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	<title>Vincenzo Branà &#187; Cassero</title>
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	<description>Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d'altre bazzecole interessanti</description>
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		<title>Prima il degrado, ora l&#8217;enclave della cultura &#8220;alta&#8221;: la Manifattura delle Arti raccontata Oltreoceano</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Jan 2012 13:38:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;INTERVISTA
é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l&#8217;intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L&#8217;autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell&#8217;Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.
(Pubblico di seguito la versione integrale dell&#8217;intervista. Qui trovate invece il pdf della versione &#8220;short&#8221; pubblicata sull&#8217;Informazione di Bologna il 31/12)


Chiedere a una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;INTERVISTA</strong><br />
<em>é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l&#8217;intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L&#8217;autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell&#8217;Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.<br />
(Pubblico di seguito la versione integrale dell&#8217;intervista. <a href="http://edicola.linformazione.com/archivio/2011/20111231/22_BO3112.pdf"><strong>Qui </strong></a>trovate invece il pdf della versione &#8220;short&#8221; pubblicata sull&#8217;Informazione di Bologna il 31/12)<br />
</a></em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://informa.comune.bologna.it/iperbole/media/8/manifattura_arti.jpg" title="La Manifattura delle Arti - Bologna" alt="La Manifattura delle Arti - Bologna" width="240" /><span title="C" class="cap"><span>C</span></span>hiedere a una ex residente del Quartiere Porto di Bologna un giudizio sull&#8217;area in cui ha vissuto può far pensare a una sorta di regolamento di conti, o almeno a un giudizio di parte. Ma se questa ex residente è Giorgia Aiello, ricercatrice confermata presso l&#8217;Institute of Communication Studies dell&#8217;Università di Leeds, uno dei più prestigiosi atenei britannici, dove dirige il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il pregiudizio naturalmente si dissolve. Specie se si considera che Aiello è autrice di un <a href="http://leeds.academia.edu/GiorgiaAiello/Papers/760463/From_Wound_to_Enclave_The_Visual-Material_Performance_of_Urban_Renewal_in_Bolognas_Manifattura_delle_Arti"><strong>saggio</strong></a> pubblicato la scorsa estate nella rivista statunitense <a href="http://www.westcomm.org/publications/westernjournal.asp"><strong>Western Journal of Communication</strong></a> e che parla proprio del quartiere in cui è vissuta.</p>
<p><strong>Dottoressa Aiello, il suo articolo racconta Oltreoceano l&#8217;intervento di riqualificazione della Manifattura delle Arti (MdA): dall&#8217;essere una &#8220;ferita&#8221; di degrado a ridosso delle mura cittadine, ora &#8211; lei dice- è una sorta di enclave della cultura alta, un luogo che vuole rappresentare a distanza un po&#8217; la &#8220;vecchia bologna&#8221;   e un po&#8217; il fermento della produzione culturale, utilizzando gli stilemmi tipici della globalizzazione. Insomma, suona quasi come una bocciatura&#8230;.</strong></p>
<p>«No, non si tratta di una bocciatura…piuttosto di un’osservazione approfondita, che ho voluto fare con gli strumenti che avevo a mia disposizione: la mia storia personale, la sociologia visuale, e metodologie di stampo etnografico e semiotico. Sono nata e cresciuta a ridosso dell’Ex Manifattura Tabacchi, e lì sono rimasta fino al 2002, anno in cui mi sono trasferita negli Stati Uniti per gli studi di dottorato. Già dal 2003, quando l’Ex Manifattura Tabacchi è stata ufficialmente ribattezzata ‘Manifattura delle Arti’, ho cominciato ad osservare con interesse il cambiamento della zona. E soprattutto, con l’aiuto di moltissime passeggiate , ho cominciato a pensare alle implicazioni di questo cambiamento. Durante gli studi di dottorato in America, mi sono interessata al rapporto fra comunicazione e ambiente urbano. In quegli anni, ho pubblicato alcuni saggi su contesti nordamericani ed europei, ho fatto ricerca su varie capitali europee della cultura, e ho anche co-diretto il progetto <a href="http://urbanarchives.org">Urban Archives</a>, un archivio digitale con oltre 2000 immagini dei vari aspetti comunicativi che si possono osservare nelle città. Fra il 2009 e il 2010 ho dunque deciso di estendere questo tipo di ricerca al mio quartiere di nascita, e ho scattato <strong><a href="http://www.flickr.com/photos/giorgious/sets/72157622646225127/">quasi 300 fotografie</a></strong> della Manifattura delle Arti, che ho poi ho usato come dati. E non è un caso che abbia deciso di condurre questa ricerca proprio nel momento in cui stavo nuovamente emigrando, dall’America alla Gran Bretagna, dove mi trovo ora. Volevo condurre un’indagine approfondita, che offrisse un contributo serio sia alle diverse discipline che si occupano di riqualificazione urbana sia, in qualche modo, alla mia città d’origine. Nel farlo, volevo anche capire qualcosa in più del mio quartiere e delle mie radici. Quindi no, non è una bocciatura, ma una dimostrazione d’amore direi! E l’amore vero, si sa, a volte è un po’ spigoloso».</p>
<p><strong>La riqualificazione di quell&#8217;area, lei stessa ammette, ha guarito una ferita nella città&#8230;</strong></p>
<p>«Assolutamente sì. Ha interrotto una vera e propria emorragia, letterale e metaforica. Non dobbiamo dimenticare che, per decenni, e sicuramente per i miei primi 26 anni di vita, la zona dell’Ex Manifattura Tabacchi ha rappresentato il non plus ultra del degrado all’interno del centro storico…ancor prima di via Zamboni e Piazza Verdi, ad esempio—luoghi che, non a caso, di recente sono stati oggetto di progetti di ‘restyling’. L’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita che sanguinava copiosamente. Sanguinava in maniera letterale, se pensiamo al problema dell’eroina che ha investito questa zona fra gli anni Settanta e Ottanta. Io stessa ho ricordi molto vividi delle siringhe usate che vedevamo regolarmente per strada quando mia madre mi accompagnava alle Panzacchi, le scuole elementari di via Marconi (che ora sono le Rubbiani). Ricordo anche veri e propri mucchi di siringhe abbandonate negli angoli più riparati di via del Castellaccio. Per non parlare degli strani divieti dei miei genitori, che da bambina mi permettevano di pattinare con le mie amiche fino ai giardinetti del Palazzo dello Sport, ma che mi intimavano di “non passare mai dal Cavaticcio”. E in effetti, credo di aver passeggiato per la prima volta da sola in via del Castellaccio alla veneranda età di 22 anni, sebbene avessi già alle spalle un’esperienza di viaggio in treno attraverso l’Europa con l’inter-rail e un anno di Erasmus in Germania.<br />
E, in senso metaforico, l’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita nel cuore di una città che si è sempre presentata (spesso a ragione, a volte in maniera quasi mitologica) come un modello di civiltà ed emancipazione. I miei genitori vivono ancora in via Lame, e a dire il vero hanno anche tratto alcuni vantaggi dal ‘risanamento’ della zona. Io stessa mi sento più tranquilla sapendo che, con l’avanzare dell’età e in mia assenza, si potranno muovere in un ambiente non più degradato. So che spesso vanno al Mercato della Terra, e sembra che mia madre sia riuscita a trovarvi un banchetto delle verdure con prezzi un po’ più abbordabili. Frequentano anche il Lumiere, a patto che almeno uno dei film in programma non sia in lingua originale con i sottotitoli!». </p>
<p><strong>Però, del riposizionamento simbolico della MdA di cui parla nel suo saggio, sembrano aver fatto le spese proprio i residenti, prima circondati dal degrado, oggi da una sorta di baratro invisibile&#8230;</strong></p>
<p>«E questa è una delle note dolenti. Questa è una delle poche zone del centro storico di Bologna che ospita stabilimenti di edilizia popolare. Io sono cresciuta in un edificio di proprietà di quello che una volta era l’INPS, con affitti a equo canone. I miei genitori e molti dei loro vicini abitano qui da più di 40 anni. Anni fa il palazzo è stato acquistato da privati. Agli inquilini è stata data l’opzione di acquistare il proprio appartamento, a prezzi di mercato elevati data la riqualificazione della zona. Chi ha deciso di non acquistare il proprio appartamento, come i miei genitori, prima o poi dovrà lasciarlo.<br />
Quella del ‘baratro invisibile’ è una metafora che mi piace molto, perchè dal punto di vista materiale un aspetto fondamentale della riqualificazione della MdA è proprio quello di creare dei confine visibili e persino ‘tattili’ fra la ‘cittadella della cultura’ e tutto ciò che la circonda…oltre quei confini, temo, si rischia davvero di precipitare, dato che si è prestata molto poca attenzione alle caratteristiche e alle problematiche della popolazione circostante, nonchè al contributo che la comunità locale avrebbe potuto dare al miglioramento, di certo necessario, della zona».<br />
<strong><br />
Il suo saggio è uscito mentre a Bologna si inaugurava una nuova importante porzione di quell&#8217;intervento di riqualificazione: il Parco del Cavaticcio. Le è capito da allora di visitarlo? Conferma o attenua la sua analisi?</strong></p>
<p>«Al tempo della mia ricerca sul campo, il parco del Cavaticcio era ancora in costruzione. Si poteva già osservare la ‘riscoperta’ del canale, di cui ho anche scattato alcune fotografie. Già a quel tempo, come ho scritto nell’articolo, intuivo gli intenti estetici ed estetizzanti della progettazione del parco. Ad esempio, ho subito notato l’aggiunta di opere d’arte nello spazio pubblico e leggendo alcuni articoli e interviste con i tecnici coinvolti nel progetto, ho capito che il reinserimento dell’acqua in superficie aveva uno scopo quasi solamente estetico.<br />
Da allora ho avuto modo di visitare il parco varie volte e sono anche andata all’inaugurazione, ma solamente in veste di normale cittadina. E’ effettivamente molto bello, e il design che lo caratterizza rispetta pienamente l’andamento naturale del letto del canale. Mi sembra però anche un parco un po’ scomodo e, per così dire, ‘stilizzato’. Per quel che ho potuto osservare, ad esempio, ci sono delle belle panchine in pietra, che però non hanno schienale, e i due accessi su via Azzo Gardino e via del Porto sono poco adatti a persone con problemi di mobilità…penso, naturalmente, ai miei genitori e a persone anziane come loro, ma anche a persone in sedia a rotelle o con bambini piccoli e passeggini».</p>
