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	<title>Vincenzo Branà &#187; Cinema</title>
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	<description>Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d'altre bazzecole interessanti</description>
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		<title>Sguardi di teatro a Castel Maggiore</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 10:07:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA STAGIONE
L&#8217;eroica sopravvivenza di un palcoscenico di provincia. La direttrice artistica Francesca Mazza fa i conti coi tagli agli enti locali: il budget passa da 40mila a 10mila euro. Nel cartellone prende forma una sorta di riserva indiana del Teatro di Leo, con Angela Malfitano, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e la stessa Francesca Mazza.


Ci sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>LA STAGIONE</strong><br />
<em>L&#8217;eroica sopravvivenza di un palcoscenico di provincia. La direttrice artistica Francesca Mazza fa i conti coi tagli agli enti locali: il budget passa da 40mila a 10mila euro. Nel cartellone prende forma una sorta di riserva indiana del Teatro di Leo, con Angela Malfitano, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e la stessa Francesca Mazza.<br />
</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2011/12/la-regina-degli-elfi-foto-023.jpg" title="La regina degli Elfi - Angela Malfitano" alt="La regina degli Elfi - Angela Malfitano" width="240" /><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i sono due destini, anzi due “sopravvivenze”, che si intersecano nella nona stagione di <strong>Sguardi</strong>, la rassegna di teatro diretta da Francesca Mazza per il palcoscenico della Sala Biagi D’Antona di Castel Maggiore, al via domani. La prima “sopravvivenza” è evidentemente quella della rassegna stessa: il taglio agli enti locali ha ridotto il budget di tre quarti – da 40mila euro a soli 10mila euro &#8211; portando di fatto quel cartellone a un passo dal baratro. Il  “colpo di reni” si deve a  Francesca Mazza e agli amici che come lei fanno teatro per mestiere e con tanta passione: sono loro ad aver accettato ingaggi visibilmente sottocosto pur di non far mancare l’ossigeno a quel palcoscenico dell’hinterland. “A Castel Maggiore – rivendica fiera l’ assessore alla Cultura Belinda Gottardi,– il teatro l’abbiamo costruito, partendo dalle mura fisiche fino alle otto stagioni che si sono avvicendate fino a  oggi”. E quel teatro, sin dalle sue prime mosse, ha puntato sempre in alto, senza cedere mai il passo ai  tormentoni nazionalpopolari che tengono in vita – alla deriva – i palcoscenici più importanti. Castel Maggiore, al contrario, ha tenuto gli occhi aperti sul presente, sul meglio di questo presente: sono passati negli anni Marco Baliani, Cesar Brie, Maurizio Cardillo, Maria Paiato, Babilonia Teatri, Roberto Herlitzka, Sandro Lombardi, Roberto Latini. E ancora: Marco Sgrosso, Muta Imago, Teatro Sotterraneo, Marco Manchisi, Ermanna Montanari, Vittorio Franceschi, Accademia degli Artefatti. <strong>Sguardi</strong>, perciò, doveva sopravvivere. E ce l’ha fatta, grazie alla tenacia dell’assessore e della direttrice artistica. E ce la farà ancora, negli anni a venire,  se il pubblico saprà rispondere a questo sforzo: “Andare a teatro – è l’appello di Francesca Mazza – è oggi un atto politico, di civiltà. È un modo di contribuire al miglioramento”. Andare a teatro a Castel Maggiore, poi, è anche molto economico: otto appuntamenti, tra spettacoli e concerti, prevedono un biglietto di 10 euro; le due proiezioni in programma, invece, sono ad ingresso gratuito.</p>
