Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Rosy Bindi, il riso e le questioni di “stile”

LA CONTESTAZIONE
Qualche riflessione sul rice bombing delle associazioni lgbt alla Festa dell’Unità di Bologna

Rosy BindiC’è una parola che proprio mi sorprende nel commento con cui oggi Andrea Chiarini, dalle pagine di Repubblica, “boccia” la contestazione delle associazioni lgbt nei confronti di Rosy Bindi, l’altra sera alla Festa dell’Unità di Bologna. Quella parola, inclusa nel titolo, è “stile”: “Attacco senza stile alla Bindi” è, per l’esattezza, la frase che compare in prima pagina. Non mi era mai successo di misurare una protesta secondo questo parametro: in altre parole, non mi ero mai chiesto finora se le dade degli asili- coi loro mestoli e i loro valzer – avessero più o meno stile degli immigrati coi loro cartelli, o degli operai appesi sulle gru. Non ho mai pensato di farne una questione di stile e non capisco perché a una protesta del mondo lgbt sia richiesto di fare una valutazione di “stile”. Ma tant’è.

Lo “stile”, però, non è l’unica nota stonata – secondo me – in quel commento.

Chiarini dice che quella protesta è stata – se non violenta – quantomeno “invasiva, eccessiva, sopra le righe”. Dice che se la contrarietà al matrimonio gay fosse stata espressa da un altro big del Pd, magari maschio, non avrebbe sollevato questa reazione. E dice anche che in definitiva “non è stato altro che uno spot, un po’ triste, per guadagnare un po’ di visibilità”.

Il giudizio è di quelli spietati, insomma. E merita un ragionamento serio e approfondito.

Innanzitutto: le associazioni lgbt hanno accolto Rosy Bindi con due azioni massicce e simultanee, la prima diretta alla persona della presidente del Pd (un rice&glitter-bombing) e la seconda diretta al pubblico che guardava e che l’attendeva in sala dibattiti (un volantinaggio). Cosa diceva il volantino? Diceva che la Bindi mente quando sostiene che il matrimonio gay è incostituzionale. E, soprattutto, spiegava il perché, articolando in linguaggio semplice e diretto 8 argomentazioni redatte con la preziosa consulenza di un magistrato. Perché parlare di Costituzione è cosa seria, non si può tollerare oltre quell’abuso che Rosy Bindi fa di spazi mediatici senza contraddittorio (nessun giornalista si è mai sognato di chiederle: scusi, in che punto andrebbe cambiata la Carta?) per diffondere, oltre a una grave mistificazione, il fantasma di una Costituzione omofoba. La Costituzione italiana, invece, è come tutte le altre Carte costituzionali dell’Occidente, del tutto simile a quella dei Paesi in cui a gay e lesbiche è consentito il matrimonio. E questo andava detto.

Detto a chi? A Rosy Bindi? Io credo assolutamente no, ma il fatto è che ci abbiamo anche provato: la Presidente del Pd è venuta a contatto con le associazioni lgbt, nelle passate settimane, a Roma, a Torino, a Genova, a Ferrara. La Bindi, in quelle occasioni, ha risposto con frasi tipo: “rimpiangerete le unioni civili”, “se non vi va bene andatevene in un altro Paese”, “il matrimonio è degli eterosessuali, abbiate un po’ di FANTASIA e createvi un vostro istituto giuridico”. (Quest’ultima è la più paradossale, un po’ come rispondere alle suffragette : “Il voto è dei maschi, inventantevi un altro modo per far valere le vostre idee”). Quindi chiedo: di quale cultura del dialogo stiamo parlando?

Anche alle associazioni lgbt bolognesi era stata offerta dai dirigenti del Pd una possibilità di incontro e confronto con Rosy Bindi, prima del dibattito in Sala centrale: è stata drasticamente rifiutata. Perché – non prendiamoci in giro – Rosy Bindi non cambia idea se io e tre amiche andiamo a spiegarle quello che già ripetutamente non ha voluto ascoltare, partorendo risposte livorose in stile (sic!) Giovanardi. E soprattutto non è alla Bindi che bisogna parlare: il volantinaggio infatti era rivolto alla gente, ai passanti, agli elettori e alle elettrici. Perché bisogna polverizzare il consenso di chi in politica fa il gioco sporco, proprio come Rosy Bindi, che brandisce (a sproposito) la Costituzione contro i gay e le lesbiche mentre è pronta a ricandidarsi facendosi beffa dello statuto del suo partito. Bisogna chiedere alla società civile di voltare le spalle a chi – dopo sei legislature in Parlamento – non sente il peso né la corresponsabilità del degrado in cui versa questo Paese. Anche – anzi soprattutto – in tema di diritti civili.