<p><strong>Raccontando la sua esperienza di ex residente lei descrive luoghi come il Dopolavoro o il cinema Embassy e attribuisce loro un ruolo di catalizzatori nel rapporto tra una comunità e il suo quartiere &#8220;difficile&#8221;. Ora lì c&#8217;è ancora un cinema &#8211; il Lumière &#8211; e alcuni bar ma l&#8217;obbiettivo dell&#8217;integrazione è ben lontano dall&#8217;essere raggiunto. Secondo lei perchè?</strong></p>
<p>«Nella Manifattura delle Arti, gli spazi dedicati alla socialità sono rivolti a un certo tipo di soggettività. Con un velo di (auto)ironia, direi che sono rivolti a persone come me. Persone della mia età, o più giovani, con gusti culturali e stili di vita di un certo tipo. Dall’aperitivo estivo davanti al Lumière, con vini e cibi biologici e locali, a quello invernale e di sapore cosmopolita all’Ex Forno, magari subito dopo aver visto una mostra d’arte contemporanea al MamBO. E ancora, le rassegne cinematografiche del Lumière, che ho imparato ad amare quando ancora il cinema si trovava in via Pietralata. E gli ottimi festival Gender Bender e Soggettiva. E poi, naturalmente, il Mercato della Terra, bastione di Slow Food. Io, come molti miei simili, mi trovo perfettamente a mio agio in questi contesti, e ne apprezzo i sapori, i contenuti, e gli intenti. Ma di certo, i nuovi luoghi e gli eventi che caratterizzano la Manifattura delle Arti hanno un che di radical chic ed esclusivo. Il Centro Costa è un’eccezione, direi, all’evidente stilizzazione di questa zona, che tende a rivolgersi a pubblici piuttosto omogenei per età, gusto, estrazione socio-economica, e identità politica e culturale».</p>
<p><strong>L&#8217;area della MdA per un periodo è stata luogo di occupazioni, e ospita tuttora in uno dei suoi edifici storici &#8211; la Salara &#8211; la sede dell&#8217;Arcigay. Queste presenze &#8211; lei spiega &#8211; soffrono di una costante marginalizzazione: secondo lei perchè?</strong></p>
<p>«La marginalizzazione di individui e gruppi che incarnano delle diversità e, per così dire, delle ‘devianze’ non è un fatto nuovo o isolato a progetti come la Manifattura delle Arti. La letteratura sociologica sui cosiddetti processi di ‘gentrificazione’ è strapiena di riferimenti a fenomeni di questo tipo. Anzi, molto spesso sono proprio le comunità di artisti, attivisti politici, e persone LGBTQ che fanno da ‘apripista’ per la riconversione di quartieri ‘degradati’ in zone di pregio—per poi esserne espulse, per vie politiche o economiche. Per quanto riguarda la Manifattura delle Arti, non credo assolutamente che ci siano degli intenti espliciti alla base della marginalizzazione discorsiva ed effettiva di questi gruppi. Tuttavia, le narrazioni e le pratiche che sottendono alla pianificazione e alla realizzazione di progetti di riqualificazione urbana sono sempre la manifestazione di un certo spirito dei tempi, per non dire di ideologie dominanti, per quanto implicite. Non è sorprendente, dunque, che un gruppo di creativi radicali come il MetroLab sia stato immediatamente espulso da uno spazio in disuso come l’ex Cinema Embassy, che da allora è rimasto vuoto. Non mi sembra consolante la prospettiva che l’Embassy venga trasformato in un auditorium progettato dall’archistar Renzo Piano. Ed è un fatto che, nonostante il suo spessore politico e culturale a livello nazionale, il Cassero sia stato regolarmente marginalizzato nelle attività di ‘presentazione’ della Manifattura delle Arti. Ad esempio quando Guazzaloca escluse l’Arcigay dalla comunicazione pubblica della neonata cittadella della cultura. O quando Cofferati pensò di spostare l’Arcigay dalla Salara, nonostante avesse criticato Guazzaloca per aver espresso lo stesso intento. E mi è stato detto che, di recente, il Cassero è stato definito ‘la Salara’ in una nuova app del Comune per la comunicazione pubblica della città. Ciò che viene detto o non detto è sintomatico di ciò che viene ritenuto accettabile o, al contrario, deviante. Perchè si puo’ dire ‘Cineteca’ e non ‘Cassero’ oppure ‘Arcigay’? Il ‘non dicibile’ è alla base della marginalizzazione e dell’esclusione, simbolica o materiale».</p>
<p><strong><br />
Volendo percorrere l&#8217;idea di chi ha immaginato quell&#8217;area come rappresentazione di Bologna  allo sguardo del forestiero, secondo lei, visto da lontano, è un biglietto da visita efficace?</strong></p>
<p>«Vista da lontano, la MdA è un biglietto da visita molto efficace, proprio perchè sintetizza alcune delle esigenze chiave del capitalismo post-industriale: l’enfasi sulla produzione culturale e sulla creatività come motori economici privilegiati, la comunicazione di identità distintive e di punti di differenziazione quali la tradizione storica e il ‘colore’ locale, e la presenza di ‘format’ e generi architettonici universalmente riconoscibili e accettati, come la combinazione di vetro, acciaio, legno e forme inusuali come i ‘cilindri’ del Lumiere e del MamBO. Tutto questo contribuisce a comunicare Bologna come una ‘world-class city’, una città di livello internazionale…e dunque anche come potenziale destinazione di capitali provenienti da ambiti economici chiave del capitalismo contemporaneo, quali il turismo, le industrie creative, e la produzione culturale. E vorrei anche sottolineare che la MdA non è semplicemente un progetto di riqualificazione urbana…è un vero e proprio progetto di comunicazione. Ormai la configurazione fisica delle nostre città – o, per semplificare, il paesaggio urbano – non ha risvolti solamente locali o al massimo nazionali. Il paesaggio urbano è sempre di più anche una sorta di cachet internazionale se non globale, una forma di valuta visuale e materiale che viene regolarmente scambiata tramite i mezzi linguistici e visivi della comunicazione pubblica».<br />
<strong><br />
Infine, alla luce delle sue analisi, se le fosse data la possibilità di suggerire alcune azioni di miglioramento per quell&#8217;area, quali sarebbero le sue priorità?</strong></p>
<p>«Premetto che la mia professionalità non mi permette di sostituirmi alle istituzioni e agli operatori che si occupano realmente della progettazione e dell’applicazione concreta di migliorie e opere di riqualificazione. Ciò che posso offrire personalmente sono gli strumenti dell’osservazione e dell’analisi fondata su principi multidisciplinari, quali l’indagine storica, sociale ed estetica. E credo fermamente che nella pianificazione urbana ci sia bisogno anche di questi strumenti. Tant’è che, in questo stesso ambito, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sociologi, antropologi, geografi e ora anche studiosi di comunicazione vengono sempre di piu’ interpellati e persino assunti come consulenti. Sulla base dei miei studi e delle mie osservazioni, penso tuttavia che, adesso come adesso, la Manifattura delle Arti sia un progetto esclusivo—in entrambi i sensi della parola. E forse è solamente una questione di tempo…e magari nel tempo, il contenitore MdA si riempirà di contenuti sociali all’insegna dell’inclusione e della diversità. So che di tentativi in questo senso ce ne sono. In effetti, luoghi in disuso come l’Embassy e il Dopolavoro ferroviario potrebbero essere l’oggetto di un processo partecipativo oppure di una scelta politicamente ‘forte’ e anticonformista. Si tratterebbe insomma di decidere se dedicare almeno una parte della Manifattura delle Arti a usi generati ‘dal basso’ (ad esempio dai cittadini residenti  nel quartiere) oppure a progetti creativi e sociali radicali e non legati a istituzioni riconoscibili e universalmente acettate quali quelle che al momento ‘presidiano’ la zona (ad esempio l’Università o la Cineteca). In entrambi i casi, penso anche che si andrebbe incontro a complessità e imprevisti probabilmente poco remunerativi. E che per fare qualcosa del genere ci vorrebbe molto coraggio. E non escludo che ci si stia già muovendo in questa direzione.<br />
Il mio articolo sulla Manifattura delle Arti è infatti solamente l’inizio di un progetto di ricerca più ampio sulla riqualificazione urbana nel contesto bolognese. Intendo ampliare la mia indagine e trasformarla in uno studio sistematico delle politiche, pratiche ed esigenze all’origine delle trasformazioni fisiche di un luogo come la Manifattura delle Arti. Per questo motivo, l’estate scorsa ho preso contatti con l’Urban Center di Bologna, e spero di poter presto cominciare a intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni, architetti, ingegneri, residenti e altri gruppi e individui coinvolti in questo e altri progetti di riqualificazione a Bologna. Che rimane sempre e comunque la mia città, il mio luogo d’origine…e attraverso il mio lavoro di ricerca, spero di poterle dimostrare il mio amore».</p>
<p><em><strong>Giorgia Aiello</strong>, classe 1976, si è laureata in Scienze della Comunicazione all&#8217;Università di Bologna. Poi, ha ottenuto una borsa di dottorato presso la University of Washington di Seattle. Dal 2008 al 2009 è stata assistant professor presso la Colorado State University. Dal 2010 è docente presso l&#8217;Institute of Communications Studies dell&#8217;Università di Leeds. Si occupa di comunicazione visiva e materiale di differenze sociali e culturali in testi e contesti tipici del capitalismo post-industriale</em></div>
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		<title>La Miss Alternative dell’era Cancellieri sfila tra gli sfarzi di Palazzo Re Enzo</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Sep 2010 11:41:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;EVENTO
Domani  il defilé del Cassero a cui Cofferati negò la piazza. Edizione dedicata a Marcella Di Folco

Una volta si fronteggiarono “a distanza” a suon di carte bollate (il patron Mirigliani ebbe da dire sul nome originale della kermesse antagonista)  ma mai era successo finora che Miss Italia e The Italian Miss Alternative mettessero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>L&#8217;EVENTO</strong><br />
