coinvolti in questo e altri progetti di riqualificazione a Bologna. Che rimane sempre e comunque la mia città, il mio luogo d’origine…e attraverso il mio lavoro di ricerca, spero di poterle dimostrare il mio amore».</p>
<p><em><strong>Giorgia Aiello</strong>, classe 1976, si è laureata in Scienze della Comunicazione all&#8217;Università di Bologna. Poi, ha ottenuto una borsa di dottorato presso la University of Washington di Seattle. Dal 2008 al 2009 è stata assistant professor presso la Colorado State University. Dal 2010 è docente presso l&#8217;Institute of Communications Studies dell&#8217;Università di Leeds. Si occupa di comunicazione visiva e materiale di differenze sociali e culturali in testi e contesti tipici del capitalismo post-industriale</em></div>
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		<title>Il capolinea dello Scalo San Donato</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 14:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Tra sei mesi si concluderà l’esperienza di riqualificazione di Planimetrie Culturali nello spazio di via Larga. Nuovo progetto in arrivo, questa volta in  area pubblica


L’annuncio è passato “sottovoce” attraverso i social network, quelle rete di fili invisibili attraverso i quali tanti bolognesi si tenevano aggiornati sulle iniziative dello Scalo San Donato: solo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL TRASLOCO</strong><br />
<em>Tra sei mesi si concluderà l’esperienza di riqualificazione di Planimetrie Culturali nello spazio di via Larga. Nuovo progetto in arrivo, questa volta in  area pubblica<br />
</a></em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.planimetrieculturali.org/wp-content/gallery/scalo-san-donato/28686_1458355382447_1340266499_31255555_830036_n.jpg" title="Il labirinto effimero di Galassi" alt="Il labirinto effimero di Galassi" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>’annuncio è passato “sottovoce” attraverso i social network, quelle rete di fili invisibili attraverso i quali tanti bolognesi si tenevano aggiornati sulle iniziative dello Scalo San Donato: solo che «questa volta &#8211; avverte il messaggio -vi scriviamo non per invitarvi ad un evento o a partecipare ad un corso, né tantomeno per coinvolgervi in qualche festival bizzarro». La missiva, anzi,  vuole proprio comunicare che per un po’ di inviti a feste su quella mailing list non ne gireranno più. «Planimetrie Culturali &#8211; prosegue la lettera &#8211; ha portato a termine con successo l’esperimento Scalo San Donato che in due anni di attività ha dimostrato come i luoghi abbandonati possono diventare spazi di condivisione, produzione culturale e se ben gestiti, possono accogliere le esigenze di realtà diverse».</p>
<p> Il progetto insomma arriva al capolinea, lo “Scalo”, inteso come locale notturno, non riaprirà. Senza rammarico, anzi per scelta deliberata dei ragazzi di Planimetrie Culturali che  attraverso quest’ennesimo trasloco sottolineano e rivendicano la loro natura mai stanziale. E se a molti la notizia provocherà dispiacere, potrà essere di consolazione sapere che  se un’esperienza si chiude è proprio per far posto ad un’altra. Nuova, più ambiziosa, magari pure più grande. Per ora sul piatto ci sono tre ipotesi, abbastanza diverse tra loro ma accomunate da un importante aspetto: si tratta in tutti e tre i casi di spazi pubblici, di proprietà degli enti locali con i quali i ragazzi di Planimetrie culturali hanno da tempo aperto una trattativa. «Finora allo Scalo abbiamo versato l’affitto a un privato &#8211; dice Werther Albertazzi di Planimetrie Culturali &#8211; ora vogliamo lavorare per la città». E questo lavoro potrebbe interessare, nella prima ipotesi, gli ex uffici della Manifattura Tabacchi, in via Ferrarese, dove sorgerà il Tecnopolo. Ai ragazzi gli enti affiderebbero l’area non interessata dalle demolizioni, circa 10mila metri quadri tra locali e spazi all’aperto, per un tempo determinato, cioè fino all’apertura dei cantieri in quell’ala, programmati per il 2015. Oppure si valuta Villa Ghigi, l’ex residenza del medico filantropo in vetta alla collina dell’omonimo parco. O altrimenti si punta il dito verso Villa  Salus, anche questa di proprietà del Comune, enorme struttura ora assolutamente in disuso. </p>
<p>La decisione è tutta affidata alla trattiva in corso con Quartiere, Comune e Regione: se la quadra verrà trovata entro fine anno, già dopo circa 4 mesi le attività di Planimetrie Culturali potrebbero ripartire in un  nuovo spazio. Il “capolinea” dello Scalo, comunque, fissa il profilo di un’esperienza imponente:   oltre 12.000 i soci sostenitori che hanno fatto tappa in via Larga in questi due anni, 138 i concerti organizzati  e 121 le feste di autofinanziamento a favore di  altre associazioni; Poi ci sono le  10 mostre e i 18 laboratori (altri ne verranno in quello stesso spazio nei prossimi sei mesi, finanziati con le risorse residue dell’attività di fund raising) ma soprattutto c’è il miracoloso racconto dei tanti bolognesi che in due anni hanno scelto di ritrovarsi in quello che era destinato ad essere un ex dormitorio abbandonato.