Quel volantinaggio a tappeto, insomma, era un’operazione indispensabile e urgente di controinformazione. Come renderla il più efficace possibile, facendole oltrepassare i confini fisici del Parco Nord? Dando in pasto ai media – nel frattempo – un’azione fragorosa ma istantanea, sorprendente e non violenta. Ripeto: non violenta. Perché il riso non è una molotov e fino a prova contraria lo si usa ancora, per le nozze, all’uscita di municipi e chiese. L’inevitabile parapiglia avrebbe costretto chiunque a cercare in quel volantino la risposta alla domanda: “Che succede?”. E lo stesso avrebbero fatto, presumibilmente, gli operatori dell’informazione.

Insomma: serviva visibilità, certo, ma non fine a se stessa.

Va detto anche che il glitter bombing è una pratica di contestazione molto usata dal movimento lgbt negli Stati Uniti e che ottiene l’effetto immediato di costringere i politici omofobi a tenere comizi e discorsi pubblici con viso, abiti, capelli pieni di brillantini. Esiste innanzitutto una differenza sostanziale tra le pratiche dei movimenti e quelle dei partiti: in Italia – dove i parlamentari fanno iniziative di legge popolare e la cosiddetta società civile è legata da una serie di vasi comunicanti al mondo dei partiti – questa distinzione l’abbiamo un po’ persa. Vale la pena recuperarla e tenerla bene a mente, perché far mettere giacca e cravatta ai movimenti è un atto di impoverimento per tutti.
“Be gay!” urlano gli attivisti lgbt in America, mentre lanciano i brillantini, vessili di uno stereotipo che – in quanto tale – è primo motivo scatenante del cortocircuito omofobico. Rosy Bindi ha dimostrato di soffrire così tanto questo stereotipo che ha cercato in tutti i modi di cancellarne le tracce prima di ricomparire in pubblico. E una volta arrivata sul palco ci ha tenuto a precisare: “Approfittatene perché non mi vedrete più così”. A me questo è sembrato molto significativo.

Ma soprattutto: Rosy Bindi è stata presa di mira in quanto donna? No, assolutamente. Rosy Bindi è stata presa di mira in quanto “donna di potere”, anzi “persona di potere”, presidente di una Commissione che ha partorito un documento retrogrado e di un Partito che in Italia sposta la sinistra su posizioni, che in Europa, stanno a destra. Quando Rosa Parks, nel 1955, si rifiutò di cedere il posto in autobus a un bianco, non lo fece perché altrimenti non sarebbe arrivata a destinazione: in piedi o seduta, lei avrebbe comunque raggiunto la sua fermata, nel primo caso però lo avrebbe fatto da “diversa”. “Rubo” questa argomentazione a uno degli avvocati delle Rete Lenford perchè l’ho sempre trovata lampante: nell’atto di Rosa Parks sta l’idea di fondo del pensiero democratico, chi ribadisce e circoscrive delle differenze sta fuori da questo tracciato. Il Partito Democratico, quindi, in tema di unioni tra persone dello stesso sesso, proponendo un istituto ad hoc anziché estendere il diritto al matrimonio, tradisce il suo nome, il suo pensiero fondante, l’idea di uguaglianza che in tutto il mondo i democratici inseguono.
Inoltre: c’erano uomini e donne lunedì sera a lanciare il riso, uomini e donne a riceverlo, non ne farei una questione di genere, piuttosto allargherei lo sguardo e farei caso al fatto che forse Rosy Bindi è la prima donna al mondo vittima di glitter bombing, perché tutti gli altri – mi pare di ricordare – erano uomini.