<p>Ma c’è una seconda sopravvivenza che la vicenda di <strong>Sguardi</strong> racconta e che molto ha a che fare con le proposte che compongono il cartellone di questa nona  stagione: si comincia domani, alle 21, con <em>La Regina degli Elfi</em>, monologo diretto e interpretato da Angela Malfitano che adatta per la scena un testo del premio Nobel Elfriede Jelinek. “Il lavoro nasce, in versione short, come omaggio al mio Maestro Leo De Berardinis, per l’evento che gli fu dedicato nell’estate del 2009”. è uno spettacolo che parla del potere, “politico” quindi, ma che lo fa calandosi nel sarcasmo, nel gioco del teatro, avvalendosi, dice Malfitano, “della bellezza assoluta e tagliente della scrittura”. Scorrendo il programma, poi, salta all’occhio <em>West</em>, il capolavoro di Fanny&#038;Alexander con cui proprio Francesca Mazza lo scorso anno ha conquistato il premio Ubu come migliore attrice protagonista. “Ho calcato raramente il palcoscenico di Castel Maggiore – dice la direttrice/attrice – perché ho sempre temuto di essere accusata di conflitto di interessi. Ma questa volta ho sentito che era il momento di farlo”.  Anche Francesca Mazza, come Angela Malfitano, è cresciuta nel teatro di Leo De Berardinis. Più avanti, il 13 aprile, arrivano altri due eredi illustri del Teatro di Leo: Enzo Vetrano e Stefano Randisi porteranno in scena in anteprima regionale <em>Totò e Vicè</em>, tratto dal testo di Franco Scaldati e che solo l’anno prossimo inizierà la sua tournée nei teatri di tutta Italia. A Castel Maggiore, insomma, prende forma una sorta di riserva indiana del teatro di Leo, un luogo in cui sopravvive la possibilità di ammirare i germogli del suo insegnamento, oggi tra le cose migliori proposte sulla scena italiana. Artisti acclamati ovunque, ai quali Bologna volta le spalle, centellinando le occasioni di vederli all’opera: “Si fanno altre scelte”, è la risposta laconica che l’interrogativo suscita negli interessati. Per i quali, nonostante i tanti successi “fuoriporta”, l’amarezza è sempre dietro l’angolo: “Basta dire che per provare il mio spettacolo sono dovuta andare al teatro di Imola” fa notare, visibilmente dispiaciuta, Angela Malfitano.<br />
 L’offerta teatrale  di<strong> Sguardi </strong>si completa con <em>Memoria-211</em> del teatro delle Temperie (27 gennaio) e <em>Perché l’Agnese andò a morire</em> dell’associazione Tra un atto e l’altro (20 aprile). Poi ci sono i film (<em>Buio in sala</em> di Riccardo Marchesini il 22 gennaio e <em>Pasta nera</em> di Alessandro Piva l’8 marzo) e due concerti, quello di Cantodiscanto il 2 marzo e del Coro delle mondine di Bentivoglio il 20 aprile. </div>
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		<title>Quei primi minuti accanto al corpo del poeta</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 20:11:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;INTERVISTA
Lucia Visca arrivò all’Idroscalo proprio mentre veniva identificato il cadavere di Pasolini

Lucia Visca il 2 novembre del 1975, quando fu trovato morto Pier Paolo Pasolini, aveva appena ventidue anni e a Paese Sera, il quotidiano capitolino nel quale faceva la sua “gavetta” da cronista, la chiamavano “quella di Ostia”. Perchè è  lì che l’aspirante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;INTERVISTA</strong><br />
<em>Lucia Visca arrivò all’Idroscalo proprio mentre veniva identificato il cadavere di Pasolini</a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.blackmailmag.com/images/Incontri/Pierpaolo_Pasolini_2.jpg" title="Pierpaolo Pasolini" alt="Pierpaolo Pasolini" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>ucia Visca il 2 novembre del 1975, quando fu trovato morto Pier Paolo Pasolini, aveva appena ventidue anni e a Paese Sera, il quotidiano capitolino nel quale faceva la sua “gavetta” da cronista, la chiamavano “quella di Ostia”. Perchè è  lì che l’aspirante reporter  faceva il pieno di notizie da sottoporre al filtro della redazione: il litorale romano, allora, non era certo quello che sarebbe diventato da lì o poco tempo con l’irrobustirsi della ferocia della Banda della Magliana, all’epoca ancora al suo stato embrionale. Il delitto Pasolini, sul quale proprio quest’anno la Procura di Milano ha disposto la riapertura delle indagini, segnò in un certo senso la metamorfosi di una violenza di radice borderline in un disegno criminale più complesso che seppe usare come strumento la crudezza di quei “ragazzi di vita”.</p>
