Vincenzo Branà

Avatar

Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Il colonialismo della parola di Dio

IL DOCUMENTARIO
Martedì sera “God loves Uganda”, il documentario di Roger Ross Williams che ha sbancato i festival di tutto il mondo, sarà proiettato al Cinema Europa di Bologna, nell’ambito della rassegna Mondovisioni a cura di Kinodromo.

God loves UgandaEsistono pregiudizi che si insinuano perfino tra i pensieri di chi ogni giorno porta avanti la battaglia contro le discriminazioni, che proprio del pregiudizio rappresentano molto spesso l’esito naturale. Schemi interpretativi dati per scontati, che producono aberrazioni nella nostra idea del mondo e ci condannano inconsapevoli ad analisi parziali, e perciò all’inevitabile sabotaggio delle nostre battaglie di civiltà. Uno di questi pregiudizi riguarda indubbiamente la cultura africana, dal nostro punto di vista omofoba per antonomasia. E c’è molto di vero in questa “diagnosi”, anzi quasi tutto: che l’avversione alla persone gay, lesbiche e trans abbia raggiunto “livelli pericolosi” nel continente nero è una realtà evidente, denunciata dettagliatamente pochi mesi fa da un rapporto di Amnesty International. Secondo l’organizzazione per i diritti umani ancora troppi stati africani considerano l’omosessualità come un crimine e tollerano, se non addirittura incoraggiano, la discriminazione contro gli omosessuali. E infatti l’omosessualità è un reato in 38 Paesi africani, punibile anche con la pena capitale in Mauritania, Sudan, nord della Nigeria e sud della Somalia. Perfino in Sudafrica, uno dei pochi stati in contotendenza dove sono permessi i matrimoni tra persone dello stesso sesso e dove nel 2012 si è tenuta addirittura l’elezione di Mister Gay World, l’anno scorso si sono contati almeno 7 omicidi omofobi in pochi mesi.

L’odio verso gli omosessuali, insomma, in Africa è un fenomeno decisamente reale. Su di esso pesa però il pregiudizio del nostro sguardo di occidentali, del terzomondismo con cui camuffiamo il mai superato istinto coloniale, convinti come siamo di essere noi quelli evoluti chiamati a insegnare la civiltà ai popoli tribali. Ed è qui che l’analisi si fa bislacca, pregiudiziale, e sorvola ad esempio sul fatto che molte delle leggi omofobe in vigore negli Stati africani rappresentato in realtà l’eredità dell’epoca coloniale, cioè la traccia – se non la firma – del dominio dell’Occidente su quelle terre. Ma non c’è solo il colonialismo del secoli passati: attraverso “God loves Uganda” Roger Ross Williams ci consegna il racconto di un altro colonialismo, attualissimo e in rapidissima espansione, che muove dalla coste dell’America settentrionale per esportare dall’altra parte dell’Oceano il ricatto di un’uscita dalla povertà per entrare in un mondo normato da Dio. Il Dio è quello della Chiesa evangelica americana, l’estermo più a destra nella gamma dei cristianesimi che si affacciano ai palazzi della politica. Osservare da vicino l’operato di questi evangelizzatori missionari e del sistema politico che apre loro le porte a suon di dollari, vuol dire inevitabilmente resettare lo sguardo su tutto ciò che dell’Africa si credeva di sapere, e allo stesso tempo lasciar spazio al dubbio – e subito dopo alla consapevolezza – che l’inciviltà che in Africa tentiamo di combattere è in realtà uno dei prodotti di esportazione che l’Occidente più abbondantemente destina a quella terra. Questo vale in particolare per l’Uganda, il Paese su cui Roger Ross Williams focalizza lo sguardo, quello dove nel 2011 trovò la morte a colpi di bastone David Kato, insegnante e attivista omosessuale.