<em>Domani  il defilé del Cassero a cui Cofferati negò la piazza. Edizione dedicata a <a href="http://www.vincenzobrana.it/2010/09/08/articoli/marcellona-cala-il-sipario/">Marcella Di Folco</a></em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://theitalianmissalternative.files.wordpress.com/2008/06/fvln_2008.jpg" title="Miss Fvln" alt="Miss Fvln" width="240" /><span title="U" class="cap"><span>U</span></span>na volta si fronteggiarono “a distanza” a suon di carte bollate (il patron Mirigliani ebbe da dire sul nome originale della kermesse antagonista)  ma mai era successo finora che Miss Italia e The Italian Miss Alternative mettessero le loro passerelle l’una contro l’altra. Domani sera, invece, succederà e forse sarà proprio questo il primo “lusso” del singolare defilé a sostegno della lotta all’Aids,  dedicato quest’anno &#8211; appunto &#8211; alla ricchezza più scintillante. “Sognate il lusso? Sognate pure!” diceva Stefano Casagrande, che diciassette anni fa diede vita all’originale sfilata en travesti e del quale quest’anno si ricorda il decennale della scomparsa. E a forza di sognare, in effetti, qualche desiderio si avvera: se nel 2005 la kermesse prodotta dal Cassero arrivò a scontrarsi duramente con l’allora sindaco Sergio Cofferati che non aveva concesso piazza Maggiore come location, quest’anno (proprio quando Bologna è senza sindaco) il defilé  arriva vicinissimo al Crescentone e si colloca nella &#8211; guarda caso &#8211; lussuosa sala del Podestà di Palazzo Re Enzo.</p>
<p> L’appuntamento è fissato per le 22, orario in cui Agònia e Donna Clelia (le due anfitrione della kermesse) daranno via alla sfilata delle 20 concorrenti in gara. Che in realtà &#8211; e qui sta il “gioco” &#8211; sono tutte dei “lui”, per l’ occasione in versione “tacchi e parrucca”, ma soprattutto agghindati con un’improbabile haute couture da discarica, una divertente sintesi tra la pattumiera e le patinate riviste di alta moda. La formula, ormai, è arcinota: ogni anno un tema da “trasformare” in abito da sera, utilizzando i materiali più disparati, dalla ferramenta all’ortofrutta. Negli anni &#8211; questa è la diciassettesima edizione del concorso &#8211; l’abilità degli “stilisti” si è naturalmente affinata così come si è acuita esponenzialmente la rivalità tra le (pseudo) modelle. Il risultato perciò è davvero sorprendente e vale senza dubbio un palcoscenico importante. Per contrasto, nessun nome importante nella giuria,  di solito frequentata da personaggi della cultura e dello spettacolo (anche Jean Paul Gautier e Amanda Lear nell’albo d’oro del concorso). Il verdetto sarà quindi popolare, emesso cioè dalla giuria di “big donors” che hanno acquistato per 50 euro il posto in poltronissima. Gli altri potranno assistere sedendo nella tribuna numerata (20 euro) o in piedi (15 euro). I proventi saranno destinati a  quattro associazioni bolognesi che si occupano di lotta all’Aids. Lo spettacolo di quest’anno è dedicato a Marcella Di Folco, venuta a mancare tre giorni fa, da sempre tra i protagonisti della manifestazione.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<br />
<strong>IL VERO LUSSO è UN GIARDINO</strong><br />
All’inizio doveva essere una via o una piazza, almeno così aveva promesso con toni trionfalistici il sindaco Cofferati il 28 giugno del 2008 ricevendo a palazzo i leader del movimento lgbt, che quel giorno portavano il gay pride ai piedi delle Torri. Avrebbe intitolato una strada a Stefano Casagrande, “padre” di Miss Alternative e attivista di prima linea della comunità gaylesbica bolognese:  questo promise allora il sindaco. Poi però la strada diventò più semplicemente un giardino, approvando in fretta e furia una delibera quando già Cofferati aveva la valigia in mano. Ma neanche il giardino, poi, è mai stato inaugurato. Dal Cassero parlano di «questioni burocratiche legate alla caduta del governo locale». Ma quella delibera in realtà già c’è, non serve una Giunta per approvarla di nuovo. Semmai sembra mancare un tosaerba. </div>
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		<title>Marcellona, cala il sipario</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 13:31:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL LUTTO
Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche

Lo sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>IL LUTTO</strong><br />
<em>Marcella Di Folco si è spenta ieri a Bentivoglio all’età di 67 anni. Recitò per Fellini e Risi. Poi il cambio di sesso e le battaglie politiche</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2010/09/difolco.jpg" title="Marcella Di Folco" alt="Marcella Di Folco" width="240" /><span title="L" class="cap"><span>L</span></span>o sguardo fermo e un cappellino rosa sulle ventitré, vezzo di vanità ma anche simbolo di rivendicazione per una donna che ha conquistato con dure lotte il riconoscimento della propria femminilità. Così Marcella Di Folco, storica presidente del Movimento Identità Transessuale, è ritratta nella foto che<a href="http://www.mit-italia.it/"> il sito dell’associazione</a> ha pubblicato ieri pomeriggio  per rivolgere l’estremo saluto alla sua «leader maxima». Di Folco si è spenta ieri   all’hospice di Bentivoglio, dove da tempo era ricoverata per l’inesorabile incedere della malattia che l’ha portata alla morte. Aveva 67 anni “Marcellona”, che passati in rassegna tutti in una volta compongono quasi un’enciclopedia, un’opera vasta che, dalla fine degli anni Sessanta quand’era cassiera al mitico Piper,  attraversa tanto la storia del cinema quanto quella della politica e delle battaglie per i diritti civili. Il Cinema era quello leggendario di Federico Fellini, Roberto Rossellini, Dino Risi, Alberto Sordi, Elio Petri e di tutti gli altri grandi cineasti che l’avevano scelta per i propri film. Quand’era ancora Marcello, in realtà, prima cioè di quel viaggio a Casablanca nell’agosto del 1980 (solo due anni dopo in Italia sarà approvata una legge per il cambio di sesso), rivoluzionario tanto per lei quanto per la cultura e la politica degli anni che venirono. Perchè da allora, dopo il trasferimento a Bologna nel 1986, Di Folco si mise al servizio del movimento transessuale, guidandolo verso importanti conquiste scritte nella storia recente del nostro Paese: fu sua l’idea di creare un consultorio per l’identità di genere, che diventerà il primo al mondo gestito da trans. E suo il merito di aver ottenuto nel 2000 l’istituzione della Commissione “Diritti per l’identità di genere”, da parte del ministro per le pari opportunità Katia Belillo. Ma suo soprattutto il merito di aver infranto il “tabù” dell’identità di genere nelle aule politiche: nel 1990 conquistò uno scranno nel quartiere Saragozza e dal 1995 al 1999 fu consigliere comunale a Palazzo D’Accursio, eletta nelle fila dei Verdi. Fu la prima transessuale al mondo ad ottenere quella carica. </p>
<p>Anche quando la malattia già le consumava le energie, Di Folco non ha messo da parte la sua militanza: nel maggio scorso a Rimini, in occasione della giornata mondiale contro l’omofobia, era intervenuta dal palco allestito dalle associazioni: «la salute non mi assiste» aveva confessato, riprendendo poi subito il solito piglio ironico e incalzando: «ma voi non vi preoccupate, ci penso io, non mi si toglie di mezzo facilmente». La sua tenacia, però, ieri si è esaurita. La morte di Marcella Di Folco è stata annunciata dal  Mit, la sua associazione ma anche la sua famiglia:  «non è semplice comunicare il vuoto che lascia», si legge nell&#8217;homepage del sito. E di seguito: «compagna, amica, sorella, mamma di tutte/i noi, il Mit perde la leader maxima, la sua traccia essenziale resta indelebile nella storia della nostra associazione e del movimento tutto». Anche le altre sigle del movimento si sono strette nel cordoglio: Arcigay, Arcilesbica, Agedo, FamiglieArcobaleno salutano una «grande figura di riferimento per le persone transessuali, per il movimento lgbt e per tutto il dibattito politico e culturale sui diritti civili e sulla libertà che ha attraversato le vicende del nostro Paese negli ultimi 30 anni».   Addolorato anche Franco Grillini, storico leader di Arcigay e consigliere regionale dell’Idv: «quella di Marcella è stata una militanza globale perchè partendo dal tema dei diritti si è poi occupata a tutto campo della politica locale e nazionale». «Ci mancherà &#8211; dice &#8211; come amica prima di tutto e e come leader del movimento». Manifestazioni di cordoglio sono giunte dai rappresentanti istituzionali: l’assessore regionale alla Cultura , sottolinea la « perdita di un personaggio importante dal punto di vista culturale e fondamentale nella storia della lotta per i diritti civili in Italia». «Le saremo per sempre grati – è il messaggio di Gian Guido Naldi, capogruppo di Sel in Regione – perché con il suo impegno in prima persona nel riconoscimento dei diritti per la comunità lgbt ha squarciato quel vergognoso velo di menzogne, ipocrisia e perbenismo che ci impediva di riconoscere le troppe discriminazioni nei confronti delle persone transessuali presenti nella società Italiana». «Marcella è stata una figura importante e innovativa della sinistra cittadina e nazionale» ricorda Sergio Lo Giudice, responsabile del programma del Pd di Bologna. «La sua passione straordinaria &#8211; aggiunge &#8211; e la sua determinazione nel richiedere il riconoscimento di diritti negati hanno contribuito ad arricchire lo scenario politico della città. Per questo motivo la ricorderemo con affetto e riconoscenza». Manifesta il suo cordoglio anche il senatore Walter Vitali, sindaco di Bologna negli anni in cui Di Folco sedeva in Consiglio Comunale: «Sono stati anni belli e difficili &#8211; ricorda &#8211; anni di forti innovazioni politiche e amministrative». E di seguito: «È stata protagonista insieme a noi della prima esperienza dell’Ulivo a Palazzo d’Accursio, dimostrando la capacità di contribuire alla sintesi tra posizioni anche molto diverse su temi delicati come la scuola, la famiglia e le coppie di fatto».</p>
<p>  Domani dalle 9 alle  19 sarà allestita la camera ardente presso la Sala Renzo Imbeni (ex Sala Bianca) del Comune di Bologna, in Palazzo d’Accursio. Poi venerdì, alle 15, si terrà la cerimonia religiosa, celebrata da don Giovanni Nicolini presso la parrocchia della Dozza.<br />
Domenica sera, annunciano infine Arcilesbica Bologna e Cassero, Marcella Di Folco sarà ricordata a Palazzo Re Enzo dalla passerella di Miss Alternative, l’evento benefit che nel 2005 la incoronò “regina”.</p></div>
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		<title>Coop. Marchetta &#8211; Il podcast della seconda puntata</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Mar 2009 09:18:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel ricordarvi che Martedì 03 Marzo alle ore 21.30, si terrà la 3° puntata di Coop. Marchetta, vi delizio col podcast della 2° serata. Ospiti del secondo incontro sono stati: Lidia Menapace (senatrice), Porpora Marcasciano (sex worker), Sandro Bellassai (ricercatore Università di Bologna).