<p> Lucia Visca quella mattina di 35 anni fa fu la prima cronista a giungere all’Idroscalo, dove il corpo del poeta giaceva straziato e senza vita: a darle quel vantaggio fu quella rete di contatti che un corrispondente del territorio normalmente si crea per non concludere a mani vuote la sua “caccia” quotidiana alle notizie. Fu quindi un  brigadiere a tirarla giù da letto quel mattino quand’erano ancora le sette per avvertirla di quel cadavere all’Idroscalo. E poco più tardi, quand’ancora attorno a quel corpo c’erano solo poliziotti, fu lei l’unica testimone senza divisa di quel primo riconoscimento che attribuiva a quel corpo martoriato l’identità del grande intellettuale di sinistra. </p>
<p>&#8220;Pier Paolo Pasolini, una morte violenta&#8221; è il titolo del libro che Lucia Visca ha pubbicato per Castelvecchi 35 anni dopo quei fatti: un libro che raccoglie con cura i dettagli dell’intervallo di tempo compreso tra le 7 e le 10 di quella mattina, rimettendo in fila le tracce di quel delitto spietato, prima che la macchina della Giustizia esordisse in quel cammino di sentenze frettolose e mai definitive che rende quel caso, ai nostri occhi, ancora irrisolto.</p>
<p><strong>Lucia Visca, il suo racconto in più punti riflette sugli strumenti dei giornalisti e degli investigatori di allora: se tutto fosse successo in un tempo più simile al nostro, con le stesse possibilità, ci troveremmo in mano una verità più certa?</strong><br />
«Probabilmente sì. Se ci fosse stata cura nel raccogliere le tracce di ciò che era successo non ci sarebbe stato alcun alibi sin da subito per affermare che quell’omicidio era stato commesso da Pino Pelosi e da lui soltanto, come troppo frettolosamente si concluse».<br />
<strong><br />
Smettendo l’obbiettività imposta a chi veste i panni del cronista, lei che idea si è fatta di tutta la vicenda?</strong><br />
«Sono convinta che qualcuno voleva dare una lezione a Pasolini. Su chi fosse questo qualcuno non lo so  e francamente non credo alle tante teorie del complotto. Come non credo, però, alla prima versione che interpretò quel fatto come un rapporto sessuale mercenario degenerato in violenza».</p>
<p><strong>Il giornalismo di allora viveva una straordinaria stagione di slancio investigativo: quanto i racconti della stampa contribuirono a trovare una verità e quanto, invece, confusero le carte?</strong><br />
«Non confusero affatto le carte, anzi. Naturalmente non parliamo degli articoli usciti immediatamente a ridosso del fatto, bensì di quelli che vennero scritti dopo qualche settimana, quando tutti avemmo il tempo di pensare. Se non ci fosse stata la stampa con le sue domande sarebbe stato impossibile rimettere in discussione la versione fornita inizialmente da Pelosi».<br />
<strong><br />
Secondo lei c’è stato un tentativo di incollare una soluzione dall’alto a quel delitto? E a chi faceva comodo quella versione?</strong><br />
«Secondo me non ci fu   un tentativo di questo tipo, almeno immediatamente. La vicenda fu liquidata velocemente per non parlare troppo di un rapporto omosessuale finito nel sangue. Dopo però, negli anni, sicuramente la lettura a sfondo sessuale fu strumentalizzata per coprire altre letture, a vantaggio ovviamente di chi non voleva che si cercasse altrove la verità».<br />
<strong><br />
Il caso Pasolini è connotato da una lunga serie di negligenze: lei nel suo libro cita ad esempio la partitella di pallone giocata a pochi passi dal cadavere in piena scena del delitto. Ce ne furono altre e soprattutto ci fu malafede in queste negligenze?</strong><br />
«Sulla malafede non potrei giurarci ma sicuramente di negligenze ce ne furono diverse: basti pensare che la macchina di Pasolini rimase parcheggiata per giorni nel cortile dei carabinieri, uno spazio assolutamente non “protetto”. E i reperti che furono trovati sull’automobile sono stati analizzati solo oggi, a più di trent’anni di distanza, dopo essere rimasti tutti questo tempo chiusi in in magazzino del Palazzo di Giustizia».<br />
<strong><br />
Lei 35 anni fa  dovette passare il taccuino ai suoi superiori e non potè scrivere il suo racconto di quella mattina. Se invece avesse potuto farlo, che pezzo avrebbe scritto?</strong><br />
«Quella volta non ho potuto scrivere l’emozione e lo sgomento all’atto dell’identificazione del cadavere: i colleghi che raccontarono quella vicenda, compreso quello a cui passai il mio taccuino, fecero un ottimo lavoro ma non poterono descrivere quell’attimo. Che è solo mio, perciò oggi ho deciso di raccontarlo».