 </p></div>
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		<title>Quei primi minuti accanto al corpo del poeta</title>
		<link>http://www.vincenzobrana.it/2010/12/14/articoli/quei-primi-minuti-accanto-al-corpo-del-poeta/</link>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 20:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;INTERVISTA
Lucia Visca arrivò all’Idroscalo proprio mentre veniva identificato il cadavere di Pasolini

Lucia Visca il 2 novembre del 1975, quando fu trovato morto Pier Paolo Pasolini, aveva appena ventidue anni e a Paese Sera, il quotidiano capitolino nel quale faceva la sua “gavetta” da cronista, la chiamavano “quella di Ostia”. Perchè è  lì che l’aspirante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;INTERVISTA</strong><br />
<em>Lucia Visca arrivò all’Idroscalo proprio mentre veniva identificato il cadavere di Pasolini</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.blackmailmag.com/images/Incontri/Pierpaolo_Pasolini_2.jpg" title="Pierpaolo Pasolini" alt="Pierpaolo Pasolini" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>ucia Visca il 2 novembre del 1975, quando fu trovato morto Pier Paolo Pasolini, aveva appena ventidue anni e a Paese Sera, il quotidiano capitolino nel quale faceva la sua “gavetta” da cronista, la chiamavano “quella di Ostia”. Perchè è  lì che l’aspirante reporter  faceva il pieno di notizie da sottoporre al filtro della redazione: il litorale romano, allora, non era certo quello che sarebbe diventato da lì o poco tempo con l’irrobustirsi della ferocia della Banda della Magliana, all’epoca ancora al suo stato embrionale. Il delitto Pasolini, sul quale proprio quest’anno la Procura di Milano ha disposto la riapertura delle indagini, segnò in un certo senso la metamorfosi di una violenza di radice borderline in un disegno criminale più complesso che seppe usare come strumento la crudezza di quei “ragazzi di vita”.</p>
<p> Lucia Visca quella mattina di 35 anni fa fu la prima cronista a giungere all’Idroscalo, dove il corpo del poeta giaceva straziato e senza vita: a darle quel vantaggio fu quella rete di contatti che un corrispondente del territorio normalmente si crea per non concludere a mani vuote la sua “caccia” quotidiana alle notizie. Fu quindi un  brigadiere a tirarla giù da letto quel mattino quand’erano ancora le sette per avvertirla di quel cadavere all’Idroscalo. E poco più tardi, quand’ancora attorno a quel corpo c’erano solo poliziotti, fu lei l’unica testimone senza divisa di quel primo riconoscimento che attribuiva a quel corpo martoriato l’identità del grande intellettuale di sinistra. </p>
<p>&#8220;Pier Paolo Pasolini, una morte violenta&#8221; è il titolo del libro che Lucia Visca ha pubbicato per Castelvecchi 35 anni dopo quei fatti: un libro che raccoglie con cura i dettagli dell’intervallo di tempo compreso tra le 7 e le 10 di quella mattina, rimettendo in fila le tracce di quel delitto spietato, prima che la macchina della Giustizia esordisse in quel cammino di sentenze frettolose e mai definitive che rende quel caso, ai nostri occhi, ancora irrisolto.</p>
<p><strong>Lucia Visca, il suo racconto in più punti riflette sugli strumenti dei giornalisti e degli investigatori di allora: se tutto fosse successo in un tempo più simile al nostro, con le stesse possibilità, ci troveremmo in mano una verità più certa?</strong><br />
«Probabilmente sì. Se ci fosse stata cura nel raccogliere le tracce di ciò che era successo non ci sarebbe stato alcun alibi sin da subito per affermare che quell’omicidio era stato commesso da Pino Pelosi e da lui soltanto, come troppo frettolosamente si concluse».<br />
<strong><br />
Smettendo l’obbiettività imposta a chi veste i panni del cronista, lei che idea si è fatta di tutta la vicenda?</strong><br />
«Sono convinta che qualcuno voleva dare una lezione a Pasolini. Su chi fosse questo qualcuno non lo so  e francamente non credo alle tante teorie del complotto. Come non credo, però, alla prima versione che interpretò quel fatto come un rapporto sessuale mercenario degenerato in violenza».</p>
<p><strong>Il giornalismo di allora viveva una straordinaria stagione di slancio investigativo: quanto i racconti della stampa contribuirono a trovare una verità e quanto, invece, confusero le carte?</strong><br />
«Non confusero affatto le carte, anzi. Naturalmente non parliamo degli articoli usciti immediatamente a ridosso del fatto, bensì di quelli che vennero scritti dopo qualche settimana, quando tutti avemmo il tempo di pensare. Se non ci fosse stata la stampa con le sue domande sarebbe stato impossibile rimettere in discussione la versione fornita inizialmente da Pelosi».<br />
<strong><br />
Secondo lei c’è stato un tentativo di incollare una soluzione dall’alto a quel delitto? E a chi faceva comodo quella versione?</strong><br />
«Secondo me non ci fu   un tentativo di questo tipo, almeno immediatamente. La vicenda fu liquidata velocemente per non parlare troppo di un rapporto omosessuale finito nel sangue. Dopo però, negli anni, sicuramente la lettura a sfondo sessuale fu strumentalizzata per coprire altre letture, a vantaggio ovviamente di chi non voleva che si cercasse altrove la verità».<br />
<strong><br />
Il caso Pasolini è connotato da una lunga serie di negligenze: lei nel suo libro cita ad esempio la partitella di pallone giocata a pochi passi dal cadavere in piena scena del delitto. Ce ne furono altre e soprattutto ci fu malafede in queste negligenze?</strong><br />
«Sulla malafede non potrei giurarci ma sicuramente di negligenze ce ne furono diverse: basti pensare che la macchina di Pasolini rimase parcheggiata per giorni nel cortile dei carabinieri, uno spazio assolutamente non “protetto”. E i reperti che furono trovati sull’automobile sono stati analizzati solo oggi, a più di trent’anni di distanza, dopo essere rimasti tutti questo tempo chiusi in in magazzino del Palazzo di Giustizia».<br />
<strong><br />
Lei 35 anni fa  dovette passare il taccuino ai suoi superiori e non potè scrivere il suo racconto di quella mattina. Se invece avesse potuto farlo, che pezzo avrebbe scritto?</strong><br />
«Quella volta non ho potuto scrivere l’emozione e lo sgomento all’atto dell’identificazione del cadavere: i colleghi che raccontarono quella vicenda, compreso quello a cui passai il mio taccuino, fecero un ottimo lavoro ma non poterono descrivere quell’attimo. Che è solo mio, perciò oggi ho deciso di raccontarlo».
 </div>
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		<title>La Dorothy di Francesca Mazza seduce il gotha della critica teatrale. È suo il premio Ubu 2010</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 15:33:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL RICONOSCIMENTO
È già il secondo che conquista. Il primo nel 2005

Dev’essere davvero complicato mascherare con la voce un’emozione grande come la vittoria del premio Ubu. Francesca Mazza, ieri, rispondendo al telefono a chi insistentemente le chiedeva “ma allora è vero???”,  quasi ci provava a camuffare la contentezza e a far sì che la suspence [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL RICONOSCIMENTO</strong><br />
<em>È già il secondo che conquista. Il primo nel 2005</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.klpteatro.it/images/stories/2010/west-mazza.jpg" title="Francesca Mazza" alt="Francesca Mazza" width="240" /><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>ev’essere davvero complicato mascherare con la voce un’emozione grande come la vittoria del premio Ubu. Francesca Mazza, ieri, rispondendo al telefono a chi insistentemente le chiedeva “ma allora è vero???”,  quasi ci provava a camuffare la contentezza e a far sì che la suspence fosse tenuta intatta fino alla proclamazione ufficiale, in serata,  sul palcoscenico meneghino. Ma poi il tono squillante e le vocali rotte qua e là inevitabilmente tradivano il segreto: i cinquantatré principali critici teatrali italiani hanno scelto lei come migliore attrice protagonista dell’anno per la sua interpretazione in <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=q-D9kp3N2ec&#038;playnext=1&#038;list=PL90E6E65F5A7CEC35&#038;index=3">West</a></strong>, il lavoro della compagnia romagnola Fanny&#038;Alexander, debuttato a giugno scorso al Festival delle Colline Torinesi. «Sono quattro giorni che non dormo e che ho la lacrima facile» confessa alla fine l’attrice, una volta rotto l’indugio della segretezza. «Emozionata e contenta fuor di misura», aggiunge. </p>
<p>Quando le hanno annunciato il verdetto, racconta, «ho pensato subito a questo spettacolo. È particolarmente significativo per me che il premio arrivi con questo lavoro e con Fanny&#038;Alexander». Il sodalizio tra l’attrice &#8211; nata a Cremona ma di casa a Bologna dai tempi dell’Università &#8211; e la compagnia ravennate, in effetti, ha davvero del magico: già nel 2005 infatti Mazza aveva conquistato il premio Ubu, quella volta come miglior attrice non protagonista, con lo spettacolo Aqua Marina sempre a firma Fanny &#038;Alexander. Ieri sera, invece, il premio è arrivato grazie a West, l’ultimo capitolo di  O &#8211; Z, il corposo progetto della compagine romagnola sulla favola di Frank Baum : «Uno spettacolo molto particolare &#8211; spiega Mazza &#8211; che piace al pubblico, che colpisce. E che restituisce il senso di fare teatro a un certo livello». La nota dolente arriva consultando le date della tournée dello spettacolo in regione: West, per adesso,  è programmato soltanto a Bologna e per due sole repliche, il 9 e 10 marzo prossimo a Teatri di Vita.