Dell’assassinio di Kato si parlò in tutto il mondo, come pure in tutto il mondo, alcuni mesi prima, era giunta la notizia “shock” di un tabloid ugandese che aveva pubblicato i nomi e le fotografie di 100 attivisti omosessuali con in testa un titolo inequivocabile: “Hang them”, impiccateli. E certo non c’è sguardo laterale che possa mitigare la mostruosità di questi fatti, però c’è un contesto ignoto, per molti del tutto inesplorato, che di quei fatti è in grado di dirci molto di più. “God loves Uganda”, da questo punto di vista, è una testimonianza di inestimabile valore, una chiave di lettura imprescindibile per interpretare non solo quel passato ma anche i titoli di cronaca estera che in questi giorni ci riferiscono di una nuova ondata di omofobia di stato, in Uganda come in Nigeria. Non solo: è facendo tesoro di questa prospettiva che forse potremo trovare un’interpretazione nuova dei numeri che descrivono i flussi migratori dall’Africa verso le nostre coste. Perché all’origine di quelle fughe ci sono sicuramente la povertà e le guerre, ma ci sono anche i regimi liberticidi, le leggi che perseguitano gli omosessuali, che umiliano le donne o che rimuovono ogni ostacolo al diffondersi dell’Aids. E c’è soprattutto chi, questi flagelli, lavora quotidianamente per irrobustirli, con indosso i panni di un occidentale che racconta di essere giunto in Africa per far conoscere la parola di Dio.

Sguardi di teatro a Castel Maggiore

LA STAGIONE
L’eroica sopravvivenza di un palcoscenico di provincia. La direttrice artistica Francesca Mazza fa i conti coi tagli agli enti locali: il budget passa da 40mila a 10mila euro. Nel cartellone prende forma una sorta di riserva indiana del Teatro di Leo, con Angela Malfitano, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e la stessa Francesca Mazza.

La regina degli Elfi - Angela MalfitanoCi sono due destini, anzi due “sopravvivenze”, che si intersecano nella nona stagione di Sguardi, la rassegna di teatro diretta da Francesca Mazza per il palcoscenico della Sala Biagi D’Antona di Castel Maggiore, al via domani. La prima “sopravvivenza” è evidentemente quella della rassegna stessa: il taglio agli enti locali ha ridotto il budget di tre quarti – da 40mila euro a soli 10mila euro – portando di fatto quel cartellone a un passo dal baratro. Il “colpo di reni” si deve a Francesca Mazza e agli amici che come lei fanno teatro per mestiere e con tanta passione: sono loro ad aver accettato ingaggi visibilmente sottocosto pur di non far mancare l’ossigeno a quel palcoscenico dell’hinterland. “A Castel Maggiore – rivendica fiera l’ assessore alla Cultura Belinda Gottardi,– il teatro l’abbiamo costruito, partendo dalle mura fisiche fino alle otto stagioni che si sono avvicendate fino a oggi”. E quel teatro, sin dalle sue prime mosse, ha puntato sempre in alto, senza cedere mai il passo ai tormentoni nazionalpopolari che tengono in vita – alla deriva – i palcoscenici più importanti. Castel Maggiore, al contrario, ha tenuto gli occhi aperti sul presente, sul meglio di questo presente: sono passati negli anni Marco Baliani, Cesar Brie, Maurizio Cardillo, Maria Paiato, Babilonia Teatri, Roberto Herlitzka, Sandro Lombardi, Roberto Latini. E ancora: Marco Sgrosso, Muta Imago, Teatro Sotterraneo, Marco Manchisi, Ermanna Montanari, Vittorio Franceschi, Accademia degli Artefatti. Sguardi, perciò, doveva sopravvivere. E ce l’ha fatta, grazie alla tenacia dell’assessore e della direttrice artistica. E ce la farà ancora, negli anni a venire, se il pubblico saprà rispondere a questo sforzo: “Andare a teatro – è l’appello di Francesca Mazza – è oggi un atto politico, di civiltà. È un modo di contribuire al miglioramento”. Andare a teatro a Castel Maggiore, poi, è anche molto economico: otto appuntamenti, tra spettacoli e concerti, prevedono un biglietto di 10 euro; le due proiezioni in programma, invece, sono ad ingresso gratuito.