 </div>
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		<title>Vendemmiati e la verità su Aldro</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Oct 2010 19:02:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL FILM
I cinque anni di calvario giudiziario della famiglia del giovane ucciso da quattro poliziotti  nel documentario del giornalista Rai 

Ci sono diversi aspetti che rendono È stato morto un ragazzo, il documentario di Filippo Vendemmiati, un’opera necessaria. La storia di Federico Aldrovandi, morto cinque anni fa a Ferrara per quello che solo oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL FILM</strong><br />
<em>I cinque anni di calvario giudiziario della famiglia del giovane ucciso da quattro poliziotti  nel documentario del giornalista Rai </a></em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/10/aldro-4c851111d5287.gif" title="è stato morto un ragazzo" alt="è stato morto un ragazzo" width="240" /><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>i sono diversi aspetti che rendono <strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=1ZSU-lfaHY4">È stato morto un ragazzo</a></strong>, il documentario di Filippo Vendemmiati, un’opera necessaria. La storia di Federico Aldrovandi, morto cinque anni fa a Ferrara per quello che solo oggi sappiamo essere stato un pestaggio da parte di quattro agenti della polizia, è un fatto di cronaca che non solo ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica ma che addirittura ad essa ha assegnato un ruolo, funzionale, possiamo dire col senno di poi, al ristabilirsi, dopo quasi cinque anni, della giustizia e della verità. E questo è successo proprio a causa della resistenza iniziale dei mezzi d’informazione generalisti a mettere nero su bianco &#8211; o sullo schermo &#8211; le perplessità che si infittivano attorno a quella tragica vicenda. La gente, o almeno la stragrande maggioranza, seppe di quella misteriosa morte solo mesi dopo, quando Patrizia Moretti, la mamma di Federico, decise di sfogare tutta la sua rabbia su un blog: solo allora quella strana storia cominciò a circolare in tutta la sua mostruosità, solo da quel momento iniziò a montare rapida l’indignazione. Tardi, quindi, ma soprattutto condensando una penosa agonia nel tempo istantaneo del racconto. È un bene perciò che Vendemmiati, attraverso il suo documentario, rimetta in fila i tre mesi che separano l’assassinio di Federico da quella tardiva finestra di visibilità pubblica. </p>
<p>E una volta ripristinata la linea del tempo, una volta raccontati nel loro succedersi i giorni di quel calvario, l’autore ci offre le testimonianze della vista e dell’udito: ci mostra le strade, le tante finestre che si affacciano su via Ippodromo, varchi che potevano essere occhi per guardare e orecchie per sentire ma sui quali una sinistra omertà ha avuto la meglio, risparmiando solo, della civile Ferrara, un’immigrata camerunense in attesa di permesso di soggiorno. Solo lei ha parlato, solo lei ha avuto il coraggio di raccontare quella lotta folle che per quasi mezz’ora &#8211; tra urli e botte &#8211; ha tenuto banco in quello spiazzo circondato dai condomini: era assolutamente necessario che qualcuno ci raccontasse anche questo. Com’era necessario che si ascoltassero uno dietro l’altro i nomi dei quattro agenti condannati &#8211; Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri &#8211; e se ne guardassero da vicino i gesti nervosi delle mani in aula mentre la bocca è impegnata a dire bugie. </p>
<p>Ed era necessario, infine, per noi operatori dell’informazione, vestire i panni degli antieroi: Vendemmiati lo fa bene, con onestà racconta il suo iniziale guardare da lontano a quella storia, lui come tutti gli altri; indugia sugli spalti dello stadio di provincia in cui quel 25 settembre maledetto sentì parlare per la prima volta della morte di Federico, successa da appena qualche ora; ci racconta il suo silenzio, lo mette sul tavolo assieme a tutto il resto, non cerca la maglia dell’eroe (un trofeo inflazionato benché stucchevole in molto giornalismo di inchiesta), anzi con la correttezza del cronista attento racconta coi fatti e non con la retorica il coraggio estremo di una famiglia colpita al cuore.   </p></div>
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		<title>Marcellona, cala il sipario</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 13:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche

Lo sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL LUTTO</strong><br />
<em>Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/09/difolco.jpg" title="Marcella Di Folco" alt="Marcella Di Folco" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>o sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento della propria femminilità. Così Marcella Di Folco, storica presidente del Movimento Identità Transessuale, è ritratta nella foto che<a href="http://www.mit-italia.it/"> il sito dell’associazione</a> ha pubblicato ieri pomeriggio  per rivolgere l’estremo saluto alla sua «leader maxima». Di Folco si è spenta ieri   all’hospice di Bentivoglio, dove da tempo era ricoverata per l’inesorabile incedere della malattia che l’ha portata alla morte. Aveva 67 anni “Marcellona”, che passati in rassegna tutti in una volta compongono quasi un’enciclopedia, un’opera vasta che, dalla fine degli anni Sessanta quand’era cassiera al mitico Piper,  attraversa tanto la