Ieri sera il senatore Ignazio Marino (Pd), intervistato su Rainews a proposito dei controlli sui bilanci dei gruppi parlamentari, ha detto: “Bisogna stare attenti, qui la gente inizierà a prendere in mano i forconi”. La stessa frase l’aveva detta anche Lilli Gruber a “Otto e mezzo” un po’ di tempo fa. Entrambi concludevano: “E hanno ragione”. In effetti la situazione in Italia è spesso incandescente negli ultimi tempi: perciò collocherei un rice-bombing nel posto che gli è più proprio, senza attribuirgli l’aggressività che non ha, e distinguendolo chiaramente da una rivolta armata di forconi. Perchè – dicono Marino e la Gruber – sta arrivando pure quella. Ed è nell’interesse di tutte e tutti cogliere le similitudini ma anche le tante differenze, senza fare confusione.

Il dibattito sulle unioni omosessuali in Italia: un po’ di storia

Sto preparando una mostra per il Cassero che racconti il ritardo italiano in tema di unioni omosessuali. Ecco una prima tappa di questo lavoro.

Prima il degrado, ora l’enclave della cultura “alta”: la Manifattura delle Arti raccontata Oltreoceano

L’INTERVISTA
é uscito negli Stati Uniti un saggio che analizza l’intervento di riqualificazione urbana nel cuore del Quartiere Porto, a Bologna. L’autrice è Giorgia Aiello, ricercatrice dell’Università di Leeds, cresciuta proprio in quel quartiere.
(Pubblico di seguito la versione integrale dell’intervista. Qui trovate invece il pdf della versione “short” pubblicata sull’Informazione di Bologna il 31/12)

La Manifattura delle Arti - BolognaChiedere a una ex residente del Quartiere Porto di Bologna un giudizio sull’area in cui ha vissuto può far pensare a una sorta di regolamento di conti, o almeno a un giudizio di parte. Ma se questa ex residente è Giorgia Aiello, ricercatrice confermata presso l’Institute of Communication Studies dell’Università di Leeds, uno dei più prestigiosi atenei britannici, dove dirige il corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione, il pregiudizio naturalmente si dissolve. Specie se si considera che Aiello è autrice di un saggio pubblicato la scorsa estate nella rivista statunitense Western Journal of Communication e che parla proprio del quartiere in cui è vissuta.

Dottoressa Aiello, il suo articolo racconta Oltreoceano l’intervento di riqualificazione della Manifattura delle Arti (MdA): dall’essere una “ferita” di degrado a ridosso delle mura cittadine, ora – lei dice- è una sorta di enclave della cultura alta, un luogo che vuole rappresentare a distanza un po’ la “vecchia bologna”   e un po’ il fermento della produzione culturale, utilizzando gli stilemmi tipici della globalizzazione. Insomma, suona quasi come una bocciatura….

«No, non si tratta di una bocciatura…piuttosto di un’osservazione approfondita, che ho voluto fare con gli strumenti che avevo a mia disposizione: la mia storia personale, la sociologia visuale, e metodologie di stampo etnografico e semiotico. Sono nata e cresciuta a ridosso dell’Ex Manifattura Tabacchi, e lì sono rimasta fino al 2002, anno in cui mi sono trasferita negli Stati Uniti per gli studi di dottorato. Già dal 2003, quando l’Ex Manifattura Tabacchi è stata ufficialmente ribattezzata ‘Manifattura delle Arti’, ho cominciato ad osservare con interesse il cambiamento della zona. E soprattutto, con l’aiuto di moltissime passeggiate , ho cominciato a pensare alle implicazioni di questo cambiamento. Durante gli studi di dottorato in America, mi sono interessata al rapporto fra comunicazione e ambiente urbano. In quegli anni, ho pubblicato alcuni saggi su contesti nordamericani ed europei, ho fatto ricerca su varie capitali europee della cultura, e ho anche co-diretto il progetto Urban Archives, un archivio digitale con oltre 2000 immagini dei vari aspetti comunicativi che si possono osservare nelle città. Fra il 2009 e il 2010 ho dunque deciso di estendere questo tipo di ricerca al mio quartiere di nascita, e ho scattato quasi 300 fotografie della Manifattura delle Arti, che ho poi ho usato come dati. E non è un caso che abbia deciso di condurre questa ricerca proprio nel momento in cui stavo nuovamente emigrando, dall’America alla Gran Bretagna, dove mi trovo ora. Volevo condurre un’indagine approfondita, che offrisse un contributo serio sia alle diverse discipline che si occupano di riqualificazione urbana sia, in qualche modo, alla mia città d’origine. Nel farlo, volevo anche capire qualcosa in più del mio quartiere e delle mie radici. Quindi no, non è una bocciatura, ma una dimostrazione d’amore direi! E l’amore vero, si sa, a volte è un po’ spigoloso».

