Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


L’amore occasionale

IL FILM
Impressioni a caldo dopo “Un altro pianeta”, il film di Stefano Tummolini.

Un altro pianetaUn orgasmo che ti esplode dentro, ti arriccia le spalle e t’incurva la schiena. Trasforma la voce in un fiato, che sputi fuori perché lo stomaco ti precipita in gola e il torace è percorso dai brividi. Questa è l’immagine che mi porto fuori dal cinema dopo che ho visto Un altro pianeta, il film di Stefano Tummolini premiato con il Queer Lion Award a Venezia. In quel finale io ci ho visto una piccola rivoluzione, un voler introdurre l’amore occasionale, che non è il sesso mordi e fuggi ma proprio un’altra cosa, forse la sola prospettiva in grado di indicarci, in mezzo alla desolazione, un bicchiere mezzo pieno. Poi c’è quel preservativo spiegato con orgoglio. Che diventa una parte del sesso non un inceppo, un modo d’amarsi e non un atto di distanza o sfiducia. E infine c’è il diritto dei sieropositivi ad avere una vita sessuale e dei progetti per il futuro: sembra una banalità e detta così saremmo tutti pronti a sottoscriverla. Poi nei fatti, però, questa banalità diventa un terreno minato, e nel silenzio si consuma un’altra atroce discriminazione. (Ne ho parlato in un lungo articolo su Cassero Magazine, se siete curiosi scaricatevi il pdf da Puta)

Un’ultima osservazione: purtroppo il cinema non si fa con 1000 euro. Tummolini ci ha provato e il tentativo merita un applauso. Il tentativo, però, non il risultato. E comunque quel finale, quella fierezza nella diversità, i soldi del biglietto se li merita tutti.

Castiglione, il tempo delle castagne

IL FILM
“A noi che un pezzetto era già un sorriso” sarà proiettato giovedì sera alle 20.30 in piazza. Un tempo la città era tutto bosco, i cui frutti erano l’unico mezzo di sussistenza per gli abitanti di quelle vette. Tre ventenni hanno raccolto le testimonianze di quegli anni e hanno realizzato un documentario.

A noi che un pezzetto era già un sorrisoCastiglione dei Pepoli, un tempo, era un grande castagneto: un bosco di alberi massicci i cui frutti erano il mezzo di sussistenza per chi era nato in quelle terre, che ancora non conoscevano l’asfalto delle grandi strade e i fischi dei treni veloci. La vita, quando i boati della seconda guerra mondiale erano ancora da venire, procedeva con semplicità, raccontando storie attorno alla scadòra, l’essicatoio cioè, tradotto dal dialetto. Lì si portavano i bigongi di castagne, che venivano pesati e garantivano la paga al bracciante. E lì si perpetrava il gusto di quella cultura basata sulle parole dette, sulle storie ascoltate stando in cerchio, senza fretta, perché non si perdeva nessun treno e solo il tramonto rappresentava in una giornata la meta.

Questa Castiglione, però, non esiste quasi più: sopravvive timidamente solo nei racconti di quei pochi anziani che hanno resistito all’arrivo della Direttissima e dell’Autostrada, e che ancora oggi non si separano dal loro cesto di castagne. Quasi nessuno se ne accorge, ma a Claudio Spottl, Antonio Saracino e Tommaso Tarabusi, tre giovanotti tra i 24 e i 27 anni, non è passato inosservato quello scorcio di storia che trapela nelle parole degli uomini e delle donne della terza età. E si sono presi l’onere, perciò, di garantire a quel passato una chance per non andare perduto.

…A noi che un pezzetto era già un sorriso è il titolo del documentario che i tre giovani videomaker hanno messo insieme e che sarà presentato giovedì sera, alle 20.30, in piazza a Castiglione nell’ambito della festa paesana “Montagna in fiera”. “Si sono perse le tracce della cultura contadina che caratterizzava gli anni prima della seconda guerra mondiale” denuncia Spollt, e il documentario, perciò, tenta proprio di ricostruire - attraverso la raccolta dei materiali video e le interviste agli anziani - quella lontana memoria. La battitura del grano, la pesa delle castagne, ma anche gli anni della guerra, i partigiani della brigata Stella Rossa, l’incubo del battaglione SS di Walter Reder. “Il documentario - spiega Claudio Spottl - è costruito su ricordi, immagini e vecchie bobine lungo le quali scorre, tessuto, il vivere di questa comunità. Dalla diligenza alle grandi vie di comunicazione, dalla vita contadina al benessere, dal passato al futuro”.