storia del cinema quanto quella della politica e delle battaglie per i diritti civili. Il Cinema era quello leggendario di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Dino Risi, Alberto Sordi, Elio Petri e di tutti gli altri grandi cineasti che l’avevano scelta per i propri film. Quand’era ancora Marcello, in realtà, prima cioè di quel viaggio a Casablanca nell’agosto del 1980 (solo due anni dopo in Italia sarà approvata una legge per il cambio di sesso), rivoluzionario tanto per lei quanto per la cultura e la politica degli anni che venirono. Perchè da allora, dopo il trasferimento a Bologna nel 1986, Di Folco si mise al servizio del movimento transessuale, guidandolo verso importanti conquiste scritte nella storia recente del nostro Paese: fu sua l’idea di creare un consultorio per l’identità di genere, che diventerà il primo al mondo gestito da trans. E suo il merito di aver ottenuto nel 2000 l’istituzione della Commissione “Diritti per l’identità di genere”, da parte del ministro per le pari opportunità Katia Belillo. Ma suo soprattutto il merito di aver infranto il “tabù” dell’identità di genere nelle aule politiche: nel 1990 conquistò uno scranno nel quartiere Saragozza e dal 1995 al 1999 fu consigliere comunale a Palazzo D’Accursio, eletta nelle fila dei Verdi. Fu la prima transessuale al mondo ad ottenere quella carica. </p>
<p>Anche quando la malattia già le consumava le energie, Di Folco non ha messo da parte la sua militanza: nel maggio scorso a Rimini, in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia, era intervenuta dal palco allestito dalle associazioni: «la salute non mi assiste» aveva confessato, riprendendo poi subito il solito piglio ironico e incalzando: «ma voi non vi preoccupate, ci penso io, non mi si toglie di mezzo facilmente». La sua tenacia, però, ieri si è esaurita. La morte di Marcella Di Folco è stata annunciata dal  Mit, la sua associazione ma anche la sua famiglia:  «non è semplice comunicare il vuoto che lascia», si legge nell&#8217;homepage del sito. E di seguito: «compagna, amica, sorella, mamma di tutte/i noi, il Mit perde la leader maxima, la sua traccia essenziale resta indelebile nella storia della nostra associazione e del movimento tutto». Anche le altre sigle del movimento si sono strette nel cordoglio: Arcigay, Arcilesbica, Agedo, FamiglieArcobaleno salutano una «grande figura di riferimento per le persone transessuali, per il movimento lgbt e per tutto il dibattito politico e culturale sui diritti civili e sulla libertà che ha attraversato le vicende del nostro Paese negli ultimi 30 anni».   Addolorato anche Franco Grillini, storico leader di Arcigay e consigliere regionale dell’Idv: «quella di Marcella è stata una militanza globale perchè partendo dal tema dei diritti si è poi occupata a tutto campo della politica locale e nazionale». «Ci mancherà &#8211; dice &#8211; come amica prima di tutto e e come leader del movimento». Manifestazioni di cordoglio sono giunte dai rappresentanti istituzionali: l’assessore regionale alla Cultura , sottolinea la « perdita di un personaggio importante dal punto di vista culturale e fondamentale nella storia della lotta per i diritti civili in Italia». «Le saremo per sempre grati – è il messaggio di Gian Guido Naldi, capogruppo di Sel in Regione – perché con il suo impegno in prima persona nel riconoscimento dei diritti per la comunità lgbt ha squarciato quel vergognoso velo di menzogne, ipocrisia e perbenismo che ci impediva di riconoscere le troppe discriminazioni nei confronti delle persone transessuali presenti nella società Italiana». «Marcella è stata una figura importante e innovativa della sinistra cittadina e nazionale» ricorda Sergio Lo Giudice, responsabile del programma del Pd di Bologna. «La sua passione straordinaria &#8211; aggiunge &#8211; e la sua determinazione nel richiedere il riconoscimento di diritti negati hanno contribuito ad arricchire lo scenario politico della città. Per questo motivo la ricorderemo con affetto e riconoscenza». Manifesta il suo cordoglio anche il senatore Walter Vitali, sindaco di Bologna negli anni in cui Di Folco sedeva in Consiglio Comunale: «Sono stati anni belli e difficili &#8211; ricorda &#8211; anni di forti innovazioni politiche e amministrative». E di seguito: «È stata protagonista insieme a noi della prima esperienza dell’Ulivo a Palazzo d’Accursio, dimostrando la capacità di contribuire alla sintesi tra posizioni anche molto diverse su temi delicati come la scuola, la famiglia e le coppie di fatto».</p>
<p>  Domani dalle 9 alle  19 sarà allestita la camera ardente presso la Sala Renzo Imbeni (ex Sala Bianca) del Comune di Bologna, in Palazzo d’Accursio. Poi venerdì, alle 15, si terrà la cerimonia religiosa, celebrata da don Giovanni Nicolini presso la parrocchia della Dozza.<br />
Domenica sera, annunciano infine Arcilesbica Bologna e Cassero, Marcella Di Folco sarà ricordata a Palazzo Re Enzo dalla passerella di Miss Alternative, l’evento benefit che nel 2005 la incoronò “regina”.</p></div>
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		<title>Maccioni e l’amore che non invecchia</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 15:57:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Il giovane regista bolognese ha terminato le riprese di “Cose naturali”: Roberto Herlitzka nei panni di un anziano che si innamora di una prostituta. Produce Articolture. 