La riqualificazione di quell’area, lei stessa ammette, ha guarito una ferita nella città…

«Assolutamente sì. Ha interrotto una vera e propria emorragia, letterale e metaforica. Non dobbiamo dimenticare che, per decenni, e sicuramente per i miei primi 26 anni di vita, la zona dell’Ex Manifattura Tabacchi ha rappresentato il non plus ultra del degrado all’interno del centro storico…ancor prima di via Zamboni e Piazza Verdi, ad esempio—luoghi che, non a caso, di recente sono stati oggetto di progetti di ‘restyling’. L’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita che sanguinava copiosamente. Sanguinava in maniera letterale, se pensiamo al problema dell’eroina che ha investito questa zona fra gli anni Settanta e Ottanta. Io stessa ho ricordi molto vividi delle siringhe usate che vedevamo regolarmente per strada quando mia madre mi accompagnava alle Panzacchi, le scuole elementari di via Marconi (che ora sono le Rubbiani). Ricordo anche veri e propri mucchi di siringhe abbandonate negli angoli più riparati di via del Castellaccio. Per non parlare degli strani divieti dei miei genitori, che da bambina mi permettevano di pattinare con le mie amiche fino ai giardinetti del Palazzo dello Sport, ma che mi intimavano di “non passare mai dal Cavaticcio”. E in effetti, credo di aver passeggiato per la prima volta da sola in via del Castellaccio alla veneranda età di 22 anni, sebbene avessi già alle spalle un’esperienza di viaggio in treno attraverso l’Europa con l’inter-rail e un anno di Erasmus in Germania.
E, in senso metaforico, l’Ex Manifattura Tabacchi era una ferita nel cuore di una città che si è sempre presentata (spesso a ragione, a volte in maniera quasi mitologica) come un modello di civiltà ed emancipazione. I miei genitori vivono ancora in via Lame, e a dire il vero hanno anche tratto alcuni vantaggi dal ‘risanamento’ della zona. Io stessa mi sento più tranquilla sapendo che, con l’avanzare dell’età e in mia assenza, si potranno muovere in un ambiente non più degradato. So che spesso vanno al Mercato della Terra, e sembra che mia madre sia riuscita a trovarvi un banchetto delle verdure con prezzi un po’ più abbordabili. Frequentano anche il Lumiere, a patto che almeno uno dei film in programma non sia in lingua originale con i sottotitoli!».

Però, del riposizionamento simbolico della MdA di cui parla nel suo saggio, sembrano aver fatto le spese proprio i residenti, prima circondati dal degrado, oggi da una sorta di baratro invisibile…

«E questa è una delle note dolenti. Questa è una delle poche zone del centro storico di Bologna che ospita stabilimenti di edilizia popolare. Io sono cresciuta in un edificio di proprietà di quello che una volta era l’INPS, con affitti a equo canone. I miei genitori e molti dei loro vicini abitano qui da più di 40 anni. Anni fa il palazzo è stato acquistato da privati. Agli inquilini è stata data l’opzione di acquistare il proprio appartamento, a prezzi di mercato elevati data la riqualificazione della zona. Chi ha deciso di non acquistare il proprio appartamento, come i miei genitori, prima o poi dovrà lasciarlo.
Quella del ‘baratro invisibile’ è una metafora che mi piace molto, perchè dal punto di vista materiale un aspetto fondamentale della riqualificazione della MdA è proprio quello di creare dei confine visibili e persino ‘tattili’ fra la ‘cittadella della cultura’ e tutto ciò che la circonda…oltre quei confini, temo, si rischia davvero di precipitare, dato che si è prestata molto poca attenzione alle caratteristiche e alle problematiche della popolazione circostante, nonchè al contributo che la comunità locale avrebbe potuto dare al miglioramento, di certo necessario, della zona».