Ma c’è una seconda sopravvivenza che la vicenda di Sguardi racconta e che molto ha a che fare con le proposte che compongono il cartellone di questa nona stagione: si comincia domani, alle 21, con La Regina degli Elfi, monologo diretto e interpretato da Angela Malfitano che adatta per la scena un testo del premio Nobel Elfriede Jelinek. “Il lavoro nasce, in versione short, come omaggio al mio Maestro Leo De Berardinis, per l’evento che gli fu dedicato nell’estate del 2009”. è uno spettacolo che parla del potere, “politico” quindi, ma che lo fa calandosi nel sarcasmo, nel gioco del teatro, avvalendosi, dice Malfitano, “della bellezza assoluta e tagliente della scrittura”. Scorrendo il programma, poi, salta all’occhio West, il capolavoro di Fanny&Alexander con cui proprio Francesca Mazza lo scorso anno ha conquistato il premio Ubu come migliore attrice protagonista. “Ho calcato raramente il palcoscenico di Castel Maggiore – dice la direttrice/attrice – perché ho sempre temuto di essere accusata di conflitto di interessi. Ma questa volta ho sentito che era il momento di farlo”. Anche Francesca Mazza, come Angela Malfitano, è cresciuta nel teatro di Leo De Berardinis. Più avanti, il 13 aprile, arrivano altri due eredi illustri del Teatro di Leo: Enzo Vetrano e Stefano Randisi porteranno in scena in anteprima regionale Totò e Vicè, tratto dal testo di Franco Scaldati e che solo l’anno prossimo inizierà la sua tournée nei teatri di tutta Italia. A Castel Maggiore, insomma, prende forma una sorta di riserva indiana del teatro di Leo, un luogo in cui sopravvive la possibilità di ammirare i germogli del suo insegnamento, oggi tra le cose migliori proposte sulla scena italiana. Artisti acclamati ovunque, ai quali Bologna volta le spalle, centellinando le occasioni di vederli all’opera: “Si fanno altre scelte”, è la risposta laconica che l’interrogativo suscita negli interessati. Per i quali, nonostante i tanti successi “fuoriporta”, l’amarezza è sempre dietro l’angolo: “Basta dire che per provare il mio spettacolo sono dovuta andare al teatro di Imola” fa notare, visibilmente dispiaciuta, Angela Malfitano.
L’offerta teatrale di Sguardi si completa con Memoria-211 del teatro delle Temperie (27 gennaio) e Perché l’Agnese andò a morire dell’associazione Tra un atto e l’altro (20 aprile). Poi ci sono i film (Buio in sala di Riccardo Marchesini il 22 gennaio e Pasta nera di Alessandro Piva l’8 marzo) e due concerti, quello di Cantodiscanto il 2 marzo e del Coro delle mondine di Bentivoglio il 20 aprile.

Quei primi minuti accanto al corpo del poeta

L’INTERVISTA
Lucia Visca arrivò all’Idroscalo proprio mentre veniva identificato il cadavere di Pasolini

Pierpaolo PasoliniLucia Visca il 2 novembre del 1975, quando fu trovato morto Pier Paolo Pasolini, aveva appena ventidue anni e a Paese Sera, il quotidiano capitolino nel quale faceva la sua “gavetta” da cronista, la chiamavano “quella di Ostia”. Perchè è lì che l’aspirante reporter faceva il pieno di notizie da sottoporre al filtro della redazione: il litorale romano, allora, non era certo quello che sarebbe diventato da lì o poco tempo con l’irrobustirsi della ferocia della Banda della Magliana, all’epoca ancora al suo stato embrionale. Il delitto Pasolini, sul quale proprio quest’anno la Procura di Milano ha disposto la riapertura delle indagini, segnò in un certo senso la metamorfosi di una violenza di radice borderline in un disegno criminale più complesso che seppe usare come strumento la crudezza di quei “ragazzi di vita”.