&#8220;Non proprio un cortometraggio, piuttosto un piccolo film&#8221;: carico di apprensione ed entusiasmo Germano Maccioni, il giovane che ha firmato i documentari Lo stato d’eccezione e My main [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL FILM</strong><br />
<em>Il giovane regista bolognese ha terminato le riprese di “Cose naturali”: Roberto Herlitzka nei panni di un anziano che si innamora di una prostituta. Produce Articolture. </em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/08/COSENATURALI.jpg" title="Cose naturali" alt="Cose naturali" width="240" /><span title="&#8220;N" class="cap"><span>&#8220;N</span></span>on proprio un cortometraggio, piuttosto un piccolo film&#8221;: carico di apprensione ed entusiasmo Germano Maccioni, il giovane che ha firmato i documentari <em>Lo stato d’eccezione</em> e <em>My main man</em>, parla della sua ultima creazione. Si intitola <em>Cose naturali</em>, ha appena terminato le riprese (tra l’Asp Giovanni XXIII, il quartiere Barca e Varignana) e si avvia alla fase di post produzione. Ma soprattutto è nata, ricorda il regista con precisione, «una notte in California: lì ho deciso di investigare l’unica domanda che ha senso porsi nella vita». Così Maccioni si è buttato nella sua “prima volta” alle prese con la fiction. Certo, lui il cinema l’aveva già respirato a pieni polmoni ma quasi sempre nella veste di attore, l’ultima volta nel cast di L’uomo che verrà di Giorgio Diritti. E allo stesso modo, il curriculum da regista non era certo “vergine”, anzi annoverava esperienze nel teatro e nella documentaristica, tutte di ottimo livello. Ma mai, finora, aveva scritto e girato un film tutto da sè. «È una storia che ho ideato &#8211; racconta &#8211; e vederla realizzata proprio come l’avevi pensata è un’emozione enorme, che dura». E che Maccioni ha condiviso con un cast importante: il grande Roberto Herlitzka, infatti, veste i panni del protagonista, dividendo la scena con Angela Baraldi, Tatti Sanguineti, Ivan Zerbinati. In una storia che si addentra nei tabù: «È l’ultimo tratto del viaggio terreno di un uomo che per una vita ha seguito una disciplina epicurea, osservando le cose della natura e cercando in esse una chiave, un senso», spiega Maccioni. «Sfida la morte &#8211; prosegue &#8211; perchè l’amore è più importante». Quell’uomo anziano &#8211; «Ho cent’anni» dice Herlitzka &#8211; si innamora di una prostituta e forza il nipote, inizialmente all&#8217;oscuro di tutto, ad accompagnarlo agli appuntamenti, finendo per renderlo connivente rispetto alla sua insolita storia d’amore e alle sue rischiose assunzioni di medicinali eccitanti. «Il corpo invecchia &#8211; dice il regista &#8211; ma il piacere del tatto, del contatto, di due corpi che si stringono, non ce lo negherà mai nessuno». Anche se il sesso degli anziani, nella nostra cultura, resta un tabù: «Nelle culture orientali invece &#8211; spiega Maccioni &#8211; il vecchio è colui che ha da insegnare alla giovane amante, perchè ha tanto amato nella vita». </p>
<p>Un’opera coraggiosa, quindi, nei temi ma anche nella produzione, che mette radici in una regione, l’Emilia Romagna, spesso accusata di “latitanza” rispetto alle produzioni cinematografiche: «Qui i soldi &#8211; ammette Maccioni &#8211; fanno molta fatica ad arrivare. Avremmo potuto realizzare un lungometraggio, abbiamo dovuto accontentarci di venti minuti». E infatti Cose naturali non ha ricevuto alcuno finanziamento pubblico. A produrlo è Articolture in sinergia con Avantgarde Cinematografica e Kaleidoskope Factory. I costi, complessivamente, si aggirano sui 65mila euro e le risorse finora raccolte non ancora li coprono completamente. «Quella dell’Emilia Romagna è una situazione difficile per fare cinema &#8211; argomenta Maccioni &#8211; ma i nostri luoghi, nel contempo, sono enormemente cinematografici. E io non voglio pensare che per fare un film devo andare a Roma». Così, ostinatamente, Germano Maccioni completerà il suo “gioiello” tutto all’ombra delle Torri. Rapidamente, tra l’altro: «Entro settembre avremo pronto un primo premontato &#8211; spiega &#8211; poi arriverà il montato definitivo, con quale tenteremo la strada dei grandi festival, dal Sundance a quello di Berlino. Usciremo anche in 35 mm e speriamo di convincere i gestori delle sale a trasmetterlo».</p></div>
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		<title>L&#8217;amore occasionale</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 02:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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Impressioni a caldo dopo &#8220;Un altro pianeta&#8221;, il film di Stefano Tummolini.