Il suo saggio è uscito mentre a Bologna si inaugurava una nuova importante porzione di quell’intervento di riqualificazione: il Parco del Cavaticcio. Le è capito da allora di visitarlo? Conferma o attenua la sua analisi?

«Al tempo della mia ricerca sul campo, il parco del Cavaticcio era ancora in costruzione. Si poteva già osservare la ‘riscoperta’ del canale, di cui ho anche scattato alcune fotografie. Già a quel tempo, come ho scritto nell’articolo, intuivo gli intenti estetici ed estetizzanti della progettazione del parco. Ad esempio, ho subito notato l’aggiunta di opere d’arte nello spazio pubblico e leggendo alcuni articoli e interviste con i tecnici coinvolti nel progetto, ho capito che il reinserimento dell’acqua in superficie aveva uno scopo quasi solamente estetico.
Da allora ho avuto modo di visitare il parco varie volte e sono anche andata all’inaugurazione, ma solamente in veste di normale cittadina. E’ effettivamente molto bello, e il design che lo caratterizza rispetta pienamente l’andamento naturale del letto del canale. Mi sembra però anche un parco un po’ scomodo e, per così dire, ‘stilizzato’. Per quel che ho potuto osservare, ad esempio, ci sono delle belle panchine in pietra, che però non hanno schienale, e i due accessi su via Azzo Gardino e via del Porto sono poco adatti a persone con problemi di mobilità…penso, naturalmente, ai miei genitori e a persone anziane come loro, ma anche a persone in sedia a rotelle o con bambini piccoli e passeggini».

Raccontando la sua esperienza di ex residente lei descrive luoghi come il Dopolavoro o il cinema Embassy e attribuisce loro un ruolo di catalizzatori nel rapporto tra una comunità e il suo quartiere “difficile”. Ora lì c’è ancora un cinema – il Lumière – e alcuni bar ma l’obbiettivo dell’integrazione è ben lontano dall’essere raggiunto. Secondo lei perchè?

«Nella Manifattura delle Arti, gli spazi dedicati alla socialità sono rivolti a un certo tipo di soggettività. Con un velo di (auto)ironia, direi che sono rivolti a persone come me. Persone della mia età, o più giovani, con gusti culturali e stili di vita di un certo tipo. Dall’aperitivo estivo davanti al Lumière, con vini e cibi biologici e locali, a quello invernale e di sapore cosmopolita all’Ex Forno, magari subito dopo aver visto una mostra d’arte contemporanea al MamBO. E ancora, le rassegne cinematografiche del Lumière, che ho imparato ad amare quando ancora il cinema si trovava in via Pietralata. E gli ottimi festival Gender Bender e Soggettiva. E poi, naturalmente, il Mercato della Terra, bastione di Slow Food. Io, come molti miei simili, mi trovo perfettamente a mio agio in questi contesti, e ne apprezzo i sapori, i contenuti, e gli intenti. Ma di certo, i nuovi luoghi e gli eventi che caratterizzano la Manifattura delle Arti hanno un che di radical chic ed esclusivo. Il Centro Costa è un’eccezione, direi, all’evidente stilizzazione di questa zona, che tende a rivolgersi a pubblici piuttosto omogenei per età, gusto, estrazione socio-economica, e identità politica e culturale».

L’area della MdA per un periodo è stata luogo di occupazioni, e ospita tuttora in uno dei suoi edifici storici – la Salara – la sede dell’Arcigay. Queste presenze – lei spiega – soffrono di una costante marginalizzazione: secondo lei perchè?