 </p></div>
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		<title>Sipario chiuso al San Martino</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 18:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL CASO
Niente programmazione nell’arena di Libero Fortebraccio Teatro: Spese di gestione sproporzionate, solo spiccioli dalle istituzioni

Non si aprirà quest’anno il sipario al teatro San Martino. Questo è l’annuncio che Roberto Latini della Compagnia Libero Fortebraccio ha reso pubblico in una conferenza stampa convocata provocatoriamente per presentare una “non stagione”. Dopo tre anni di sacrifici la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL CASO</strong><br />
<em>Niente programmazione nell’arena di Libero Fortebraccio Teatro: Spese di gestione sproporzionate, solo spiccioli dalle istituzioni</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/10/TeatroSanMartino@MarcoCaselliNirmal-6.jpg" title="TeatroSanMartino" alt="TeatroSanMartino" width="240" /><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>on si aprirà quest’anno il sipario al teatro San Martino. Questo è l’annuncio che Roberto Latini della Compagnia Libero Fortebraccio ha reso pubblico in una conferenza stampa convocata provocatoriamente per presentare una “non stagione”. Dopo tre anni di sacrifici la compagine di teatranti giunti in città dalla Capitale getta la spugna e interrompe quella piccola tradizione di ospitalità che in così poco tempo aveva portato tanto bel teatro di ricerca all’ombra delle Torri. La questione, naturalmente, riguarda in primo luogo le economie, assolutamente insostenibili per una compagnia che, oltre a gestire quello spazio, innanzitutto deve produrre teatro. E invece finora quel sogno di un «teatro sempre aperto» è stato un obbiettivo che si è stagliato sopra tutti gli altri, risucchiando soldi ed energie,  tali e tanti da non rendere ulteriormente procrastinabile il momento in cui tirare le somme. «Un tentativo lungo tre anni – spiega Latini – è sufficiente per valutare il nostro operato e il potenziale di questo spazio».  Sufficiente a chi potrebbe scegliere oggi di scommettere su quel progetto,   invece preferisce  onorare  schemi tradizionali, consuetudini, liturgie scolpite dagli anni. E gli anni, in effetti, a quelli del San Martino mancano, anzi nel panorama teatrale cittadino vestono la maglia degli “ultimi arrivati”. E sembra questo il peccato originale che oggi sono costretti a scontare. «Abbiamo deciso di aspettare fino al cinque ottobre perché c’erano in corso appuntamenti con le istituzioni», spiega Latini. Ma né l’assessore regionale Massimo Mezzetti né il direttore del Settore Cultura del Comune, Mauro Felicori, hanno gettato una rete per salvare quel palcoscenico. Sono gli anni della crisi, dicono tutti, quelli dei tagli e delle coperte cortissime: nessun ente locale si può permettere sforzi ulteriori. E quei 15mila euro annui versati dal Comune per quel cartellone teatrale, assieme ai 14mila della Regione e ai 4mila della Provincia, non sono che una goccia in un oceano che pretende  50mila euro all’anno – tra affitto e utenze – solo per “galleggiare”. D’altra parte, chi ha dimestichezza con i “conti” del palcoscenico sa che sono ben altri i budget con cui si immaginano i cartelloni teatrali, in città come altrove. </p>
<p>Al San Martino, d’altro canto,  in tema di soldi si è quasi radicali: «Le compagnie – spiega Latini – sono sempre venute a incasso. Al 100% dell’incasso – precisa – il San Martino non ha mai preso un euro del lavoro degli altri». Le strategie di marketing e fund raising, inoltre, restano attività che di proposito si tengono a distanza, attenti a non chiamare (come molti fanno) il pubblico “cliente”. I finanziamenti pubblici, insomma, erano l’unico polmone da cui prendeva ossigeno il progetto. «Il sistema teatrale della città ci dice oggi che non è possibile considerarci oltre quello che è già in essere. Conti alla mano – prosegue l’attore &#8211;  le spese di gestione sono sproporzionate rispetto ai finanziamenti e a quanto è ulteriormente possibile». E d’altronde, si dispiace, «se questo progetto non riesce a Bologna credo avrebbe problemi da qualsiasi altra parte». Per loro che quando tre anni fa giunsero qui  si mettevano alle spalle l’immobilismo della Capitale,  Bologna è stato un «recuperare una prospettiva». Oggi, però, tre anni dopo quei precoci entusiasmi, si è costretti a prendere atto che la nostra è una città «che sta vivendo di rendita» e che «ora ha bisogno di rifare la conta», di chiedersi chi in città fa teatro, quali sono le compagnie, chi produce e con quali (e quanti) soldi. Un censimento, insomma, proprio come quello di cui fu incaricato  Leo De Berardinis, molti anni fa, a Roma. Latini però non fa polemica, anzi si guarda bene dallo spostare la rabbia anche solo di poco fuori da se stesso: per lui questa “non stagione” è una «vergogna» della quale chiede scusa a pubblico, artisti, collaboratori. Ma il “caso San Martino”, inevitabilmente, invita a spostare lo sguardo sulle altre realtà del territorio, su quello che fanno, su chi le  sostiene. «Speravamo che la crisi del Duse fosse un’opportunità per riaprire tutta la questione del sistema teatrale bolognese», dice Latini. Invece si è corsi a tappare quel buco lasciando tutto il resto com’era.  O quasi, perché in realtà il San Martino, nel silenzio, sta chiudendo i battenti, ridiventando lo spazio privato della compagnia Libero Fortebraccio e mettendo in cartellone  &#8211; anche qui non senza inquietanti punti interrogativi – solo le due rassegne finanziate ad hoc, “Maestri” (sostenuto dalla Regione) e le “Serata d’onore” del cartellone di Bologna Estate. </p></div>
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		<title>La Miss Alternative dell’era Cancellieri sfila tra gli sfarzi di Palazzo Re Enzo</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 11:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Domani  il defilé del Cassero a cui Cofferati negò la piazza. Edizione dedicata a Marcella Di Folco

Una volta si fronteggiarono “a distanza” a suon di carte bollate (il patron Mirigliani ebbe da dire sul nome originale della kermesse antagonista)  ma mai era successo finora che Miss Italia e The Italian Miss Alternative mettessero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;EVENTO</strong><br />