Un orgasmo che ti esplode dentro, ti arriccia le spalle e t’incurva la schiena. Trasforma la voce in un fiato, che sputi fuori perché lo stomaco ti precipita in gola e il torace è percorso dai brividi. Questa è l’immagine che mi porto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL FILM</strong><br />
<em>Impressioni a caldo dopo &#8220;Un altro pianeta&#8221;, il film di Stefano Tummolini</em>.</div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/11/unaltropianeta.jpg" title="Un altro pianeta" alt="Un altro pianeta" width="240" /><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>n orgasmo che ti esplode dentro, ti arriccia le spalle e t’incurva la schiena. Trasforma la voce in un fiato, che sputi fuori perché lo stomaco ti precipita in gola e il torace è percorso dai brividi. Questa è l’immagine che mi porto fuori dal cinema dopo che ho visto <a href="http://www.unaltropianeta.it/">Un altro pianeta</a>, il film di Stefano Tummolini premiato con il <a href="http://www.labiennale.org/it/news/cinema/it/80158.1.html">Queer Lion Award a Venezia</a>. In quel finale io ci ho visto una piccola rivoluzione, un voler introdurre l’amore occasionale, che non è il sesso mordi e fuggi ma proprio un’altra cosa, forse la sola prospettiva in grado di indicarci, in mezzo alla desolazione, un bicchiere mezzo pieno. Poi c’è quel preservativo spiegato con orgoglio. Che diventa una parte del sesso non un inceppo, un modo d’amarsi e non un atto di distanza o sfiducia. E infine c’è il diritto dei sieropositivi ad avere una vita sessuale e dei progetti per il futuro: sembra una banalità e detta così saremmo tutti pronti  a sottoscriverla. Poi nei fatti, però, questa banalità diventa un terreno minato, e nel silenzio si consuma un’altra atroce discriminazione. (Ne ho parlato in un lungo articolo su Cassero Magazine, se siete curiosi scaricatevi il pdf da <a href="http://www.puta.it/blog/2008/11/11/queer/cassero-magazine-novembre-dicembre-2008/">Puta</a>)</p>
<p>Un’ultima osservazione: purtroppo il cinema non si fa con 1000 euro. Tummolini ci ha provato e il tentativo merita un applauso. Il tentativo, però, non il risultato. E comunque quel finale, quella fierezza nella diversità, i soldi del biglietto se li merita tutti.
</p></div>
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		<title>Castiglione, il tempo delle castagne</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Aug 2008 09:55:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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&#8220;A noi che un pezzetto era già un sorriso&#8221; sarà proiettato giovedì sera alle 20.30 in piazza. Un tempo la città era tutto bosco, i cui frutti erano l&#8217;unico mezzo di sussistenza per gli abitanti di quelle vette. Tre ventenni hanno raccolto le testimonianze di quegli anni e hanno realizzato un documentario.

Castiglione dei Pepoli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL FILM</strong><br />
<em>&#8220;A noi che un pezzetto era già un sorriso&#8221; sarà proiettato giovedì sera alle 20.30 in piazza. Un tempo la città era tutto bosco, i cui frutti erano l&#8217;unico mezzo di sussistenza per gli abitanti di quelle vette. Tre ventenni hanno raccolto le testimonianze di quegli anni e hanno realizzato un documentario.</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/08/pezzetto-sorriso.png" alt="A noi che un pezzetto era già un sorriso" title="A noi che un pezzetto era già un sorriso" width="240" /><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>astiglione dei Pepoli, un tempo, era un grande castagneto: un bosco di alberi massicci i cui frutti erano il mezzo di sussistenza per chi era nato in quelle terre, che ancora non conoscevano l&#8217;asfalto delle grandi strade e i fischi dei treni veloci. La vita, quando i boati della seconda guerra mondiale erano ancora da venire, procedeva con semplicità, raccontando storie attorno alla <em>scadòra</em>, l&#8217;essicatoio cioè, tradotto dal dialetto. Lì si portavano i bigongi di castagne, che venivano pesati e garantivano la paga al bracciante. E lì si perpetrava il gusto di quella cultura basata sulle parole dette, sulle storie ascoltate stando in cerchio, senza fretta, perché non si perdeva nessun treno e solo il tramonto rappresentava in una giornata la meta.</p>
<p>Questa <a href="http://www.comune.castiglionedeipepoli.bo.it">Castiglione</a>, però, non esiste quasi più: sopravvive timidamente solo nei racconti di quei pochi anziani che hanno resistito all&#8217;arrivo della Direttissima e dell&#8217;Autostrada, e che ancora oggi non si separano dal loro cesto di castagne. Quasi nessuno se ne accorge, ma a Claudio Spottl, Antonio Saracino e Tommaso Tarabusi, tre giovanotti tra i 24 e i 27 anni, non è passato inosservato quello scorcio di storia che trapela nelle parole degli uomini e delle donne della terza età. E si sono presi l&#8217;onere, perciò, di garantire a quel passato una chance per non andare perduto.</p>