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			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Nel ricordarvi che <strong>Martedì 03 Marzo alle ore 21.30</strong>, si terrà la 3° puntata di <strong><a href="http://www.vincenzobrana.it/2009/01/21/articoli/coop-marchetta/">Coop. Marchetta</a></strong>, vi delizio col <a href="http://casseropodcast.org/podcast/coop-marchetta-2/">podcast</a> della 2° serata. Ospiti del secondo incontro sono stati: <strong>Lidia Menapace</strong> (senatrice), <strong>Porpora Marcasciano</strong> (sex worker), <strong>Sandro Bellassai</strong> (ricercatore Università di Bologna).</div>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 17:36:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel ricordarvi che Martedì 10 Febbraio alle ore 21.30, si terrà la 2° puntata di Coop. Marchetta, vi delizio col podcast della 1° serata. Attenzione! L&#8217;ospite d&#8217;onore della seconda puntata di Coop. Marchetta darà Lidia Menapace, una delle &#8220;mamme costituenti&#8221; della Repubblica Italiana.







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			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Nel ricordarvi che <strong>Martedì 10 Febbraio alle ore 21.30</strong>, si terrà la 2° puntata di <strong><a href="http://www.vincenzobrana.it/2009/01/21/articoli/coop-marchetta/">Coop. Marchetta</a></strong>, vi delizio col <a href="http://www.casseropodcast.org/podcast/coop-marchetta-1/">podcast</a> della 1° serata. <strong>Attenzione!</strong> L&#8217;ospite d&#8217;onore della seconda puntata di Coop. Marchetta darà <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lidia_Menapace">Lidia Menapace</a></strong>, una delle &#8220;mamme costituenti&#8221; della Repubblica Italiana.</div>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 21:17:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Arcigay Il Cassero presenta
COOP. MARCHETTA (Quando il marciapiede è un&#8217;impresa&#8230;)
di Vincenzo Branà e Luca de Santis
con Celin Dior, Gaeta Jones, Bertha Black e Lysandra Coridon 1

Martedì 03/10/17 Febbraio, H 21.30 @ Cassero
Online On www.casseropodcast.org
Promuovi l&#8217;evento su Facebook

Non esiste un modo univoco di parlare di prostituzione: lotta allo sfruttamento e autodeterminazione sono ad esempio solo due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify">Arcigay Il Cassero presenta<br />
<em><strong>COOP. MARCHETTA</strong> (Quando il marciapiede è un&#8217;impresa&#8230;)</em><br />
di <strong>Vincenzo Branà</strong> e <strong>Luca de Santis</strong><br />
con <strong>Celin Dior</strong>, <strong>Gaeta Jones</strong>, <strong>Bertha Black</strong> e <strong>Lysandra Coridon</strong> <sup class='footnote'><a href='#fn-318-1' id='fnref-318-1'>1</a></sup></div>
<div align="left">
<p class="first-child "><strong><span title="M" class="cap"><span>M</span></span>artedì 03/10/17 Febbraio, H 21.30 @ Cassero<br />
Online On <a href="http://WWW.CASSEROPODCAST.ORG">www.casseropodcast.org</a></strong><br />
<a href="http://www.facebook.com/event.php?eid=47124448837">Promuovi l&#8217;evento su Facebook</a></div>
<div align="justify">
<p><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/coop-marchetta.gif" title="Coop. Marchetta" alt="Coop. Marchetta" width="260" />Non esiste un modo univoco di parlare di prostituzione: lotta allo sfruttamento e autodeterminazione sono ad esempio solo due dei tanti nodi attorno ai quali si sviluppa il dibattito su questo tema. Esistono, insomma, tantissimi tipi di prostituzione, forme attraverso le quali si organizza il raccordo tra domanda e offerta nel mercato del sesso. E per ognuno di esse ci sono protagonisti, storie. E regole: non scritte, com&#8217;è la &#8220;legge della strada&#8221;, o scritte come la <a href="http://www.vincenzobrana.it/2009/01/17/articoli/marciapiedi-fuorilegge/">legge Merlin di ormai cinquant&#8217;anni fa o il ddl Carfagna</a>, in esame ora in Parlamento. E poi ci sono le <a href="http://www.vincenzobrana.it/2008/12/20/articoli/prostitute-fuorilegge/">ordinanze dei sindaci</a> &#8211; Roma, Verona ma anche Anzola e Crespellano, nel bolognese &#8211; che anticipano il giro di vite del ministro Carfagna e creano nel nostro paese un&#8217;anomala mappa a macchia di leopardo. Ma l&#8217;anomalia più forte resta il fatto che in ognuno dei passaggi legislativi in atto &#8211; ordinanze o leggi &#8211; non sia stato aperto un confronto con le associazione e i soggetti che da sempre si occupano del tema, partorendo perciò norme biecamente ispirante alla lunghezza di una gonna.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: right;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/attenzione_prostitute1.jpg" title="Attenzione Prostitute" alt="Attenzione Prostitute" width="260" /><strong>Cooperativa Marchetta</strong> al contrario, non vuole farsi sfuggire l&#8217;opportunità di mettere in rete quelle conoscenze, passando al vaglio tanto le storie vere  quanto i luoghi comuni e le leggende metropolitane, spesso abbondanti nelle conversazioni sul tema. <strong>Tre serate, tre ospiti a serat</strong>a: un coro di voci sicuramente non esaustivo ma quantomeno rappresentativo del mondo del marciapiede.</p>
<p>Il salotto della discussione è inserito nella cornice scenica di un &#8220;bordello virtuale&#8221;, <strong>un sorta di condominio di sex-workers</strong> animato da un sodalizio cooperativo (la Coop. Marchetta, appunto)  e nel quale &#8211; in piena febbre da reality &#8211; non si potrà fare a meno di curiosare. La studentessa che si mostra in webcam in cambio di rose, la &#8220;marchetta&#8221; di Bovi Campeggi, Showanda Towanda, l&#8217;indimenticata nigeriana di Gaywatch,  Gaeta Jones, la più pericolosa delle travestite partenopee, e Lysandra Coridon, la prostituta d&#8217;antan delle case chiuse,  sono le inquiline a cui è affidato questo racconto &#8220;off&#8221;. Guidato dalla penna comica di Luca de Santis.</div>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-318-1'><a href="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/coop-marchetta.pdf">Scarica</a> il comunicato stampa in formato .pdf <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-318-1'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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		<title>Marciapiedi fuorilegge?</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Jan 2009 22:50:55 +0000</pubDate>
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“E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. […] La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume”. (Intervista di Oriana Fallaci a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="justify"><strong>L&#8217;INCHIESTA PER CASSERO MAGAZINE <sup class='footnote'><a href='#fn-300-1' id='fnref-300-1'>1</a></sup></strong><br />
<em>“E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui”. […] La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume”. (Intervista di Oriana Fallaci a Lina Merlin – L’Europeo 1963, n. 28)</em></div>
<div align="justify">
<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-01.png" title="Marciapiedi fuorilegge?" alt="prostitute" width="240" /><span title="A" class="cap"><span>A</span></span> saltare all’occhio per prime sono sempre le coincidenze. E più sono lontane, impossibili, più sembrano essere unite da un legame intimo e quasi sovrannaturale, esito evidentemente più del cinismo del destino che della volontà e dell’intelligenza degli uomini. </p>
<p>Il 13 dicembre scorso a Roma, in piazza Farnese, si è svolto un imponente <a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/cronaca/manifestazione-sesso/1.html" title="Vedi la gallery di Repubblica.it">summit di ombrelli rossi</a>: sotto i paraventi di nylon trovavano riparo dalla pioggia le sex workers d’Italia, non tutte naturalmente, ma una rappresentanza delle più caparbie e combattive <sup class='footnote'><a href='#fn-300-2' id='fnref-300-2'>2</a></sup>. Perché in Italia per le lucciole si è aperto il tempo della lotta: la miccia l’ha accesa Mara Carfagna, neoministra ed ex soubrette, col suo <a href="http://omoios.blogosfere.it/2008/12/prostituzione-ombrelli-rossi-contro-il-ddl-carfagna-praitano-cita-s-paolo-il-peccato-e-lipocrisia.html">ddl approvato lo scorso settembre</a> dal Consiglio dei Ministri e ora al vaglio delle Camere. A cinquant’anni dalla famosa legge Merlin, quella che tolse le mani dello Stato dalla gestione della prostituzione cancellando di fatto le case chiuse, la ministra berlusconiana ha annunciato un giro di vite senza precedenti che si accanisce su clienti e prostitute, istituendo in particolare il divieto di “adescare” in luogo pubblico. Clienti e lucciole rischiano da 5 a 15 giorni di arresto ed una multa da 200 fino a 3mila euro. Se a vendere il sesso per strada è un minore straniero, poi, la nuova legge prevede pene severe per gli sfruttatori e il rimpatrio immediato del giovane. In