«La marginalizzazione di individui e gruppi che incarnano delle diversità e, per così dire, delle ‘devianze’ non è un fatto nuovo o isolato a progetti come la Manifattura delle Arti. La letteratura sociologica sui cosiddetti processi di ‘gentrificazione’ è strapiena di riferimenti a fenomeni di questo tipo. Anzi, molto spesso sono proprio le comunità di artisti, attivisti politici, e persone LGBTQ che fanno da ‘apripista’ per la riconversione di quartieri ‘degradati’ in zone di pregio—per poi esserne espulse, per vie politiche o economiche. Per quanto riguarda la Manifattura delle Arti, non credo assolutamente che ci siano degli intenti espliciti alla base della marginalizzazione discorsiva ed effettiva di questi gruppi. Tuttavia, le narrazioni e le pratiche che sottendono alla pianificazione e alla realizzazione di progetti di riqualificazione urbana sono sempre la manifestazione di un certo spirito dei tempi, per non dire di ideologie dominanti, per quanto implicite. Non è sorprendente, dunque, che un gruppo di creativi radicali come il MetroLab sia stato immediatamente espulso da uno spazio in disuso come l’ex Cinema Embassy, che da allora è rimasto vuoto. Non mi sembra consolante la prospettiva che l’Embassy venga trasformato in un auditorium progettato dall’archistar Renzo Piano. Ed è un fatto che, nonostante il suo spessore politico e culturale a livello nazionale, il Cassero sia stato regolarmente marginalizzato nelle attività di ‘presentazione’ della Manifattura delle Arti. Ad esempio quando Guazzaloca escluse l’Arcigay dalla comunicazione pubblica della neonata cittadella della cultura. O quando Cofferati pensò di spostare l’Arcigay dalla Salara, nonostante avesse criticato Guazzaloca per aver espresso lo stesso intento. E mi è stato detto che, di recente, il Cassero è stato definito ‘la Salara’ in una nuova app del Comune per la comunicazione pubblica della città. Ciò che viene detto o non detto è sintomatico di ciò che viene ritenuto accettabile o, al contrario, deviante. Perchè si puo’ dire ‘Cineteca’ e non ‘Cassero’ oppure ‘Arcigay’? Il ‘non dicibile’ è alla base della marginalizzazione e dell’esclusione, simbolica o materiale».


Volendo percorrere l’idea di chi ha immaginato quell’area come rappresentazione di Bologna allo sguardo del forestiero, secondo lei, visto da lontano, è un biglietto da visita efficace?

«Vista da lontano, la MdA è un biglietto da visita molto efficace, proprio perchè sintetizza alcune delle esigenze chiave del capitalismo post-industriale: l’enfasi sulla produzione culturale e sulla creatività come motori economici privilegiati, la comunicazione di identità distintive e di punti di differenziazione quali la tradizione storica e il ‘colore’ locale, e la presenza di ‘format’ e generi architettonici universalmente riconoscibili e accettati, come la combinazione di vetro, acciaio, legno e forme inusuali come i ‘cilindri’ del Lumiere e del MamBO. Tutto questo contribuisce a comunicare Bologna come una ‘world-class city’, una città di livello internazionale…e dunque anche come potenziale destinazione di capitali provenienti da ambiti economici chiave del capitalismo contemporaneo, quali il turismo, le industrie creative, e la produzione culturale. E vorrei anche sottolineare che la MdA non è semplicemente un progetto di riqualificazione urbana…è un vero e proprio progetto di comunicazione. Ormai la configurazione fisica delle nostre città – o, per semplificare, il paesaggio urbano – non ha risvolti solamente locali o al massimo nazionali. Il paesaggio urbano è sempre di più anche una sorta di cachet internazionale se non globale, una forma di valuta visuale e materiale che viene regolarmente scambiata tramite i mezzi linguistici e visivi della comunicazione pubblica».

Infine, alla luce delle sue analisi, se le fosse data la possibilità di suggerire alcune azioni di miglioramento per quell’area, quali sarebbero le sue priorità?