<p><strong>&#8230;A noi che un pezzetto era già un sorriso</strong> è il titolo del documentario che i tre giovani videomaker hanno messo insieme e che sarà presentato giovedì sera, alle 20.30, in piazza a Castiglione nell&#8217;ambito della festa paesana &#8220;Montagna in fiera&#8221;. &#8220;Si sono perse le tracce della cultura contadina che caratterizzava gli anni prima della seconda guerra mondiale&#8221; denuncia Spollt, e il documentario, perciò, tenta proprio di ricostruire &#8211; attraverso la raccolta dei materiali video e le interviste agli anziani &#8211; quella lontana memoria. La battitura del grano, la pesa delle castagne, ma anche gli anni della guerra, i partigiani della brigata Stella Rossa, l&#8217;incubo del battaglione SS di Walter Reder. &#8220;Il documentario &#8211; spiega Claudio Spottl &#8211; è costruito su ricordi, immagini e vecchie bobine lungo le quali scorre, tessuto, il vivere di questa comunità. Dalla diligenza alle grandi vie di comunicazione, dalla vita contadina al benessere, dal passato al futuro&#8221;.</p>
<p>Un&#8217;incursione nel &#8220;secolo breve&#8221; che ha determinato un rivoluzionario cambiamento in quelle vette: &#8220;Negli anni Cinquanta, ad esempio, &#8211; spiega Spottl &#8211; arrivò l&#8217;Autostrada del Sole che per queste terre significò una vera e propria rivoluzione economica&#8221;. E infatti pochi anni dopo a ridosso del Brasimone sorse la prima centrale nucleare (in realtà mai utilizzata per la produzione di energia), proprio dove ha inizio secolo era stata innalzata una diga monumentale. E mentre tanto di nuovo arrivava, il &#8220;vecchio&#8221; si estingueva senza lasciar traccia. Così ad esempio sono scomparse le terme, un tempo meta del turismo bolognese ed eccellenza della città. &#8220;I nostri vecchi parlano di una realtà povera ma solidale &#8211; spiegano i videomaker &#8211; il senso di comunità era indotto da un bisogno, una necessità fisica: per sopravvivere bisognava stare uniti&#8221;. Il documentario &#8220;diventa così un invito rivolto alle nuove generazioni, affinchè ascoltino le voci soffocate da una memoria che non ha più voglia di funzionare&#8221;. Di un tempo che nello scorrere logora le pagine di quel diario del 1898 che è l&#8217;escamotage che apre il film, e in cui si racconta di quelle focaccine che il panettiere sfornava a una cert&#8217;ora e che &#8220;un pezzetto &#8211; scrive l&#8217;anonimo castiglionese di più di cento anni fa &#8211; era già un sorriso&#8221;.</p></div>
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		<title>Lucy rompe il silenzio e svela l&#8217;amore omosex che la portò a Dachau</title>
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		<pubDate>Thu, 29 May 2008 08:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><img class="alignright" style="border: 1px solid black; margin: 20px; float: left;" src="http://www.punditguy.com/images/gate_small2.jpg" alt="" width="200" /> Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell&#8217;età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi  con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in &quot;Essere Lucy&quot;, il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti,  il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l&#8217;ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a &quot;correggere&quot; quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.</p>
<p class="first-child "><span title="N" class="cap"><span>N</span></span>ella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell&#8217;agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell&#8217;esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo &quot;segreto&quot; esplose &#8211; nel ‘43 fu  trovato in una camera dell&#8217;hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco &#8211; fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell&#8217;Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l&#8217;altro di diversi documentari sull&#8217;omosessualità in quegli anni &quot;bui&quot; &#8211; era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C&#8217;era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè &quot;ribelle&quot; alla divisa, preda in costante fuga da quell&#8217;atroce trappola che le era stata stretta addosso.</p>
<p>L&#8217;omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy &#8211; prosegue la regista &#8211; Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l&#8217;Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L&#8217;intolleranza &#8211; sottolinea Romano &#8211; arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.</p>
<p>Lucy la sua storia l&#8217;ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy  è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.</p>
<p>Per l&#8217;inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l&#8217;ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.</p></div>
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