quello stesso paese d’origine dove, fino a prova contraria, è stato avviato al mestiere della prostituzione. Nonostante le proteste delle associazioni da anni mobilitate contro la cosiddetta “tratta” di donne e minori (Save the Children e Gruppo Abele hanno per primi espresso la loro contrarietà) la ministra è andata avanti con la caparbietà con cui prendeva la rincorsa per fare la ruota ai tempi della sua formazione e ha continuato a sostenere senza tentennamenti il suo minuscolo decreto. Minuscolo perché, a dispetto di un dibattito che si è ingrossato nei decenni e di una bibliografia che mette a confronto le numerosissime soluzioni adottate in tutto il mondo, la proposta di Mara Carfagna è sintetizzata in due paginette striminzite, con pochi riferimenti e nessuna spiegazione. D’altronde l’unica spiegazione possibile l’ha data la stessa ministra il giorno in cui ha presentato alla stampa la sua iniziativa: «Come donna impegnata in politica e nelle istituzioni, la prostituzione mi fa rabbrividire &#8211; ha detto -. Mi fa orrore, non comprendo chi vende il proprio corpo. Ma mi rendo conto che è fenomeno che esiste e che purtroppo non può essere debellato, come la droga». La sfrontatezza con cui Mara Carfagna ha tracciato una linea di distinzione – assolutamente arbitraria – tra i suoi trascorsi senza veli e il cosiddetto mestiere più antico del mondo è senz’altro l’aspetto che ha reso più livorosa la “rivolta” delle lavoratrici del sesso. Le quali, manco a dirlo, ogni volta che la ministra veniva nominata in piazza Farnese portavano ritualmente la mano destra al viso, come se impugnassero un oggetto dalla sezione rotonda, e simultaneamente aprivano la bocca…</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: right;" src="http://www.puta.it/blog/wp-content/uploads/2008/11/noi-le-gonne-non-le-allunghiamo.jpg" title="Noi le gonne non le allunghiamo" alt="prostitute" width="240" />La criminalizzazione delle squillo, comunque, non è rimasta chiusa nell’ambito dell’iniziativa della ministra dilettante. L’ampliamento dei <a href="http://omoios.blogosfere.it/2008/12/sex-workers-dalla-parte-di-preziosa-obiezione-di-coscienza-al-pacchetto-sicurezza.html">poteri attribuiti ai sindaci attraverso il decreto sicurezza</a> ha dato la possibilità ai primi cittadini di governare a colpi di ordinanze: arrivano i sindaci con la bacchetta magica, insomma, ai quali basta buttar giù due righe per rendere immediatamente operativi strumenti di cui l’Italia non si era mai dotata, dai padri della Costituzione in poi. La prostituzione, naturalmente, è stata individuata come ambito “ideale” per sperimentare i nuovi “superpoteri”, così Gianni Alemanno e altri sindaci di area berlusconiana hanno anticipato il Carfagnapensiero in ordinanze ad hoc che puniscono a suon di contravvenzioni tanto le prostitute quanto i loro clienti. Multe prima di 200 euro, poi fino a 500 a tutti coloro che adescano o si fanno adescare per strada. Un processo alle intenzioni, insomma, che utilizza come “indizi” gli abiti succinti o “contrari alla pubblica decenza”, facendo rientrare nel campo del “fuorilegge” perfino la cara minigonna. E soprattutto cavalcando l’illusione che per una prostituta sia impossibile indossare un paio di jeans, e il paradosso che la prostituzione sia solo un fatto di donne, che non esistano cioè uomini da marciapiede per i quali è superfluo – se non addirittura controproducente – il ricorso alla scollatura.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-02.png" title="Adeschiamo i diritti, manifestazione contro il DDL Carfagna - Roma, 13 Dicembre 2008" alt="prostitute" width="240" />Ma su tutto, dicevamo, quello che più salta all’occhio è la coincidenza: perché mentre a Roma le lavoratrici del sesso alzavano il loro coro di protesta da piazza Farnese, in quello stesso sabato nel Bolognese – per la precisione in due municipalità della cintura, Anzola dell’Emilia e Crespellano – due sindaci del Partito Democratico, Loris Ropa e Gianni Gamberini, facevano il loro primo esperimento con i nuovi superpoteri. Obbiettivo, naturalmente, il contrasto della prostituzione sulla via Emilia Ponente attraverso le collaudate “armi” del sindaco Gianni Alemanno. <a href="http://www.vincenzobrana.it/2008/12/20/articoli/prostitute-fuorilegge/">Multe ai clienti e alle prostitute</a>, quindi, e poco importa se il Partito Democratico – quello a cui i due sindaci sono iscritti – ha presentato una proposta alternativa a quella di Mara Carfagna e che la deputata Paola Concia fosse in piazza a manifestare con le lucciole. Poco importa anche che norme del genere applicate su fazzoletti di chilometri abbiano l’evidente ambizione di spostare semplicemente la “polvere” oltre il confine senza risolvere nulla in realtà. E poco importa perfino – nonostante gli stessi sindaci riconoscano la situazione di sfruttamento di quelle ragazze – se nel frattempo nulla si fa per far venire  a galla e punire questo sfruttamento, anzi si incentiva apertamente (un riferimento esplicito è presente nel ddl Carfagna) il ricorso all’appartamento. Dove tutto diventa invisibile, e si sa “occhio non vede, cuore non duole”. &#8220;Se vedo un sindaco del centrodestra amministrare bene io non ho alcun problema ad ammetterlo&#8221; rivela sereno Gianni Gamberini, fascia tricolore a Crespellano. Per lui quella fila di ragazze discinte sulla via Emilia, anche a ridosso delle abitazioni, non è più tollerabile. «La nostra è un’ordinanza che va incontro al malessere dei cittadini rispetto a un fenomeno che esiste da anni» spiega. «Oggi come oggi abbiamo in mano solo questo strumento» aggiunge. E lo strumento – già adottato identico a Zola Predosa e al vaglio nella municipalità di Castelfranco, nel Modenese – pare essere diventato di gran moda. Gli effetti, d’altronde, sono già evidenti: l’edizione locale del Resto del Carlino si è improvvisamente riempita di annunci di ragazze disposte a fare un po’ di compagnia, un massaggio, un po’ di coccole. E la cronaca, dall’altra parte, parla sempre più di frequente di “covi” di prostitute sfruttate all’interno di insospettabili condomini. Ma soprattutto le lucciole per strada continuano a morire, ad essere picchiate, seviziate, rapinate. Nonostante i jeans imposti dal sindaco, e con l’aggravante che ora quando una di loro si sente in pericolo non si azzarda nemmeno più a chiamare la polizia, che le farebbe quella salatissima multa che lei non può pagare. La constatazione è banale, insomma, al punto che imbarazza doverla spiegare. E imbarazza soprattutto riconoscere in chi governa a suon di ordinanze l’irresponsabilità dell’uso smodato del potere a scapito del “buon amministrare”, destinando risorse – e non proclami &#8211;  per la risoluzione dei problemi. In Norvegia ad esempio, cito da La Repubblica dell’1 gennaio, il giro di vite sulla prostituzione si è realizzato – altra coincidenza: proprio negli stessi giorni – attraverso una norma che punisce severamente i clienti, che verranno perseguiti anche se avranno fatto sesso a pagamento all&#8217;estero. Insomma il malcostume di cui parlava Lina Merlin a Oriana Fallaci quasi 50 anni fa, in Norvegia viene individuato nella domanda e non nell’offerta. Perciò si persegue anche il turista sessuale alla ricerca di minorenni, rappresentante di un fenomeno che è un vero e proprio settore di traino del turismo italiano e rispetto al quale nessun governo ha mai ritenuto di dover prendere provvedimenti. I clienti in Norvegia rischiano multe pesantissime e una condanna fino a sei mesi di carcere, che diventa di tre anni se la prostituta è minorenne. Per perseguirli la polizia potrà anche ricorrere alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Le lucciole, nel frattempo, saranno invece aiutate con progetti di recupero. Certo anche quest’approccio non parla di autodeterminazione, ma quando parla di sfruttamento sceglie la via meno ipocrita e più efficace per affrontare il problema.</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 1px solid black; margin: 10px; float: right;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2009/01/marciapiedi-fuorilegge-03.png" title="Adeschiamo i diritti, manifestazione contro il DDL Carfagna - Roma, 13 Dicembre 2008" alt="prostitute" width="240" />Un’ultima coincidenza, la più triste. L’ha sottolineata la prima volta Porpora Marcasciano del Mit in un collegamento lampo su “Annozero”, poi me l’ha fatta notare di nuovo Rossana Praitano, presidente del circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” di Roma, quando l’ho incontrata alla manifestazione in piazza Farnese. Il 24 novembre scorso Vladimir Luxuria trionfava all’Isola dei Famosi: in molti hanno parlato di un fatto “rivoluzionario”, qualcuno ha addirittura tirato in mezzo Barack Obama. Per i più si trattava della dimostrazione evidente che il popolo italiano (fatto coincidere ormai definitivamente col pubblico dei reality) stesse cambiando, maturando. Proprio in quelle ore, mentre all’Isola si stappava lo spumante per dare il benvenuto a questo “mondo migliore”, a Centocelle veniva trovato riverso sul marciapiede il cadavere di Roberta, una transessuale proprio come Vladimir, proveniente però dal Brasile e che quella notte, come tante, stava facendo la vita. Che  poi è strano chiamarla così quando poi si sa che alla fine spesso arriva una coltellata.</div>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-300-1'>Dal numero di Gennaio/Febbraio di Cassero Magazine. Puoi scaricarlo <a href="http://www.puta.it/blog/2009/01/14/queer/cassero-magazine-gennaio-febbraio-2009/">qui</a>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-300-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-300-2'>La piattaforma politica della manifestazione <a href="http://www.puta.it/blog/2008/11/24/polis/adeschiamo-diritti-manifestazione-nazionale-contro-il-ddl-carfagna-sulla-prostituzione-roma-sabato-13-dicembre/">Adeschiamo i diritti</a> <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-300-2'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