<em>Domani  il defilé del Cassero a cui Cofferati negò la piazza. Edizione dedicata a <a href="http://www.vincenzobrana.it/2010/09/08/articoli/marcellona-cala-il-sipario/">Marcella Di Folco</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://theitalianmissalternative.files.wordpress.com/2008/06/fvln_2008.jpg" title="Miss Fvln" alt="Miss Fvln" width="240" /><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>na volta si fronteggiarono “a distanza” a suon di carte bollate (il patron Mirigliani ebbe da dire sul nome originale della kermesse antagonista)  ma mai era successo finora che Miss Italia e The Italian Miss Alternative mettessero le loro passerelle l’una contro l’altra. Domani sera, invece, succederà e forse sarà proprio questo il primo “lusso” del singolare defilé a sostegno della lotta all’Aids,  dedicato quest’anno &#8211; appunto &#8211; alla ricchezza più scintillante. “Sognate il lusso? Sognate pure!” diceva Stefano Casagrande, che diciassette anni fa diede vita all’originale sfilata en travesti e del quale quest’anno si ricorda il decennale della scomparsa. E a forza di sognare, in effetti, qualche desiderio si avvera: se nel 2005 la kermesse prodotta dal Cassero arrivò a scontrarsi duramente con l’allora sindaco Sergio Cofferati che non aveva concesso piazza Maggiore come location, quest’anno (proprio quando Bologna è senza sindaco) il defilé  arriva vicinissimo al Crescentone e si colloca nella &#8211; guarda caso &#8211; lussuosa sala del Podestà di Palazzo Re Enzo.</p>
<p> L’appuntamento è fissato per le 22, orario in cui Agònia e Donna Clelia (le due anfitrione della kermesse) daranno via alla sfilata delle 20 concorrenti in gara. Che in realtà &#8211; e qui sta il “gioco” &#8211; sono tutte dei “lui”, per l’ occasione in versione “tacchi e parrucca”, ma soprattutto agghindati con un’improbabile haute couture da discarica, una divertente sintesi tra la pattumiera e le patinate riviste di alta moda. La formula, ormai, è arcinota: ogni anno un tema da “trasformare” in abito da sera, utilizzando i materiali più disparati, dalla ferramenta all’ortofrutta. Negli anni &#8211; questa è la diciassettesima edizione del concorso &#8211; l’abilità degli “stilisti” si è naturalmente affinata così come si è acuita esponenzialmente la rivalità tra le (pseudo) modelle. Il risultato perciò è davvero sorprendente e vale senza dubbio un palcoscenico importante. Per contrasto, nessun nome importante nella giuria,  di solito frequentata da personaggi della cultura e dello spettacolo (anche Jean Paul Gautier e Amanda Lear nell’albo d’oro del concorso). Il verdetto sarà quindi popolare, emesso cioè dalla giuria di “big donors” che hanno acquistato per 50 euro il posto in poltronissima. Gli altri potranno assistere sedendo nella tribuna numerata (20 euro) o in piedi (15 euro). I proventi saranno destinati a  quattro associazioni bolognesi che si occupano di lotta all’Aids. Lo spettacolo di quest’anno è dedicato a Marcella Di Folco, venuta a mancare tre giorni fa, da sempre tra i protagonisti della manifestazione.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
<strong>IL VERO LUSSO è UN GIARDINO</strong><br />
All’inizio doveva essere una via o una piazza, almeno così aveva promesso con toni trionfalistici il sindaco Cofferati il 28 giugno del 2008 ricevendo a palazzo i leader del movimento lgbt, che quel giorno portavano il gay pride ai piedi delle Torri. Avrebbe intitolato una strada a Stefano Casagrande, “padre” di Miss Alternative e attivista di prima linea della comunità gaylesbica bolognese:  questo promise allora il sindaco. Poi però la strada diventò più semplicemente un giardino, approvando in fretta e furia una delibera quando già Cofferati aveva la valigia in mano. Ma neanche il giardino, poi, è mai stato inaugurato. Dal Cassero parlano di «questioni burocratiche legate alla caduta del governo locale». Ma quella delibera in realtà già c’è, non serve una Giunta per approvarla di nuovo. Semmai sembra mancare un tosaerba. </div>
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		<title>Marcellona, cala il sipario</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 13:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL LUTTO
Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche

Lo sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL LUTTO</strong><br />
<em>Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/09/difolco.jpg" title="Marcella Di Folco" alt="Marcella Di Folco" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>o sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento della propria femminilità. Così Marcella Di Folco, storica presidente del Movimento Identità Transessuale, è ritratta nella foto che<a href="http://www.mit-italia.it/"> il sito dell’associazione</a> ha pubblicato ieri pomeriggio  per rivolgere l’estremo saluto alla sua «leader maxima». Di Folco si è spenta ieri   all’hospice di Bentivoglio, dove da tempo era ricoverata per l’inesorabile incedere della malattia che l’ha portata alla morte. Aveva 67 anni “Marcellona”, che passati in rassegna tutti in una volta compongono quasi un’enciclopedia, un’opera vasta che, dalla fine degli anni Sessanta quand’era cassiera al mitico Piper,  attraversa tanto la storia del cinema quanto quella della politica e delle battaglie per i diritti civili. Il Cinema era quello leggendario di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Dino Risi, Alberto Sordi, Elio Petri e di tutti gli altri grandi cineasti che l’avevano scelta per i propri film. Quand’era ancora Marcello, in realtà, prima cioè di quel viaggio a Casablanca nell’agosto del 1980 (solo due anni dopo in Italia sarà approvata una legge per il cambio di sesso), rivoluzionario tanto per lei quanto per la cultura e la politica degli anni che venirono. Perchè da allora, dopo il trasferimento a Bologna nel 1986, Di Folco si mise al servizio del movimento transessuale, guidandolo verso importanti conquiste scritte nella storia recente del nostro Paese: fu sua l’idea di creare un consultorio per l’identità di genere, che diventerà il primo al mondo gestito da trans. E suo il merito di aver ottenuto nel 2000 l’istituzione della Commissione “Diritti per l’identità di genere”, da parte del ministro per le pari opportunità Katia Belillo. Ma suo soprattutto il merito di aver infranto il “tabù” dell’identità di genere nelle aule politiche: nel 1990 conquistò uno scranno nel quartiere Saragozza e dal 1995 al 1999 fu consigliere comunale a Palazzo D’Accursio, eletta nelle fila dei Verdi. Fu la prima transessuale al mondo ad ottenere quella carica. </p>
<p>Anche quando la malattia già le consumava le energie, Di Folco non ha messo da parte la sua militanza: nel maggio scorso a Rimini, in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia, era intervenuta dal palco allestito dalle associazioni: «la salute non mi assiste» aveva confessato, riprendendo poi subito il solito piglio ironico e incalzando: «ma voi non vi preoccupate, ci penso io, non mi si toglie di mezzo facilmente». La sua tenacia, però, ieri si è esaurita. La morte di Marcella Di Folco è stata annunciata dal  Mit, la sua associazione ma anche la sua famiglia:  «non è semplice comunicare il vuoto che lascia», si legge nell&#8217;homepage del sito. E di seguito: «compagna, amica, sorella, mamma di tutte/i noi, il Mit perde la leader maxima, la sua traccia essenziale resta indelebile nella storia della nostra associazione e del movimento tutto». Anche le altre sigle del movimento si sono strette nel cordoglio: Arcigay, Arcilesbica, Agedo, FamiglieArcobaleno salutano una «grande figura di riferimento per le persone transessuali, per il movimento lgbt e per tutto il dibattito politico e culturale sui diritti civili e sulla libertà che ha attraversato le vicende del nostro Paese negli ultimi 30 anni».   