Un’incursione nel “secolo breve” che ha determinato un rivoluzionario cambiamento in quelle vette: “Negli anni Cinquanta, ad esempio, - spiega Spottl - arrivò l’Autostrada del Sole che per queste terre significò una vera e propria rivoluzione economica”. E infatti pochi anni dopo a ridosso del Brasimone sorse la prima centrale nucleare (in realtà mai utilizzata per la produzione di energia), proprio dove ha inizio secolo era stata innalzata una diga monumentale. E mentre tanto di nuovo arrivava, il “vecchio” si estingueva senza lasciar traccia. Così ad esempio sono scomparse le terme, un tempo meta del turismo bolognese ed eccellenza della città. “I nostri vecchi parlano di una realtà povera ma solidale - spiegano i videomaker - il senso di comunità era indotto da un bisogno, una necessità fisica: per sopravvivere bisognava stare uniti”. Il documentario “diventa così un invito rivolto alle nuove generazioni, affinchè ascoltino le voci soffocate da una memoria che non ha più voglia di funzionare”. Di un tempo che nello scorrere logora le pagine di quel diario del 1898 che è l’escamotage che apre il film, e in cui si racconta di quelle focaccine che il panettiere sfornava a una cert’ora e che “un pezzetto - scrive l’anonimo castiglionese di più di cento anni fa - era già un sorriso”.

Lucy rompe il silenzio e svela l’amore omosex che la portò a Dachau

Un viso come tanti, segnato dalle inevitabili rughe dell’età ma illuminato da un sorriso che va oltre la piega delle labbra e coinvolge gli occhi vivi  con cui guarda dritta in camera. Lucy è così. O perlomeno così appare in "Essere Lucy", il documentario che la regista Gabriella Romano ha messo in cantiere e di cui stasera (alle 21 al cinema Lumière) verrà offerto un promo nella serata inaugurale di DiverGenti,  il festival di cinema trans curato dal Mit di Bologna. Perché Lucy, l’ottantenne arzilla signora protagonista del lavoro di Romano, nel 1924, quando venne alla luce, era un maschio. Poi negli anni Settanta, a Londra, riuscì a "correggere" quel corpo che da sempre sentiva estraneo ed è diventata a tutti gli effetti una donna.

Nella storia di Lucy la transessualità è solo un elemento di contorno: perché quello che Gabriella Romano sta tentando di portare sullo schermo è una storia inedita, che ha che fare con quel ingarbugliato susseguirsi di date che ne costituisce la spina dorsale. Nell’agosto del 1943 Lucy fu arruolato, e a settembre scoppiò il conflitto mondiale, per il quale entrò nell’esercito tedesco. Lucy, però, era un omosessuale, e quando il suo "segreto" esplose - nel ‘43 fu  trovato in una camera dell’hotel Bologna mentre faceva sesso con un soldato tedesco - fu perseguitato e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau.E se in Italia, dopo più di 60 anni, questi sono i tempi in cui si battono le prime sentenze successive alla tardiva apertura dell’Armadio della Vergogna, le storie come quelle di Lucy nelle aule della giustizia probabilmente non arriveranno mai: “Nessun omosessuale – spiega Gabriella Romano, autrice tra l’altro di diversi documentari sull’omosessualità in quegli anni "bui" - era disposto ad ammettere, chiusa la guerra, la vera causa della propria deportazione”. Lucy invece lo fa, anche se in realtà il triangolo rosa, il simbolo con cui i nazisti marchiavano gli omosessuali deportati, non fu mai appuntato alla sua giacca. C’era quello rosso al suo posto, il segno che gli aguzzini riservavano ai prigionieri politici e ai disertori. Lucy, insomma, doveva pagare perchè "ribelle" alla divisa, preda in costante fuga da quell’atroce trappola che le era stata stretta addosso.

L’omosessualità in quegli anni, riferisce Romano, “era una pratica fatta di incontri occasionali, che difficilmente arrivava a progettare una vita affettiva”. “Nel racconto di Lucy - prosegue la regista - Bologna ai tempi del fascismo aveva i suoi luoghi deputati agli incontri omosessuali: l’Arena del Sole, ad esempio, alcuni cinema e il bar Centrale che si trovava in via Indipendenza. Tutti lo sapevano, ovviamente, ma non se ne parlava. L’intolleranza - sottolinea Romano - arrivava, proprio come capita oggi, quando si varcava la soglia della visibilità, infrangendo la regola del si fa ma non si dice”.

Lucy la sua storia l’ha trattenuta per sessanta anni nel cuore: dopo i fragori della guerra, benché miracolosamente salva dopo quella inenarrabile prigionia, la sua famiglia la ripudiò. “Ma Lucy  è una donna combattiva” dice Gabriella Romano senza esitazione. E così, fuggita alle torture della deportazione seppe ricostruirsi una vita, e perfino conquistarsi quelle sembianze di donna che per tanto tempo erano state la sua meta. Oggi Lucy a Bologna ha la sua vita: le piace ballare e frequenta ancora gli amici della giovinezza.

Per l’inferno di cui è stata prigioniera, però, nessuno l’ha mai risarcita, e il suo sostegno, ancora oggi, è ridotto a una modesta e normalissima pensione, frutto del suo lavoro di tappezziere. Così, con gli abiti umili di una donna come tante, Lucy stasera salirà sul palco del Lumière, per offrire al pubblico la possibilità di ripercorrere quel tratto di storia che già si dimentica, prima ancora di esser stato appresa.

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