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		<title>Aprite bene le narici</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Nov 2008 12:33:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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<em>In distribuzione il <a href="http://www.cassero.it/show.php?1460">nuovo numero</a> di <a href="http://issuu.com/casseromag">Cassero Magazine</a>. Eccovene un assaggio</em></div>
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<p class="first-child "><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.puta.it/blog/wp-content/uploads/2008/11/rivista_cassero_novembre-dicembre-2008-copertina.jpg" title="La copertina di Cassero Magazine" alt="La copertina di Cassero Magazine" width="240" /><span title="R" class="cap"><span>R</span></span>adio accesa, metà mattina: “Leggiamo il messaggio di un ascoltatore: Ciao a tutti ho 23 anni e non so come dire ai miei genitori che sono gay. So già come la pensano e ho paura che mi sbattano fuori di casa”. La speaker – di circa 35 anni si direbbe dalla voce – non ha dubbi: “Beh mettiti in contatto con Franco Grillini oppure rivolgiti a uno psichiatra (?!?) per una terapia di gruppo”. Grazie regia, via al prossimo brano.</p>
<p>Eugenio Scalfari, ospite di Daria Bignardi a <a href="http://www.la7.it/approfondimento/dettaglio.asp?prop=invasioni&#038;video=17660">Le Invasioni barbariche</a>, ha raccontato dei suoi esordi sulla carta stampata, di quando cioè scriveva sul giornalino universitario dei fascisti. Perché Scalfari all’origine era un fascista, lo ammette senza problemi: “è stato come un vaccino – spiega – ora la puzza del fascismo la sento da lontano”. E in questo periodo la sente?, gli chiede la Bignardi. “Ogni giorno di più” risponde lui.</p>
<p>Scalfari ha ragione, di questo noi al Cassero siamo convinti: il fascismo è un miasma e l’odore di questi tempi rende l’aria irrespirabile.</p>
<p>Puzza la radio, quella che accendi la mattina e che improvvisa soluzioni astruse al “problemino” di un ascoltatore, omettendo di evidenziare, ad esempio, che il problema più che lui ce l’hanno i suoi genitori. A loro, eventualmente, servirebbe la terapia di gruppo.</p>
<p>Puzzano gli schermi televisivi in cui La Russa e Feltri insultano il direttore de <a href="http://www.unita.it/">l’Unità</a> col linguaggio greve del balilla che vuole smanazzare sotto la gonna della figlia della lupa, convinto – e guai a dargli torto – di averne diritto. D’altronde il “leader” Berlusconi, nella sua improvvisata serale al Bagaglino qualche settimana fa, ha indicato la via: “Due uomini entrano in un bar – ha raccontato ilare – uno dice all’altro: guarda quella stangona bionda, me la farei&#8221;. E l’altro: &#8220;veramente è mia moglie&#8221;. La precisazione del primo: &#8220;pagando, s’intende&#8221;. </p>
<p>Al Salone Margherita si scompisciavano dalle risate, racconta il <a href="http://www.corriere.it/">Corriere della Sera</a>, noi dal <a href="http://www.cassero.it/">Cassero</a> sentivamo la puzza. </p>
<p>La stessa puzza del museo di Bolzano, che ha appena fatto fuori la direttrice Corrine Diserens che aveva esposto l’opera di Martin Kippenberger: una ranocchia crocefissa. E fa puzza un disegno di legge sulla prostituzione che si mette a giocare a guardie e ladri (ma chi è il vero ladro?) e che non riesce a parlare di autodeterminazione. Puzza il divieto ai piercing nella zona genitale imposto dalla giunta Cofferati adeguandosi alle regole dettate dall’azienda sanitaria. Senza discutere, come se le Asl non facessero politica, come se l’esempio che vi racconto tra qualche pagina, quello del sito aids.it, non fosse già di per sé sufficiente a iniziare a guardare a certe cose con sospetto.</p>
<p>Puzza la Binetti, che ve lo dico a fare. Puzza al punto da trasmettere l’olezzo in tutto il suo partito, che il Cassero si rifiuterà di appoggiare – alle amministrative, alle europee, alle politiche – finché all’onorevole teodem non verrà ritirata la tessera. Quello che ha detto questa volta manco ve lo raccontiamo, per non sprecare il nostro inchiostro e le nostre pagine, e tutelare entrambi da tanta mostruosità.</p>
<p>Piuttosto – in full color in quarta di copertina – mostriamo fieri “Conciati per le feste”: un contenitore ludico, un sollazzo. Ma innanzitutto un esercizio di autodeterminazione, un “gioco col corpo” realizzato con la preziosa complicità dello staff di Orea Malià: peli pubici agghindati da acconciatori di gran grido. Per dire che il corpo è mio e me lo gestisco io. Eventualmente assieme a uno staff di estetisti e parrucchieri. Vediamo in quanti coglieranno il gioco, e quanti invece si metteranno a gridare scandalizzati da una vagina. Dall’odore intenso, mi raccontano le amiche lesbiche. Tutt’altra cosa rispetto alla solita puzza.</p></div>
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		<title>Italo odia i froci e ama il suo camerata</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Sep 2008 20:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vincenzo Branà</dc:creator>
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		<title>Gay di destra?</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Sep 2008 19:31:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[INTERVISTA A MARCO FRAQUELLI1
Ermanno Lavorini aveva appena dodici anni quando fu trovato sotterrato nella sabbia della spiaggia di Marina di Vecchiano, a Viareggio. &#8220;Ucciso da quel giro di gay che batteva nella pineta vicino alla spiaggia&#8221; fu la prima – all’inizio incontestabile  – versione dei fatti tracciata dalla giustizia e dai media scatenati in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div align="left"><strong>INTERVISTA A MARCO FRAQUELLI<sup class='footnote'><a href='#fn-145-1' id='fnref-145-1'>1</a></sup></strong><br />
<em>Ermanno Lavorini aveva appena dodici anni quando fu trovato sotterrato nella sabbia della spiaggia di Marina di Vecchiano, a Viareggio. &#8220;Ucciso da quel giro di gay che batteva nella pineta vicino alla spiaggia&#8221; fu la prima – all’inizio incontestabile  – versione dei fatti tracciata dalla giustizia e dai media scatenati in quel lontano 1969. In realtà – ma questa realtà venne fuori solo nelle successive fasi di giudizio, a partire dal 1976 – Lavorini era stato vittima di un sequestro a scopo estorsivo messo in piedi dai ragazzi del Fronte monarchico giovanile di Viareggio, gli stessi  adolescenti che frequentavano il battuage vicino alla spiaggia. Quel caso, passato alla storia delle cronache italiane come il primo kidnapping ma anche come primo caso di eversione additato dalla giustizia, è una delle rarissime brecce attraverso le quali si è intravista in Italia una sovrapposizione tra movimenti di estrema destra e omosessualità. Solo in quel caso, in sostanza, in Italia si parlò di militanti di estrema destra omosessuali, giovani che come Italo<sup class='footnote'><a href='#fn-145-2' id='fnref-145-2'>2</a></sup>, il puraido della campagna del Bologna Pride, &#8220;odiano i froci ma amano il loro camerata&#8221;. Il caso di Ermanno Lavorini è una delle tappe del rigoroso excursus che Marco Fraquelli, milanese e studioso della cultura di destra, ha incluso nel suo saggio &#8220;Omosessuali di Destra&#8221; edito da Rubbettino. Nelle duecento pagine del volume si passa in rassegna  una varietà di ritratti storici, documenti e testimonianze per rintracciare, da fine Ottocento fino ai giorni nostri, il contraddittorio interconnettersi di omosessualità e ideologia nazifascista.</p>
<p class="first-child "><strong><span title="M" class="cap"><span>M</span></span>ercoledì 17 settembre alle ore 21.00 presso lo stand Suffragio omosessuale del Cassero alla Festa dell&#8217;Unità di Bologna non mancate all&#8217;incontro con l&#8217;autore Marco Fraquelli e Franco Grillini, e con la presenza di Luca De Santis e Sara Colaone, autori di <a href="http://www.puta.it/blog/2008/06/24/queer/bologna-pride-in-italia-sono-tutti-maschi-doppio-appuntamento-libro-mostra/">In Italia son tutti maschi</a>.</strong></em></div>