Lucia Visca quella mattina di 35 anni fa fu la prima cronista a giungere all’Idroscalo, dove il corpo del poeta giaceva straziato e senza vita: a darle quel vantaggio fu quella rete di contatti che un corrispondente del territorio normalmente si crea per non concludere a mani vuote la sua “caccia” quotidiana alle notizie. Fu quindi un brigadiere a tirarla giù da letto quel mattino quand’erano ancora le sette per avvertirla di quel cadavere all’Idroscalo. E poco più tardi, quand’ancora attorno a quel corpo c’erano solo poliziotti, fu lei l’unica testimone senza divisa di quel primo riconoscimento che attribuiva a quel corpo martoriato l’identità del grande intellettuale di sinistra.

“Pier Paolo Pasolini, una morte violenta” è il titolo del libro che Lucia Visca ha pubbicato per Castelvecchi 35 anni dopo quei fatti: un libro che raccoglie con cura i dettagli dell’intervallo di tempo compreso tra le 7 e le 10 di quella mattina, rimettendo in fila le tracce di quel delitto spietato, prima che la macchina della Giustizia esordisse in quel cammino di sentenze frettolose e mai definitive che rende quel caso, ai nostri occhi, ancora irrisolto.

Lucia Visca, il suo racconto in più punti riflette sugli strumenti dei giornalisti e degli investigatori di allora: se tutto fosse successo in un tempo più simile al nostro, con le stesse possibilità, ci troveremmo in mano una verità più certa?
«Probabilmente sì. Se ci fosse stata cura nel raccogliere le tracce di ciò che era successo non ci sarebbe stato alcun alibi sin da subito per affermare che quell’omicidio era stato commesso da Pino Pelosi e da lui soltanto, come troppo frettolosamente si concluse».

Smettendo l’obbiettività imposta a chi veste i panni del cronista, lei che idea si è fatta di tutta la vicenda?

«Sono convinta che qualcuno voleva dare una lezione a Pasolini. Su chi fosse questo qualcuno non lo so e francamente non credo alle tante teorie del complotto. Come non credo, però, alla prima versione che interpretò quel fatto come un rapporto sessuale mercenario degenerato in violenza».

Il giornalismo di allora viveva una straordinaria stagione di slancio investigativo: quanto i racconti della stampa contribuirono a trovare una verità e quanto, invece, confusero le carte?
«Non confusero affatto le carte, anzi. Naturalmente non parliamo degli articoli usciti immediatamente a ridosso del fatto, bensì di quelli che vennero scritti dopo qualche settimana, quando tutti avemmo il tempo di pensare. Se non ci fosse stata la stampa con le sue domande sarebbe stato impossibile rimettere in discussione la versione fornita inizialmente da Pelosi».

Secondo lei c’è stato un tentativo di incollare una soluzione dall’alto a quel delitto? E a chi faceva comodo quella versione?

«Secondo me non ci fu un tentativo di questo tipo, almeno immediatamente. La vicenda fu liquidata velocemente per non parlare troppo di un rapporto omosessuale finito nel sangue. Dopo però, negli anni, sicuramente la lettura a sfondo sessuale fu strumentalizzata per coprire altre letture, a vantaggio ovviamente di chi non voleva che si cercasse altrove la verità».

Il caso Pasolini è connotato da una lunga serie di negligenze: lei nel suo libro cita ad esempio la partitella di pallone giocata a pochi passi dal cadavere in piena scena del delitto. Ce ne furono altre e soprattutto ci fu malafede in queste negligenze?

«Sulla malafede non potrei giurarci ma sicuramente di negligenze ce ne furono diverse: basti pensare che la macchina di Pasolini rimase parcheggiata per giorni nel cortile dei carabinieri, uno spazio assolutamente non “protetto”. E i reperti che furono trovati sull’automobile sono stati analizzati solo oggi, a più di trent’anni di distanza, dopo essere rimasti tutti questo tempo chiusi in in magazzino del Palazzo di Giustizia».

Lei 35 anni fa dovette passare il taccuino ai suoi superiori e non potè scrivere il suo racconto di quella mattina. Se invece avesse potuto farlo, che pezzo avrebbe scritto?

