Vincenzo Branà

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Riflessioni (non polemiche) sullo spettacolo di Romeo Castellucci

IL COMMENTO
Ripubblico qui la nota che sabato 18 febbraio ho affidato a Facebook per riflettere ad alta voce sullo spettacolo “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” di Romeo Castellucci (Socìetas Raffaello Sanzio). La rappresentazione è andata in scena al Teatro Testoni di Casalecchio di Reno (Bo), preceduta da rumorose polemiche scatenate dal mondo cattolico, che accusava quel lavoro di blasfemia. Sul blog Controscene di Massimo Marino si può trovare una cronaca puntuale e ragionata di questo polverone.

Sul concetto di Volto nel figlio di DioA quanti è capitato di pulire un uomo – vecchio e malato – dalle proprie feci? Questa domanda mi si è formata in testa appena sono uscito ieri sera dal Teatro Testoni di Casalecchio, dove è andato in scena “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio”, lo spettacolo di Romeo Castellucci accusato dai vertici della gerarchia ecclesiastica di blasfemia. Me lo sono chiesto non tanto per decodificare qualcosa di oscuro o criptico che fosse passato sulla scena, piuttosto per capire perchè il mio stato d’animo all’uscita fosse così distante dall’indignazione e dal fastidio con cui lo spettacolo veniva “raccontato” da chi voleva censurarlo. Non ci ho colto, in realtà, nemmeno una provocazione. Chiaro: molti tra i “censori” (compreso – immagino – il predicatore urlante all’ingresso del teatro ieri sera) lo spettacolo non l’hanno nemmeno visto, semplicemente obbediscono in maniera dogmatica ai loro “pastori”. Ma non è la polemica che mi interessa cavalcare, mi piacerebbe invece capire se c’è qualcosa – un dato biografico o culturale dello spettatore – in grado di ribaltare completamente lo sguardo su quell’opera. E perciò mi sono chiesto se quella faccenda della merda – l’assistere chi non la contiene e se ne sporca – fosse uno di questi strumenti che in un certo senso fanno la differenza, aprendo le porte – per chi biograficamente li possiede – a un dolorosissimo dejà vu, una Via Crucis terrena verso la quale ci siamo incamminati.

Metto quindi sul piatto due dati della mia personale biografia: sono cresciuto in un ambiente cattolico, innanzitutto. Ho ricevuto tutti i sacramenti e dopo la Cresima ho perfino fatto la professione di fede. Dalla Chiesa, poi, mi sono allontanato perchè sentivo quegli ambienti e quei dogmi (regole scritte dagli uomini, non da Dio) castranti rispetto alla spiritualità che le Scritture stesse mi avevano instillato. In secondo luogo, ho cambiato tantissimi pannoloni: per diversi anni ho lavorato come operatore in centri diurni e residenziali per portatori di handicap grave. Non aspiravo alla santità, per me era un lavoro come un altro. E non assistevo un mio familiare, quindi potevo permettermi quel salutare distacco emotivo che me lo rendeva sopportabile. Ma inevitabilmente quell’esperienza mi ha fatto attraversare più e più volte – fino a rendermelo quasi familiare – il tunnel della perdita delle autonomie, del bisogno che diventa calvario.

Lo spettacolo “Sul concetto di Volto nel figlio di Dio” mi ha turbato molto: nella sua brevità mi ha sottoposto a un’esperienza di dolore autentico, di pena quasi insopportabile. La merda – protagonista nelle cronache della vigilia, nel binomio, dato per blasfemo, col Volto di Cristo – è un elemento che in realtà non occupa spazio nello sguardo di chi osserva, resta rinchiusa nella gabbia di una vera e propria Passione. O almeno, così è stato per me. Quel continuo defecare (rappresentato senza enfasi o “esibizionismi”) era proprio come le frustate delle guardie di Ponzio Pilato sul corpo di Gesù fatto prigioniero, blasfemo – ci spiegava lo stesso Castellucci nelle numerose interviste pubblicate nelle ultime settimane – come è blasfema la corona di spine. L’interpretazione religiosa non è una forzatura: tutta l’azione si svolge sotto lo sguardo gigantesco e quasi mobile di un Cristo. Ed è Cristo alla fine, quando il liquame è ormai un sangue che ha imbrattato completamente il sudario, che urla per bocca del figlio: “Porca puttana, papà!” (“Eloi, Eloi, lema sabactàni? – Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”: la scena mi ha immediatamente portato lì). E dubita. Perchè quel dubbio è scritto nel Vangelo, a chiare lettere: solo i fanatici non lo leggono. Ed è il dubbio a quel punto a esplodere sulla scena e a condensarsi in una scritta luminosa.

All’uscita mi sono accorto che il turbamento era un’esperienza abbastanza condivisa tra gli spettatori. Com’era condiviso un giudizio tiepido, per alcuni addirittura deluso. E anch’io, alla fine, non ero entusiasta: perchè, al di là dell’esperienza dolorosa, non capivo verso quale dubbio lo spettacolo in realtà volesse condurmi. O meglio, non riuscivo – e non riesco ancora – a trasportare quel dubbio “biblico” fuori dal paradigma religioso. E per questo lo spettacolo mi è sembrato assolutamente religioso, dominato dall’assunto dell’esistenza di Dio, al punto da rappresentare la stessa Parola di Dio, il suo Calvario blasfemo e quello stesso dubbio. Niente di più.

Mi sono chiesto: e sei io non avessi mai cambiato un pannolone, e se non fossi cresciuto in una famiglia molto religiosa, cosa avrei colto di questo spettacolo? Innanzitutto: sarei riuscito a distinguere quelle feci da un oltraggio? Oppure mi avrebbe provocato disturbo o addirittura disgusto quella vista? Ma soprattutto: se non fossi stato battezzato, avrei accettato questo viaggio attraverso i testi sacri? Oppure, disturbato dalla pretesa dei religiosi di possedere il primato e l’esclusiva nella lettura delle Scritture (e anche in questi giorni abbiamo visto esibizioni di questo stile), avrei liquidato questo lavoro come una banalità? E se, al contrario, oggi fossi un fervente religioso, avrei accettato di confrontare la mia fede con questa rappresentazione? Insomma, un sacco di “se fosse” – tutti abbastanza futili e poco interessanti, in realtà – occupano lo spazio e i pensieri che avrei preferito impegnare con interrogativi indotti dallo spettacolo. Invece le domande che mi pongo vengono tutte dal confronto tra la rappresentazione e il contesto chiassoso e polemico nel quale sta andando in scena in Italia. Un “contorno” che, in definitiva, questo spettacolo rischia di avercelo un po’ rovinato.

2 commenti

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  1. ebbene si, scrivi moooooooolto bene

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  2. divina scrittura

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