«Premetto che la mia professionalità non mi permette di sostituirmi alle istituzioni e agli operatori che si occupano realmente della progettazione e dell’applicazione concreta di migliorie e opere di riqualificazione. Ciò che posso offrire personalmente sono gli strumenti dell’osservazione e dell’analisi fondata su principi multidisciplinari, quali l’indagine storica, sociale ed estetica. E credo fermamente che nella pianificazione urbana ci sia bisogno anche di questi strumenti. Tant’è che, in questo stesso ambito, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sociologi, antropologi, geografi e ora anche studiosi di comunicazione vengono sempre di piu’ interpellati e persino assunti come consulenti. Sulla base dei miei studi e delle mie osservazioni, penso tuttavia che, adesso come adesso, la Manifattura delle Arti sia un progetto esclusivo—in entrambi i sensi della parola. E forse è solamente una questione di tempo…e magari nel tempo, il contenitore MdA si riempirà di contenuti sociali all’insegna dell’inclusione e della diversità. So che di tentativi in questo senso ce ne sono. In effetti, luoghi in disuso come l’Embassy e il Dopolavoro ferroviario potrebbero essere l’oggetto di un processo partecipativo oppure di una scelta politicamente ‘forte’ e anticonformista. Si tratterebbe insomma di decidere se dedicare almeno una parte della Manifattura delle Arti a usi generati ‘dal basso’ (ad esempio dai cittadini residenti nel quartiere) oppure a progetti creativi e sociali radicali e non legati a istituzioni riconoscibili e universalmente acettate quali quelle che al momento ‘presidiano’ la zona (ad esempio l’Università o la Cineteca). In entrambi i casi, penso anche che si andrebbe incontro a complessità e imprevisti probabilmente poco remunerativi. E che per fare qualcosa del genere ci vorrebbe molto coraggio. E non escludo che ci si stia già muovendo in questa direzione.
Il mio articolo sulla Manifattura delle Arti è infatti solamente l’inizio di un progetto di ricerca più ampio sulla riqualificazione urbana nel contesto bolognese. Intendo ampliare la mia indagine e trasformarla in uno studio sistematico delle politiche, pratiche ed esigenze all’origine delle trasformazioni fisiche di un luogo come la Manifattura delle Arti. Per questo motivo, l’estate scorsa ho preso contatti con l’Urban Center di Bologna, e spero di poter presto cominciare a intervistare politici, rappresentanti delle istituzioni, architetti, ingegneri, residenti e altri gruppi e individui coinvolti in questo e altri progetti di riqualificazione a Bologna. Che rimane sempre e comunque la mia città, il mio luogo d’origine…e attraverso il mio lavoro di ricerca, spero di poterle dimostrare il mio amore».

Giorgia Aiello, classe 1976, si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna. Poi, ha ottenuto una borsa di dottorato presso la University of Washington di Seattle. Dal 2008 al 2009 è stata assistant professor presso la Colorado State University. Dal 2010 è docente presso l’Institute of Communications Studies dell’Università di Leeds. Si occupa di comunicazione visiva e materiale di differenze sociali e culturali in testi e contesti tipici del capitalismo post-industriale

Sguardi di teatro a Castel Maggiore

LA STAGIONE
L’eroica sopravvivenza di un palcoscenico di provincia. La direttrice artistica Francesca Mazza fa i conti coi tagli agli enti locali: il budget passa da 40mila a 10mila euro. Nel cartellone prende forma una sorta di riserva indiana del Teatro di Leo, con Angela Malfitano, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e la stessa Francesca Mazza.