«Quella volta non ho potuto scrivere l’emozione e lo sgomento all’atto dell’identificazione del cadavere: i colleghi che raccontarono quella vicenda, compreso quello a cui passai il mio taccuino, fecero un ottimo lavoro ma non poterono descrivere quell’attimo. Che è solo mio, perciò oggi ho deciso di raccontarlo».

Vendemmiati e la verità su Aldro

IL FILM
I cinque anni di calvario giudiziario della famiglia del giovane ucciso da quattro poliziotti nel documentario del giornalista Rai

è stato morto un ragazzoCi sono diversi aspetti che rendono È stato morto un ragazzo, il documentario di Filippo Vendemmiati, un’opera necessaria. La storia di Federico Aldrovandi, morto cinque anni fa a Ferrara per quello che solo oggi sappiamo essere stato un pestaggio da parte di quattro agenti della polizia, è un fatto di cronaca che non solo ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica ma che addirittura ad essa ha assegnato un ruolo, funzionale, possiamo dire col senno di poi, al ristabilirsi, dopo quasi cinque anni, della giustizia e della verità. E questo è successo proprio a causa della resistenza iniziale dei mezzi d’informazione generalisti a mettere nero su bianco – o sullo schermo – le perplessità che si infittivano attorno a quella tragica vicenda. La gente, o almeno la stragrande maggioranza, seppe di quella misteriosa morte solo mesi dopo, quando Patrizia Moretti, la mamma di Federico, decise di sfogare tutta la sua rabbia su un blog: solo allora quella strana storia cominciò a circolare in tutta la sua mostruosità, solo da quel momento iniziò a montare rapida l’indignazione. Tardi, quindi, ma soprattutto condensando una penosa agonia nel tempo istantaneo del racconto. È un bene perciò che Vendemmiati, attraverso il suo documentario, rimetta in fila i tre mesi che separano l’assassinio di Federico da quella tardiva finestra di visibilità pubblica.

E una volta ripristinata la linea del tempo, una volta raccontati nel loro succedersi i giorni di quel calvario, l’autore ci offre le testimonianze della vista e dell’udito: ci mostra le strade, le tante finestre che si affacciano su via Ippodromo, varchi che potevano essere occhi per guardare e orecchie per sentire ma sui quali una sinistra omertà ha avuto la meglio, risparmiando solo, della civile Ferrara, un’immigrata camerunense in attesa di permesso di soggiorno. Solo lei ha parlato, solo lei ha avuto il coraggio di raccontare quella lotta folle che per quasi mezz’ora – tra urli e botte – ha tenuto banco in quello spiazzo circondato dai condomini: era assolutamente necessario che qualcuno ci raccontasse anche questo. Com’era necessario che si ascoltassero uno dietro l’altro i nomi dei quattro agenti condannati – Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri – e se ne guardassero da vicino i gesti nervosi delle mani in aula mentre la bocca è impegnata a dire bugie.

Ed era necessario, infine, per noi operatori dell’informazione, vestire i panni degli antieroi: Vendemmiati lo fa bene, con onestà racconta il suo iniziale guardare da lontano a quella storia, lui come tutti gli altri; indugia sugli spalti dello stadio di provincia in cui quel 25 settembre maledetto sentì parlare per la prima volta della morte di Federico, successa da appena qualche ora; ci racconta il suo silenzio, lo mette sul tavolo assieme a tutto il resto, non cerca la maglia dell’eroe (un trofeo inflazionato benché stucchevole in molto giornalismo di inchiesta), anzi con la correttezza del cronista attento racconta coi fatti e non con la retorica il coraggio estremo di una famiglia colpita al cuore.

Prima di andartene...

Ci sono molti altri articoli che possono interessarti. Sfoglia gli archivi! Se decidi che il tuo tempo qui è terminato, allora permettimi di invitarti a tornare. E lasciati salutare con un aforisma di Jawaharlal Nehru, fondatore, insieme a Gandhi, dell'India indipendente e democratica...




My status