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<p><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/09/gay-destra.jpg" alt="gay di destra" title="La copertina del libro OMOSESSUALI DI DESTRA" width="240" /><strong>Dottor Fraquelli, quando ha messo in cantiere questo saggio chi immaginava fosse il suo lettore, un curioso di sinistra o un omosessuale di destra?</strong></p>
<p>&#8220;Ecco come iniziare un’intervista dicendo subito una banalità: immaginavo che il mio lettore fosse un curioso, e basta… Scherzi a parte, il libro nasce da un mio preciso interesse culturale, che è quello della analisi della Destra, e della Destra radicale in particolare. Ho cercato nei miei libri, a cominciare dal primo su Julius Evola e poi con quello dedicato ai no-global di destra, di esplorare tematiche poco conosciute. Il rapporto contraddittorio tra estrema Destra e omosessualità mi sembrava un tema coerente con questa mia ricerca.&#8221;</p>
<p><strong>&#8220;Meglio fascisti che froci&#8221; diceva qualche anno fa Alessandra Mussolini. Eppure il suo libro racconta che in diversi casi i fascisti – e ancor di più i nazisti – erano omosessuali. Insomma fascisti=froci. Proprio quest’equazione, che contraddice con l’evidenza uno degli assunti cardine della destra omofoba, era rappresentata nella campagna comunicativa del Bologna Pride dal personaggio di Italo, che &#8220;odia i froci ma ama il suo camerata&#8221;. Paradossalmente, però, Italo anziché far saltare sulla sedia Alessandra Mussolini, ha sollevato reazioni indignate nell’ala di estrema sinistra del movimento gaylesbico, e <a href="http://www.vincenzobrana.it/2008/07/09/lgbtq/dellintervento-di-sabina-guzzanti-al-no-cav-day/">perfino Sabina Guzzanti</a>, &#8220;alfiere&#8221; dei delusi a sinistra, si è scagliata contro quella campagna dal palco di piazza Navona. Lei come spiega questo cortocircuito?</strong></p>
<p>&#8220;Confesso che davvero non capisco la reazione della Guzzanti, nei confronti del Pride in generale, e nello specifico nei confronti dell’immagine di Italo che lei cita (che trovo straordinariamente ironica, anzi, le confesso che ne tengo addirittura una copia sulla scrivania, e millanto che l’idea sia venuta al grafico dopo aver letto il mio libro&#8230;). Stessa cosa per la Bertozzo e compagni. Non so, mi verrebbe da dire che chi ha avuto reazioni indignate forse ha guardato con molta superficialità al volantino, ha equivocato… O forse – con meno superficialità e più  integralismo – ha voluto esprimere dissenso verso una linea, quella della sinistra gay meno estrema, di voler promuovere una politica più ecumenica nei confronti dei gay di destra… In fondo il camerata Italo è sì trattato con molta ironia, ma, tutto sommato, anche come soggetto che merita, in qualche modo, attenzione, una attenzione che forse ha potuto dar fastidio. Specie se la si guarda prevenuti. Io, per esempio, ho colto molto di più l’ironia e la provocazione. Ma in fondo ho pur sempre scritto un libro sugli omosessuali di destra…&#8221;</p>
<p><strong>La Berlino di inizio Novecento, quella in cui a poco a poco prese forma il nazionalsocialismo, era una città a misura di gay: 30 bar omosessuali nei primi anni del secolo, centotrenta addirittura nel 1933. Poi però arrivarono le persecuzioni, i campi di concentramento, lo sterminio. Quali furono i fattori che determinarono quell’improvviso cambiamento?</strong></p>
<p>Indubbiamente il regime nazionalsocialista ha una decisiva responsabilità in quello che lei giustamente indica come radicale e traumatica inversione di tendenza (dalla tolleranza più aperta alla repressione del fenomeno omosessuale). In generale, ma il grande storico George Mosse lo ha spiegato molto meglio di me, si trattava di intervenire in difesa di un perbenismo e di una ortodossia comportamentale fondamentali nel sistema valoriale alle basi dello Stato nazista. Tutta la retorica della razza pura &#8211; e l’esigenza di promuovere una forte crescita di questa razza, collegata alle mire espansionistiche hitleriane &#8211; non potevano certo tollerare comportamenti sessuali che, all’opposto, si rivelavano necessariamente sterili. In questo senso è esemplare il discorso (che riporto quasi integralmente nel libro) che il vice di Hitler, Himmler, tenne nel 1937, a porte chiuse, ai gerarchi nazisti, e intitolato significativamente &#8220;Pericoli  razziali e biologici dell’omosessualità&#8221;. In realtà, tuttavia, il processo repressivo si snoda nel corso degli anni. Si tratta di una vera e propria escalation che parte dall’episodio della liquidazione, avvenuta nel 1934, dell’omosessuale Roehm e delle sue SA (ancorché, come spiego nel libro, l’omosessualità fosse solo un pretesto per coprire ragioni politiche) per arrivare ai lager. In fondo, per fare un parallelo, un po’ come avvenuto con la &#8220;soluzione finale&#8221; del problema ebraico: l’olocausto, la Shoa, è solo l’ultimo stadio di un lungo processo di vessazioni, discriminazioni, violenze.&#8221;</p>
<p><strong>In molti dei ritratti presenti nel suo libro sembra di cogliere la distinzione tra l’omoerotismo, cioè una pratica sessuale, e l’omosessualità intesa come riconoscimento identitario. Insomma il sesso tra uomini in molti casi era tollerato a patto che non minasse la virilità, che non corrompesse l’identità dell’uomo e la sua capacità di ricoprire, in società, i ruoli del &#8220;maschio&#8221;. Lei a che punto posizionerebbe, nel passato e oggi, il discrimine tra pratica e identità nell’omosessualità di destra?</strong></p>
<p>&#8220;Nel libro parto da un presupposto: a mio parere l’omosessualità riguarda esclusivamente l’orientamento sessuale di una persona, e non l’identità. Lei fa però questa distinzione, una distinzione che un suo collega mi faceva proprio tempo fa, sostenendo che essere omosessuale significa esprimere la propria sessualità; essere gay significa esprimere la propria identità. E mi faceva anche dei confronti: Zeffirelli è omosessuale, Cecchi Paone è Gay. Mishima era omosessuale ecc. Per dire che un omosessuale non parteciperebbe mai a un Gay Pride, il gay sì. Insomma, al di là del fatto che non sono convintissimo di questa distinzione (che pure trovo del tutto interessante e profonda), devo riconoscere che può, in qualche modo, servire proprio a rispondere alla sua domanda: è vero, sin dall’antichità si è posta questa distinzione; tutto si poteva fare – a livello sessuale – purché non si intaccasse l’immagine virile. Certo vi sono diverse tradizioni. Come scrivo nel libro, mentre in Grecia prevale la pederastia e, dunque, una concezione in fondo più aperta (anche se non dobbiamo pensare, come molti erroneamente fanno, che l’omosessualità fosse normalmente accettata…) dell’omoerotismo, con valenze persino filosofiche e pedagogiche, a Roma prevale la tradizione dello stupro tribale e, dunque, dell’atto omosessuale come manifestazione di potenza – per chi lo perpetra – e di umiliazione, sottomissione – per chi lo subisce. Questo comporta, come dice lei, lo stratificarsi di una tradizione che, per semplificare, distingue nettamente l’omosessualità attiva da quella passiva. Con la prima in fondo più tollerata, e la seconda meno. Più tollerata la prima a patto, comunque, che non venisse sbandierata. In questo credo che la Sinistra – che pure per secoli e fino a tempi a noi vicini non era certo indenne dall’omofobia – si sia evoluta. Non mi pare la Destra abbia fatto altrettanto. Sia a livello radicale che più moderato. Per stare in casa nostra, oggi anche Fini riconosce che in fondo uno del proprio sesso può farne ciò che vuole, purché la cosa rimanga confinata tra le mura di casa…&#8221;</p>
<p><img class="alignleft" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/09/italo-fronte.jpg" alt="italo" title="Italo odia i froci ma ama il suo camerata" width="240" /><strong>La presenza del Vaticano nel territorio italiano è da molti considerata come il motivo principale della difficoltà del nostro Paese a &#8220;laicizzare&#8221; la politica. Che peso ebbe la cultura cattolica nel cristallizzarsi dell’istanza omofobica nei movimenti di estrema destra in Italia e all’estero?</strong></p>