Addolorato anche Franco Grillini, storico leader di Arcigay e consigliere regionale dell’Idv: «quella di Marcella è stata una militanza globale perchè partendo dal tema dei diritti si è poi occupata a tutto campo della politica locale e nazionale». «Ci mancherà &#8211; dice &#8211; come amica prima di tutto e e come leader del movimento». Manifestazioni di cordoglio sono giunte dai rappresentanti istituzionali: l’assessore regionale alla Cultura , sottolinea la « perdita di un personaggio importante dal punto di vista culturale e fondamentale nella storia della lotta per i diritti civili in Italia». «Le saremo per sempre grati – è il messaggio di Gian Guido Naldi, capogruppo di Sel in Regione – perché con il suo impegno in prima persona nel riconoscimento dei diritti per la comunità lgbt ha squarciato quel vergognoso velo di menzogne, ipocrisia e perbenismo che ci impediva di riconoscere le troppe discriminazioni nei confronti delle persone transessuali presenti nella società Italiana». «Marcella è stata una figura importante e innovativa della sinistra cittadina e nazionale» ricorda Sergio Lo Giudice, responsabile del programma del Pd di Bologna. «La sua passione straordinaria &#8211; aggiunge &#8211; e la sua determinazione nel richiedere il riconoscimento di diritti negati hanno contribuito ad arricchire lo scenario politico della città. Per questo motivo la ricorderemo con affetto e riconoscenza». Manifesta il suo cordoglio anche il senatore Walter Vitali, sindaco di Bologna negli anni in cui Di Folco sedeva in Consiglio Comunale: «Sono stati anni belli e difficili &#8211; ricorda &#8211; anni di forti innovazioni politiche e amministrative». E di seguito: «È stata protagonista insieme a noi della prima esperienza dell’Ulivo a Palazzo d’Accursio, dimostrando la capacità di contribuire alla sintesi tra posizioni anche molto diverse su temi delicati come la scuola, la famiglia e le coppie di fatto».</p>
<p>  Domani dalle 9 alle  19 sarà allestita la camera ardente presso la Sala Renzo Imbeni (ex Sala Bianca) del Comune di Bologna, in Palazzo d’Accursio. Poi venerdì, alle 15, si terrà la cerimonia religiosa, celebrata da don Giovanni Nicolini presso la parrocchia della Dozza.<br />
Domenica sera, annunciano infine Arcilesbica Bologna e Cassero, Marcella Di Folco sarà ricordata a Palazzo Re Enzo dalla passerella di Miss Alternative, l’evento benefit che nel 2005 la incoronò “regina”.</p></div>
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		<title>Prostituzione, l’ordinanza spacca l’Idv</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2010 18:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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La vicesindaco sta con Fiorini. Ma Franco Grillini bacchetta: «Quella norma è illegittima, non è nelle corde dell&#8217;Idv» 

Da una parte Simona Mastrocinque, tessera Idv e fascia di vicesindaco a Zola Predosa, nel Bolognese. Dall’altra Franco Grillini, stessa tessera, una carriera da parlamentare alle spalle, un presente da eletto nel parlamentino della Regione Emilia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL CASO</strong><br />
<em>La vicesindaco sta con Fiorini. Ma Franco Grillini bacchetta: «Quella norma è illegittima, non è nelle corde dell&#8217;Idv» </em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/08/prostituta.jpg" title="prostituta" alt="prostituta" width="240" /><span title="D" class="cap"><span>D</span></span>a una parte Simona Mastrocinque, tessera Idv e fascia di vicesindaco a Zola Predosa, nel Bolognese. Dall’altra Franco Grillini, stessa tessera, una carriera da parlamentare alle spalle, un presente da eletto nel parlamentino della Regione Emilia Romagna. In mezzo la discussa ordinanza anti-prostituzione che il sindaco di Zola, il democratico Stefano Fiorini, ha messo a regime nel proprio territorio: un giro di vite inedito, che reitera la logica del mai approvato ddl Carfagna ( “multa” a cliente e prostituta), scandendo con precisione la lista dei “divieti”, tra i quali figura perfino quello di rivolgere parola alle “lucciole”.<br />
Mastrocinque sta col suo sindaco: «In attesa di un segnale più forte da parte del Governo &#8211; dice &#8211; i Comuni devono intervenire come possono con la repressione della prostituzione e soprattutto con progetti di recupero attraverso le unità di strada, proprio come sta facendo il Comune di Zola Predosa». Grillini, invece, di quell’ordinanza non ne vuole proprio sentire parlare: «È totalmente illegittima &#8211; dice &#8211; e fare ordinanze illegittime non è nelle corde di un partito come l’Italia dei Valori». Insomma la divergenza diventa una vera e propria spaccatura, che ricalca quella già tracciata dal dibattito dei giorni scorsi (Verdi contro, tutti gli altri &#8211; da Pd a Lega &#8211; a favore) ma che questa volta si consuma tutta in casa dei dipietristi.<br />
<strong><br />
Vicesindaco in strada</strong></p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/08/Mastrocinque.jpg" title="Simona Mastrocinque" alt="Simona Mastrocinque" width="240" />La vicesindaco Simona Mastrocinque prende parola dopo aver partecipato l’altra notte ad un pattugliamento in borghese con la polizia municipale nella zona industriale di Zola Predosa. Obbiettivo: verificare il rispetto della tanto discussa ordinanza “anti-prostituzione” del sindaco Fiorini. «Abbiamo incontrato solo tre transessuali &#8211; racconta &#8211; i continui passaggi di volanti di polizia e carabinieri inibivano fortemente il fenomeno». Che però, a detta della vice di Fiorini, non è mai stato allarmante: «Non ho mai notato a Zola un numero elevato di “lucciole” &#8211; dice &#8211; le forze dell’ordine nella zona hanno censito soltanto 23 transessuali». Ma anche se l’allarme non è alto a Zola è scattata l’ordinanza: «Maroni scarica sui sindaci la gestione della sicurezza e dell’ordine pubblico». E i sindaci, in qualche modo, devono occuparsene. «La soluzione &#8211; prosegue &#8211; sarebbe una legge nazionale che mettesse ordine nella materia». E di seguito: «Il tema dovrebbe essere affrontato senza pregiudizi e ipocrisie, cercando di tutelare l’essere umano prima di tutto, e cercando una soluzione decisiva a violenza e sfruttamento delle donne. In attesa di un segnale più forte da parte del Governo, i Comuni devono intervenire come possono». Con la repressione da un lato ma anche con dei servizi sulla strada: «Da anni a Zola è attivo il progetto Artemide &#8211; spiega  la dipietrista &#8211; di cui la nostra amministrazione comunale è stata a lungo capofila». «Il servizio &#8211; prosegue &#8211; mette in azione una rete di unità di strada con volontari e psicologi. Inoltre &#8211; conclude &#8211; sosteniamo le attività della Casa delle donne». Nel merito, però, le forze di sinistra &#8211; i Verdi ad esempio &#8211; bocciano sonoramente l’ordinanza e  puntano il dito contro uno stile che definiscono «proibizionista a tolleranza zero».  «L’attacco dei Verdi fa sorridere &#8211; replica Simona Mastrocinque &#8211; hanno avuto per anni un vicesindaco in Giunta e non ha mai portato soluzioni al problema».<br />