La regina degli Elfi - Angela MalfitanoCi sono due destini, anzi due “sopravvivenze”, che si intersecano nella nona stagione di Sguardi, la rassegna di teatro diretta da Francesca Mazza per il palcoscenico della Sala Biagi D’Antona di Castel Maggiore, al via domani. La prima “sopravvivenza” è evidentemente quella della rassegna stessa: il taglio agli enti locali ha ridotto il budget di tre quarti – da 40mila euro a soli 10mila euro – portando di fatto quel cartellone a un passo dal baratro. Il “colpo di reni” si deve a Francesca Mazza e agli amici che come lei fanno teatro per mestiere e con tanta passione: sono loro ad aver accettato ingaggi visibilmente sottocosto pur di non far mancare l’ossigeno a quel palcoscenico dell’hinterland. “A Castel Maggiore – rivendica fiera l’ assessore alla Cultura Belinda Gottardi,– il teatro l’abbiamo costruito, partendo dalle mura fisiche fino alle otto stagioni che si sono avvicendate fino a oggi”. E quel teatro, sin dalle sue prime mosse, ha puntato sempre in alto, senza cedere mai il passo ai tormentoni nazionalpopolari che tengono in vita – alla deriva – i palcoscenici più importanti. Castel Maggiore, al contrario, ha tenuto gli occhi aperti sul presente, sul meglio di questo presente: sono passati negli anni Marco Baliani, Cesar Brie, Maurizio Cardillo, Maria Paiato, Babilonia Teatri, Roberto Herlitzka, Sandro Lombardi, Roberto Latini. E ancora: Marco Sgrosso, Muta Imago, Teatro Sotterraneo, Marco Manchisi, Ermanna Montanari, Vittorio Franceschi, Accademia degli Artefatti. Sguardi, perciò, doveva sopravvivere. E ce l’ha fatta, grazie alla tenacia dell’assessore e della direttrice artistica. E ce la farà ancora, negli anni a venire, se il pubblico saprà rispondere a questo sforzo: “Andare a teatro – è l’appello di Francesca Mazza – è oggi un atto politico, di civiltà. È un modo di contribuire al miglioramento”. Andare a teatro a Castel Maggiore, poi, è anche molto economico: otto appuntamenti, tra spettacoli e concerti, prevedono un biglietto di 10 euro; le due proiezioni in programma, invece, sono ad ingresso gratuito.

Ma c’è una seconda sopravvivenza che la vicenda di Sguardi racconta e che molto ha a che fare con le proposte che compongono il cartellone di questa nona stagione: si comincia domani, alle 21, con La Regina degli Elfi, monologo diretto e interpretato da Angela Malfitano che adatta per la scena un testo del premio Nobel Elfriede Jelinek. “Il lavoro nasce, in versione short, come omaggio al mio Maestro Leo De Berardinis, per l’evento che gli fu dedicato nell’estate del 2009”. è uno spettacolo che parla del potere, “politico” quindi, ma che lo fa calandosi nel sarcasmo, nel gioco del teatro, avvalendosi, dice Malfitano, “della bellezza assoluta e tagliente della scrittura”. Scorrendo il programma, poi, salta all’occhio West, il capolavoro di Fanny&Alexander con cui proprio Francesca Mazza lo scorso anno ha conquistato il premio Ubu come migliore attrice protagonista. “Ho calcato raramente il palcoscenico di Castel Maggiore – dice la direttrice/attrice – perché ho sempre temuto di essere accusata di conflitto di interessi. Ma questa volta ho sentito che era il momento di farlo”. Anche Francesca Mazza, come Angela Malfitano, è cresciuta nel teatro di Leo De Berardinis. Più avanti, il 13 aprile, arrivano altri due eredi illustri del Teatro di Leo: Enzo Vetrano e Stefano Randisi porteranno in scena in anteprima regionale Totò e Vicè, tratto dal testo di Franco Scaldati e che solo l’anno prossimo inizierà la sua tournée nei teatri di tutta Italia. A Castel Maggiore, insomma, prende forma una sorta di riserva indiana del teatro di Leo, un luogo in cui sopravvive la possibilità di ammirare i germogli del suo insegnamento, oggi tra le cose migliori proposte sulla scena italiana. Artisti acclamati ovunque, ai quali Bologna volta le spalle, centellinando le occasioni di vederli all’opera: “Si fanno altre scelte”, è la risposta laconica che l’interrogativo suscita negli interessati. Per i quali, nonostante i tanti successi “fuoriporta”, l’amarezza è sempre dietro l’angolo: “Basta dire che per provare il mio spettacolo sono dovuta andare al teatro di Imola” fa notare, visibilmente dispiaciuta, Angela Malfitano.
L’offerta teatrale di Sguardi si completa con Memoria-211 del teatro delle Temperie (27 gennaio) e Perché l’Agnese andò a morire dell’associazione Tra un atto e l’altro (20 aprile). Poi ci sono i film (Buio in sala di Riccardo Marchesini il 22 gennaio e Pasta nera di Alessandro Piva l’8 marzo) e due concerti, quello di Cantodiscanto il 2 marzo e del Coro delle mondine di Bentivoglio il 20 aprile.

Prima di andartene...

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