<p>&#8220;La presenza del Vaticano, e la conseguente straordinaria predominanza della religione e della cultura cattolica in Italia hanno certamente contribuito in maniera determinante ad alimentare e a cristallizzare l’omofobia. Per carità, chiaro che oggi (ma anche molto tempo fa) la Chiesa non pensa più ai roghi. Siamo davvero in un altro universo. Vorrei dire che c’è – oggettivamente – molta più “carità” cristiana nell’affrontare il tema. Ma la Chiesa, si sa, fa il suo mestiere, e non può certo accettare il fenomeno. Per rispondere più specificamente alla sua domanda, devo dire che certamente la Destra italiana (sia storicamente, ossia con riferimento al Fascismo, sia attualmente), sposando la religione cattolica si è trovata del tutto sulle sue posizioni omofobe. Posizioni, ripeto, che oggi per fortuna non sono più – per la maggior parte – di natura repressiva, ma che permangono. Semmai, e questo mi sembra il dato più rilevante, andrebbe considerata un’altra influenza che la Chiesa, a mio parere, ha esercitato sulla Destra. Per esempio, per storicizzare, sul Fascismo, ed è l’influenza dell’ipocrisia. Sull’ipocrisia di buona parte del mondo clericale (sarebbe ingiusto generalizzare) nei confronti dell’omosessualità mi sembra ci sia poco da confutare: non mi riferisco solo al tragico fenomeno della pedofilia, ma, insomma, è tradizionalmente noto il tema dell’omoerotismo presente nei seminari, ecc. Eppure, guai a parlarne. Allo stesso modo, il Fascismo si rese protagonista di un approccio assolutamente ipocrita nei confronti dell’omosessualità (salvo alcune derive repressive, del tutto marginali rispetto all’esperienza nazista). Tanto per darle un dato incredibile, ricordo, anche nel libro, che la sera prima della pubblicazione, dal Codice Penale fascista (il Codice Rocco), venne tolto l’articolo che puniva i reati dell’omosessualità. Liberalità del regime? Nemmeno per idea, il concetto era un altro: inserire un simile articolo avrebbe significato dover dire pubblicamente al mondo che anche in Italia esisteva il problema degli omosessuali… In altri Paesi, per chiudere e risponderle, meno influenzati dalla religione cattolica, al di là dei fenomeni repressivi, vedi la Germania, la Destra ha sempre mostrato meno ipocrisia. Che non voleva dire ovviamente tolleranza, al contrario, purtroppo violenza repressiva.&#8221;</p>
<p><strong>&#8220;L’Italia corre il rischio di un ritorno al fascismo&#8221;, denunciava qualche settimana fa Famiglia Cristiana attaccando frontalmente le scelte del governo Berlusconi. Condivide questo monito? Secondo lei contiene un allarme anche rispetto al tema dell’omofobia?</strong></p>
<p>&#8220;Guardi, tutti conoscono le mie posizioni politiche, il mio retroterra, ecc. Non ho mai votato, né mai voterò Berlusconi o partiti di Centro-Destra. Devo però ammettere che l’uscita di Famiglia Cristiana mi sembra eccessiva. Non lo dico solo perché, da studioso del Fascismo, ne faccio una questione nominalistica. Credo davvero che la situazione non sia così drammatica. Certo vivo con inquietudine alcune iniziative, e ho sempre il terrore che la Lega possa convincere il Governo a stravolgere la Costituzione, come aveva cercato di fare in passato… Ma paragonare Berlusconi a Mussolini mi sembra un po’ forzato (anche se si tiene accanto alcune &#8220;macchiette&#8221; che potrebbero ricordare gli Starace…). E credo anche, personalmente, che sia un errore sopravvalutare il potere &#8220;ducesco&#8221; di Berlusconi. Un errore, peraltro, che mi sembra la Sinistra abbia pagato… Stessa cosa per quanto riguarda l’omofobia. Un conto è opporsi alle unioni di fatto, altro discriminare pesantemente le persone in base alla loro omosessualità. Poi è chiaro che esistono episodi che contraddicono la mia visione. E’ chiaro che allo stilista si &#8220;perdona&#8221; la sua gaiezza, e all’idraulico o allo sportellista della banca meno; è vero che ancora oggi – penso a piccole realtà provinciali  e non solo &#8211; molti giovani omosessuali devono fare i conti con la grettezza che li circonda, se non con l’umiliazione, ecc. Ma mi sembrerebbe eccessivo parlare di una omofobia generalizzata.&#8221;</p>
<p><strong>Anche Madonna durante la sua prima tappa del tour mondiale a Cardiff, in Galles, davanti a 40mila persone, durante la canzone Get stupid ha fatto proiettare i volti di McCain, Hitler e di Robert Mugabe, il presidente dello Zimbawe considerato un dittatore sanguinario, associati con immagini di distruzione e inquinamento. Che effetto le fanno questi messaggi?</strong></p>
<p>&#8220;Mi rifaccio un po’ a quanto dicevo prima. Secondo me non è proiettando la faccia di McCain accanto a quella di Hitler che si raccoglie consenso per i Democratici. Purtroppo la politica ha regole ben più ciniche che non le emozioni. E in fondo regole anche più complesse. Noi siamo figli di una generazione che ha conosciuto un fenomeno devastante, che è il marketing. E il marketing cosa ti dice? Che, in fondo, promuovere il detersivo o l’antitumorale, un libro di qualità o un politico è la stessa cosa. Ecco allora che si può promuovere una marca di abbigliamento mostrando gente che muore di Aids. Chi si rende protagonista di queste iniziative crede di essere provocatore, anticonformista. In realtà si rende solo &#8216;esecutore&#8217; della Legge Universale del Marketing.&#8221;</p>
<p><strong>In &#8220;Omosessuali di destra&#8221; un intero capitolo è dedicato all’Aids. Quanto fu diversa la reazione all’esplosione di quell’epidemia a destra e a sinistra?</strong></p>
<p>&#8220;Confesso che è una domanda a cui non so rispondere. Nel mio libro cito un caso, ma è appunto un solo caso, quello di un gruppo di medici francesi estremisti di Destra, il Gruppo Positif, che pubblicava un periodico &#8220;Sida tout va bien&#8221;, che attaccava costantemente la medicina ufficiale (sostenendo peraltro che l’Aids era frutto di una sorta di complotto globale perpetrato dalle potenze capitalistiche), ma che, soprattutto, portava avanti una battaglia perché i posti in ospedale fossero riservati solo ai francesi colpiti dall’Aids e non agli stranieri presenti in Francia…&#8221;</p>
<p><img class="alignright" style="border: 0px solid black; margin: 10px; float: left;" src="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/09/italo-retro.jpg" alt="italo" title="Italo odia i froci ma ama il suo camerata" width="240" /><strong>L’ultimo capitolo del saggio è dedicato a GayLib, l’associazione italiana di omosessuali di centrodestra. Il suo fondatore, Enrico Oliari, proviene dagli ambienti dell’estrema destra. Con lui, però, a creare l’associazione nel 1977 c’erano anche Alessandro Gobbetti, divenuto poi leader di Arcigay Ancona, Marco Jouvenal, proveniente dal collettivo F.U.O.R.I, e Marco Volante, oggi portavoce di GayLeft e membro un tempo della consulta lgbt dei Democratici di Sinistra. Insomma in Italia, tra i gay, c’è un trasformismo politico singolare&#8230;</strong></p>
<p>&#8220;Ma, non so fino a che punto si possa parlare di trasformismo… Ho aperto l’intervista con una banalità e mi avvio a chiuderla con un’altra banalità: come le dicevo, io parto dal presupposto che l’omosessualità riguarda l’orientamento sessuale della persona, non ne identifica l’identità. Questo mi serve soprattutto per dire come, a mio parere, non ci sia da stupirsi se un omosessuale decide di sposare un’ideologia come quella della Destra. Non mi stupisce se esiste un geometra gay, o un docente universitario gay, o se un gay ha la passione per i francobolli… perché non dovrebbe esistere un gay di Destra? (Poi, se devo dire fino in fondo quel che penso, è che trovo comunque strana questa possibilità. Abbracciare l’ideologia che, in qualche modo, ha prodotto l’omocausto è un po’ come se Obama fosse un tifoso del Ku Klux Klan. Ma passi). Ecco, se noi ci liberiamo da questo pregiudizio possiamo analizzare i vari riposizionamenti politici delle persone come meritano, e cioè come semplici cambiamenti di idee. Certo, dice lei, la componente omosessuale delle persone che cita non è del tutto secondaria, e ha ragione. Ma, ripeto, secondo me non così rilevante, dal punto di vista identitario, da  esaurirne, appunto, la personalità.&#8221;</p>
<p><strong>Infine una previsione: chi metterà secondo lei la firma in calce alla prima legge italiana sulle unioni civili, il governo Berlusconi o un governo di centrosinistra?</strong></p>
<p>&#8220;Escluderei il Governo Berlusconi. Escluderei anche un Governo di Centro-Sinistra, fintanto che la Sinistra continuerà a sopravvalutare (perché per me si sopravvaluta) il peso dell’elettorato cattolico italiano. Faccio però una previsione &#8211; e mi spiace chiudere in maniera così pessimistica questa piacevole conversazione. Io ho 51 anni, e mi auguro di vivere ancora almeno 30 anni (e se smettessi di fumare forse ne avrei anche la possibilità…): sono convinto che morirò senza aver visto nascere una legge sulle unioni civili…&#8221;</p></div>
<div class='footnotes'>
<div class='footnotedivider'></div>
<ol>
<li id='fn-145-1'>Pubblicata sul numero di <a href="hhttp://www.puta.it/blog/2008/09/19/queer/cassero-magazine-settembre-ottobre-2008/">Settembre/Ottobre di Cassero Magazine</a>. <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-145-1'>&#8617;</a></span></li>
<li id='fn-145-2'>Guarda l&#8217;<a href="http://www.vincenzobrana.it/wp-content/uploads/2008/09/italo.jpg">Italo originale</a> della campagna del Bologna Pride <span class='footnotereverse'><a href='#fnref-145-2'>&#8617;</a></span></li>
</ol>
</div>
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