 L’altra notte, racconta la “numero due” di Stefano Fiorini, durante il suo “pattugliamento” sono stati multati due clienti, «e altri &#8211; assicura &#8211; sono stati sanzionati nei giorni precedenti, dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza».  Insomma, i numeri non sembrano destinati a diventare quelli del passato provvedimento &#8211; solo 7 multe in 10 mesi &#8211; anche se le risorse umane messe in campo non cambieranno: «Il Comune ha le sue forze &#8211; spiega l’assessore &#8211; prima e dopo l’ordinanza restano le stesse».<br />
<strong><br />
L’ex deputato non ci sta</strong></p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://malarablog.files.wordpress.com/2008/09/grillini.jpg" title="Franco Grillini" alt="Franco Grillini" width="240" />Franco Grillini, ex parlamentare, leader storico di Arcigay e oggi capogruppo in Regione dell’Idv, non riesce proprio a sottoscrivere la posizione della collega di partito zolese. Lui, d’altronde, il tema della prostituzione lo affrontò in prima persona durante il suo mandato a Montecitorio: «Nel 2004 &#8211; racconta &#8211; consegnai una proposta di legge ispirata alla massima liberalizzazione della prostituzione, abolendo i reati di favoreggiamento e adescamento sanciti dalla legge Merlin». E in quello stesso anno, ricorda, portò avanti da solo una tenace azione di ostruzionismo al disegno di legge firmato da Stefania Prestigiacomo: «Ogni volta che arrivava in aula &#8211; dice &#8211; mi prenotavo per intervenire e parlavo per almeno un’ora». Sull’ordinanza di Stefano Fiorini, quindi, l’ex deputato interviene senza mezze misure: «Sacrosanta la lotta alla tratta &#8211; chiarisce  &#8211; ma quel provvedimento ci fa tornare a prima delle legge Merlin». «È nella disponibilità di un Comune &#8211; si chiede il consigliere regionale &#8211; stabilire  a chi si possa rivolgere parola? Oppure quale mezzo di trasporto io possa utilizzare?». Così, dice Grillini, «si infierisce su persone che vivono già sotto ricatto». Non solo: «Il provvedimento sposta il divieto dalle azioni alle persone», dice Grillini. Che alla fine, perciò, conclude: «Quell’ordinanza è totalmente illegittima».</div>
<div align="left"><strong>LA SCHEDA</strong><br />
<em>Vietato parlare e salire in auto: ecco cosa dice il provvedimento   da 7 giorni  esecutivo in 32 strade di Zola </em></div>
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<p>Se da un lato l’ordinanza firmata dal sindaco di Zola Predosa, Stefano Fiorini (Pd), vieta di «contrattare prestazioni sessuali», dall’altro lato non autorizza «comportamenti che per l’atteggiamento o l’abbigliamento manifestino inequivocabilmente l’intenzione di adescare o esercitare l’attività di meretricio di offendere la pubblica decenza». Insomma, se i clienti non potranno più parlare alle prostitute, queste ultime a loro volta (oltre a non poter più indossare abiti succinti) non potranno «ostacolare il transito dei veicoli», né «prendere contatti verbali con i conducenti». Ma c’è di più: non potranno «salire a bordo dei veicoli» che si fermano nei paraggi, né «scendere dai veicoli» con cui sono giunte nel luogo di stazionamento. Fanno eccezione, a questo proposito, i «mezzi di trasporto pubblico di cui abbiano correttamente fruito».   Ai clienti, invece, è vietato «effettuare manovre di fermata in prossimità di persone che esercitano attività di meretricio», parlare con loro, farle salire a bordo e accompagnarle nei «luoghi abituali di stazionamento». Inoltre, si legge ancora nell’ordinanza, «è vietato intrattenersi e appartarsi su qualsiasi parte del territorio del Comune di Zola Predosa». Chi viene sorpreso a trasgredire l’ordinanza (esecutiva dal 30 luglio scorso e che riguarda 32 strade del territorio comunale), va incontro a una «sanzione amministrativa pecuniaria per la quale è consentito il pagamento in misura ridotta di 300 euro». Questo non esime chi viene trovato in flagranza dalle sanzioni penali e amministrative previste dalla legge.</p></div>
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		<title>La pronipote dell’eroe: &#8220;Federalismo? Perché no&#8230;&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 21:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Annita Garibaldi Jallet, erede del leggendario condottiero, ha preso
parte alle celebrazioni del Museo del Risorgimento di Bologna.
Amareggiata da Calderoli: &#8220;Non credo che un ministro possa decidere
per sè&#8221;. Ma la sua proposta non la preoccupa.

Energica e pragmatica, schietta ed efficace: Annita Garibaldi Jallet, del bisnonno &#8220;eroe dei due mondi&#8221;, sembra aver conservato, oltre all&#8217;importante cognome, il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;INTERVISTA</strong><br />
<em>Annita Garibaldi Jallet, erede del leggendario condottiero, ha preso<br />
parte alle celebrazioni del Museo del Risorgimento di Bologna.<br />
Amareggiata da Calderoli: &#8220;Non credo che un ministro possa decidere<br />
per sè&#8221;. Ma la sua proposta non la preoccupa.</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/05/garibaldi2007_3.jpg" title="Annita Garibaldi Jallet" alt="Annita Garibaldi Jallet" width="240" /><span title="E" class="cap"><span>E</span></span>nergica e pragmatica, schietta ed efficace: <strong>Annita Garibaldi Jallet</strong>, del bisnonno &#8220;eroe dei due mondi&#8221;, sembra aver conservato, oltre all&#8217;importante cognome, il piglio caparbio, quello che indubbiamente deve aver caratterizzato le azioni dell&#8217;uomo che ha unito l&#8217;Italia. è lei l&#8217;ospite speciale che il Museo del Risorgimento ha invitato per celebrare il 150esimo anniversario della spedizione dei Mille. Una ricorrenza sulla quale si è alzata un&#8217;improvvisa nube di polemica a causa di <a href="http://politica.liquida.it/focus/roberto-calderoli-l-unita-d-italia-festa-senza-senso/">alcune dichiarazioni pubbliche del ministro leghista Roberto Calderoli</a>, intenzionato a non partecipare alle celebrazioni ufficiali di Quarto con il presidente Giorgio Napolitano. </p>
<p><strong>Signora Garibaldi, che effetto le hanno fatto quelle dichiarazioni?</strong><br />
&#8220;Sul momento mi hanno molto infastidito, perchè non credo che un Ministro possa disporre liberamente della facoltà di prendere o non prendere parte a questo tipo di avvenimenti: mi urta nel senso che ho delle istituzioni. Poi però entrando nel merito delle parole del ministro vi rintraccio comunque una logica, piegata però ad uso puramente provocatorio&#8221;.</p>
<p><strong>La logica è quella del federalismo&#8230; </strong><br />
&#8220;&#8230;che non è di per sè contrario al concetto di Italia unita. Vede, mi meraviglio sempre che non lo si dica, ma il federalismo è una forma organizzativa dello Stato, la stessa alla quale tende idealmente l&#8217;Unione europea. Non c&#8217;è bisogno di questo genere di provocazioni, occorre piuttosto verificare se quel modello si adatta alla situazione italiana come si adatta, ad esempio, a quella degli Stati Uniti. Non è il federalismo la minaccia, ma il modo pretestuoso in cui la Lega lo declina che costituisce un attacco all&#8217;unità d&#8217;Italia&#8221;.<br />
<span id="more-354"></span><br />
<strong>Nel dibattito sull&#8217;immigrazione però spesso il tema dell&#8217;identità nazionale viene utilizzato, in primis dalla Lega, per tracciare i contorni del &#8220;pericolo&#8221; straniero&#8230;</strong><br />
 &#8220;Questo mi indigna profondamente: la Nazione è uno Stato e un Popolo. Bisogna capire come questa nazione può accogliere nuovi cittadini garantendo loro una vita dignitosa: questo è il tema. Ed è un problema che non possiamo risolvere da soli: occorrono regole sovranazionali. Inoltre tenga presente che stiamo attraversando una profonda crisi del lavoro: ci fosse lavoro per tutti la manodopera straniera sarebbe benvenuta. Nei periodi di crisi, invece, a farne le spese sono sempre i più deboli&#8221;.</p>
<p><strong> Il suo bisnonno è ricordato come un &#8220;eroe&#8221;. La politica di oggi, al contrario, non sembra un luogo di &#8220;eroi&#8221;&#8230;</strong><br />
 &#8220;In realtà non credo abbiamo bisogno di eroi in questo momento. Quanto alla statura etica e morale dei nostri rappresentanti politici dobbiamo prendere atto che non siamo stati in grado di scegliere una classe dirigente decorosa: e pazienza. Ma teniamo anche presente che la classe dirigente è una rappresentazione del Paese e della crisi che sta attraversando. Soldi, soldi, soldi: se questa rimmarrà l&#8217;unica chiave del successo continueremo sempre ad avere gli stessi problemi&#8221;.</div>
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		<title>Marciapiedi fuorilegge?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 22:50:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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“E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. […] La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume”. (Intervista di Oriana Fallaci a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><strong>L&#8217;INCHIESTA PER CASSERO MAGAZINE <sup class='footnote'><a href='#fn-300-1' id='fnref-300-1'>1</a></sup></strong><br />
<em>“E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. […] La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume”. (Intervista di Oriana Fallaci a Lina Merlin – L’Europeo 1963, n. 28)</em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-01.png" title="Marciapiedi fuorilegge?" alt="prostitute" width="240" /><span title="A" class="cap"><span>A</span></span> saltare all’occhio per prime sono sempre le coincidenze. E più sono lontane, impossibili, più sembrano essere unite da un legame intimo e quasi sovrannaturale, esito evidentemente più del cinismo del destino che della volontà e dell’intelligenza degli uomini. </p>
<p>Il 13 dicembre scorso a Roma, in piazza Farnese, si è svolto un imponente <a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/manifestazione-sesso/1.html" title="Vedi la gallery di Repubblica.it">summit di ombrelli rossi</a>: sotto i paraventi di nylon trovavano riparo dalla pioggia le sex workers d’Italia, non tutte naturalmente, ma una rappresentanza delle più caparbie e combattive <sup class='footnote'><a href='#fn-300-2' id='fnref-300-2'>2</a></sup>. Perché in Italia per le lucciole si è aperto il tempo della lotta: la miccia l’ha accesa Mara Carfagna, neoministra ed ex soubrette, col suo <a href="http://omoios.blogosfere.it/2008/12/prostituzione-ombrelli-rossi-contro-il-ddl-carfagna-praitano-cita-s-paolo-il-peccato-e-lipocrisia.html">ddl approvato lo scorso settembre</a> dal Consiglio dei Ministri e ora al vaglio delle Camere. A cinquant’anni dalla famosa legge Merlin, quella che tolse le mani dello Stato dalla gestione della prostituzione cancellando di fatto le case chiuse, la ministra berlusconiana ha annunciato un giro di vite senza precedenti che si accanisce su clienti e prostitute, istituendo in particolare il divieto di “adescare” in luogo pubblico. Clienti e lucciole rischiano da 5 a 15 giorni di arresto ed una multa da 200 fino a 3mila euro. Se a vendere il sesso per strada è un minore straniero, poi, la nuova legge prevede pene severe per gli sfruttatori e il rimpatrio immediato del giovane. In quello stesso paese d’origine dove, fino a prova contraria, è stato avviato al mestiere della prostituzione. Nonostante le proteste delle associazioni da anni mobilitate contro la cosiddetta “tratta” di donne e minori (Save the Children e Gruppo Abele hanno per primi espresso la loro contrarietà) la ministra è andata avanti con la caparbietà con cui prendeva la rincorsa per fare la ruota ai tempi della sua formazione e ha continuato a sostenere senza tentennamenti il suo minuscolo decreto. Minuscolo perché, a dispetto di un dibattito che si è ingrossato nei decenni e di una bibliografia che mette a confronto le numerosissime soluzioni adottate in tutto il mondo, la proposta di Mara Carfagna è sintetizzata in due paginette striminzite, con pochi riferimenti e nessuna spiegazione. D’altronde l’unica spiegazione possibile l’ha data la stessa ministra il giorno in cui ha presentato alla stampa la sua iniziativa: «Come donna impegnata in politica e nelle istituzioni, la prostituzione mi fa rabbrividire &#8211; ha detto -. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo. Ma mi rendo conto che è fenomeno che esiste e che purtroppo non può essere debellato, come la droga». La sfrontatezza con cui Mara Carfagna ha tracciato una linea di distinzione – assolutamente arbitraria – tra i suoi trascorsi senza veli e il cosiddetto mestiere più antico del mondo è senz’altro l’aspetto che ha reso più livorosa la “rivolta” delle lavoratrici del sesso. Le quali, manco a dirlo, ogni volta che la ministra veniva nominata in piazza Farnese portavano ritualmente la mano destra al viso, come se impugnassero un oggetto dalla sezione rotonda, e simultaneamente aprivano la bocca…</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: right;" src="http://www.puta.it/blog/wp-content/uploads/2008/11/noi-le-gonne-non-le-allunghiamo.jpg" title="Noi le gonne non le allunghiamo" alt="prostitute" width="240" />La criminalizzazione delle squillo, comunque, non è rimasta chiusa nell’ambito dell’iniziativa della ministra dilettante. L’ampliamento dei <a href="http://omoios.blogosfere.it/2008/12/sex-workers-dalla-parte-di-preziosa-obiezione-di-coscienza-al-pacchetto-sicurezza.html">poteri attribuiti ai sindaci attraverso il decreto sicurezza</a> ha dato la possibilità ai primi cittadini di governare a colpi di ordinanze: arrivano i sindaci con la bacchetta magica, insomma, ai quali basta buttar giù due righe per rendere immediatamente operativi strumenti di cui l’Italia non si era mai dotata, dai padri della Costituzione in poi. La prostituzione, naturalmente, è stata individuata come ambito “ideale” per sperimentare i nuovi “superpoteri”, così Gianni Alemanno e altri sindaci di area berlusconiana hanno anticipato il Carfagnapensiero in ordinanze ad hoc che puniscono a suon di contravvenzioni tanto le prostitute quanto i loro clienti. Multe prima di 200 euro, poi fino a 500 a tutti coloro che adescano o si fanno adescare per strada. Un processo alle intenzioni, insomma, che utilizza come “indizi” gli abiti succinti o “contrari alla pubblica decenza”, facendo rientrare nel campo del “fuorilegge” perfino la cara minigonna. E soprattutto cavalcando l’illusione che per una prostituta sia impossibile indossare un paio di jeans, e il paradosso che la prostituzione sia solo un fatto di donne, che non esistano cioè uomini da marciapiede per i quali è superfluo – se non addirittura controproducente – il ricorso alla scollatura.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-02.png" title="Adeschiamo i diritti, manifestazione contro il DDL Carfagna - Roma, 13 Dicembre 2008" alt="prostitute" width="240" />Ma su tutto, dicevamo, quello che più salta all’occhio è la coincidenza: perché mentre a Roma le lavoratrici del sesso alzavano il loro coro di protesta da piazza Farnese, in quello stesso sabato nel Bolognese – per la precisione in due municipalità della cintura, Anzola dell’Emilia e Crespellano – due sindaci del Partito Democratico, Loris Ropa e Gianni Gamberini, facevano il loro primo esperimento con i nuovi superpoteri. Obbiettivo, naturalmente, il contrasto della prostituzione sulla via Emilia Ponente attraverso le collaudate “armi” del sindaco Gianni Alemanno. <a href="http://www.vincenzobrana.it/2008/12/20/articoli/prostitute-fuorilegge/">Multe ai clienti e alle prostitute</a>, quindi, e poco importa se il Partito Democratico – quello a cui i due sindaci sono iscritti – ha presentato una proposta alternativa a quella di Mara Carfagna e che la deputata Paola Concia fosse in piazza a manifestare con le lucciole. Poco importa anche che norme del genere applicate su fazzoletti di chilometri abbiano l’evidente ambizione di spostare semplicemente la “polvere” oltre il confine senza risolvere nulla in realtà. E poco importa perfino – nonostante gli stessi sindaci riconoscano la situazione di sfruttamento di quelle ragazze – se nel frattempo nulla si fa per far venire  a galla e punire questo sfruttamento, anzi si incentiva apertamente (un riferimento esplicito è presente nel ddl Carfagna) il ricorso all’appartamento. Dove tutto diventa invisibile, e si sa “occhio non vede, cuore non duole”. &#8220;Se vedo un sindaco del centrodestra amministrare bene io non ho alcun problema ad ammetterlo&#8221; rivela sereno Gianni Gamberini, fascia tricolore a Crespellano. Per lui quella fila di ragazze discinte sulla via Emilia, anche a ridosso delle abitazioni, non è più tollerabile. «La nostra è un’ordinanza che va incontro al malessere dei cittadini rispetto a un fenomeno che esiste da anni» spiega. «Oggi come oggi abbiamo in mano solo questo strumento» aggiunge. E lo strumento – già adottato identico a Zola Predosa e al vaglio nella municipalità di Castelfranco, nel Modenese – pare essere diventato di gran moda. Gli effetti, d’altronde, sono già evidenti: l’edizione locale del Resto del Carlino si è improvvisamente riempita di annunci di ragazze disposte a fare un po’ di compagnia, un massaggio, un po’ di coccole. E la cronaca, dall’altra parte, parla sempre più di frequente di “covi” di prostitute sfruttate all’interno di insospettabili condomini. Ma soprattutto le lucciole per strada continuano a morire, ad essere picchiate, seviziate, rapinate. Nonostante i jeans imposti dal sindaco, e con l’aggravante che ora quando una di loro si sente in pericolo non si azzarda nemmeno più a chiamare la polizia, che le farebbe quella salatissima multa che lei non può pagare. La constatazione è banale, insomma, al punto che imbarazza doverla spiegare. E imbarazza soprattutto riconoscere in chi governa a suon di ordinanze l’irresponsabilità dell’uso smodato del potere a scapito del “buon amministrare”, destinando risorse – e non proclami &#8211;  per la risoluzione dei problemi. In Norvegia ad esempio, cito da La Repubblica dell’1 gennaio, il giro di vite sulla prostituzione si è realizzato – altra coincidenza: proprio negli stessi giorni – attraverso una norma che punisce severamente i clienti, che verranno perseguiti anche se avranno fatto sesso a pagamento all&#8217;estero. Insomma il malcostume di cui parlava Lina Merlin a Oriana Fallaci quasi 50 anni fa, in Norvegia viene individuato nella domanda e non nell’offerta. Perciò si persegue anche il turista sessuale alla ricerca di minorenni, rappresentante di un fenomeno che è un vero e proprio settore di traino del turismo italiano e rispetto al quale nessun governo ha mai ritenuto di dover prendere provvedimenti. I clienti in Norvegia rischiano multe pesantissime e una condanna fino a sei mesi di carcere, che diventa di tre anni se la prostituta è minorenne. Per perseguirli la polizia potrà anche ricorrere alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Le lucciole, nel frattempo, saranno invece aiutate con progetti di recupero. Certo anche quest’approccio non parla di autodeterminazione, ma quando parla di sfruttamento sceglie la via meno ipocrita e più efficace per affrontare il problema.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: right;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-03.png" title="Adeschiamo i diritti, manifestazione contro il DDL Carfagna - Roma, 13 Dicembre 2008" alt="prostitute" width="240" />Un’ultima coincidenza, la più triste. L’ha sottolineata la prima volta Porpora Marcasciano del Mit in un collegamento lampo su “Annozero”, poi me l’ha fatta notare di nuovo Rossana Praitano, presidente del circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” di Roma, quando l’ho incontrata alla manifestazione in piazza Farnese. Il 24 novembre scorso Vladimir Luxuria trionfava all’Isola dei Famosi: in molti hanno parlato di un fatto “rivoluzionario”, qualcuno ha addirittura tirato in mezzo Barack Obama. Per i più si trattava della dimostrazione evidente che il popolo italiano (fatto coincidere ormai definitivamente col pubblico dei reality) stesse cambiando, maturando. Proprio in quelle ore, mentre all’Isola si stappava lo spumante per dare il benvenuto a questo “mondo migliore”, a Centocelle veniva trovato riverso sul marciapiede il cadavere di Roberta, una transessuale proprio come Vladimir, proveniente però dal Brasile e che quella notte, come tante, stava facendo la vita. Che  poi è strano chiamarla così quando poi si sa che alla fine spesso arriva una coltellata.</div>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-300-1'>Dal numero di Gennaio/Febbraio di Cassero Magazine. Puoi scaricarlo <a href="http://www.puta.it/blog/2009/01/14/queer/cassero-magazine-gennaio-febbraio-2009/">qui</a>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-300-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-300-2'>La piattaforma politica della manifestazione <a href="http://www.puta.it/blog/2008/11/24/polis/adeschiamo-diritti-manifestazione-nazionale-contro-il-ddl-carfagna-sulla-prostituzione-roma-sabato-13-dicembre/">Adeschiamo i diritti</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-300-2'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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