Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Sguardi di teatro a Castel Maggiore

LA STAGIONE
L’eroica sopravvivenza di un palcoscenico di provincia. La direttrice artistica Francesca Mazza fa i conti coi tagli agli enti locali: il budget passa da 40mila a 10mila euro. Nel cartellone prende forma una sorta di riserva indiana del Teatro di Leo, con Angela Malfitano, Enzo Vetrano, Stefano Randisi e la stessa Francesca Mazza.

La regina degli Elfi - Angela MalfitanoCi sono due destini, anzi due “sopravvivenze”, che si intersecano nella nona stagione di Sguardi, la rassegna di teatro diretta da Francesca Mazza per il palcoscenico della Sala Biagi D’Antona di Castel Maggiore, al via domani. La prima “sopravvivenza” è evidentemente quella della rassegna stessa: il taglio agli enti locali ha ridotto il budget di tre quarti – da 40mila euro a soli 10mila euro – portando di fatto quel cartellone a un passo dal baratro. Il “colpo di reni” si deve a Francesca Mazza e agli amici che come lei fanno teatro per mestiere e con tanta passione: sono loro ad aver accettato ingaggi visibilmente sottocosto pur di non far mancare l’ossigeno a quel palcoscenico dell’hinterland. “A Castel Maggiore – rivendica fiera l’ assessore alla Cultura Belinda Gottardi,– il teatro l’abbiamo costruito, partendo dalle mura fisiche fino alle otto stagioni che si sono avvicendate fino a oggi”. E quel teatro, sin dalle sue prime mosse, ha puntato sempre in alto, senza cedere mai il passo ai tormentoni nazionalpopolari che tengono in vita – alla deriva – i palcoscenici più importanti. Castel Maggiore, al contrario, ha tenuto gli occhi aperti sul presente, sul meglio di questo presente: sono passati negli anni Marco Baliani, Cesar Brie, Maurizio Cardillo, Maria Paiato, Babilonia Teatri, Roberto Herlitzka, Sandro Lombardi, Roberto Latini. E ancora: Marco Sgrosso, Muta Imago, Teatro Sotterraneo, Marco Manchisi, Ermanna Montanari, Vittorio Franceschi, Accademia degli Artefatti. Sguardi, perciò, doveva sopravvivere. E ce l’ha fatta, grazie alla tenacia dell’assessore e della direttrice artistica. E ce la farà ancora, negli anni a venire, se il pubblico saprà rispondere a questo sforzo: “Andare a teatro – è l’appello di Francesca Mazza – è oggi un atto politico, di civiltà. È un modo di contribuire al miglioramento”. Andare a teatro a Castel Maggiore, poi, è anche molto economico: otto appuntamenti, tra spettacoli e concerti, prevedono un biglietto di 10 euro; le due proiezioni in programma, invece, sono ad ingresso gratuito.

Ma c’è una seconda sopravvivenza che la vicenda di Sguardi racconta e che molto ha a che fare con le proposte che compongono il cartellone di questa nona stagione: si comincia domani, alle 21, con La Regina degli Elfi, monologo diretto e interpretato da Angela Malfitano che adatta per la scena un testo del premio Nobel Elfriede Jelinek. “Il lavoro nasce, in versione short, come omaggio al mio Maestro Leo De Berardinis, per l’evento che gli fu dedicato nell’estate del 2009”. è uno spettacolo che parla del potere, “politico” quindi, ma che lo fa calandosi nel sarcasmo, nel gioco del teatro, avvalendosi, dice Malfitano, “della bellezza assoluta e tagliente della scrittura”. Scorrendo il programma, poi, salta all’occhio West, il capolavoro di Fanny&Alexander con cui proprio Francesca Mazza lo scorso anno ha conquistato il premio Ubu come migliore attrice protagonista. “Ho calcato raramente il palcoscenico di Castel Maggiore – dice la direttrice/attrice – perché ho sempre temuto di essere accusata di conflitto di interessi. Ma questa volta ho sentito che era il momento di farlo”. Anche Francesca Mazza, come Angela Malfitano, è cresciuta nel teatro di Leo De Berardinis. Più avanti, il 13 aprile, arrivano altri due eredi illustri del Teatro di Leo: Enzo Vetrano e Stefano Randisi porteranno in scena in anteprima regionale Totò e Vicè, tratto dal testo di Franco Scaldati e che solo l’anno prossimo inizierà la sua tournée nei teatri di tutta Italia. A Castel Maggiore, insomma, prende forma una sorta di riserva indiana del teatro di Leo, un luogo in cui sopravvive la possibilità di ammirare i germogli del suo insegnamento, oggi tra le cose migliori proposte sulla scena italiana. Artisti acclamati ovunque, ai quali Bologna volta le spalle, centellinando le occasioni di vederli all’opera: “Si fanno altre scelte”, è la risposta laconica che l’interrogativo suscita negli interessati. Per i quali, nonostante i tanti successi “fuoriporta”, l’amarezza è sempre dietro l’angolo: “Basta dire che per provare il mio spettacolo sono dovuta andare al teatro di Imola” fa notare, visibilmente dispiaciuta, Angela Malfitano.
L’offerta teatrale di Sguardi si completa con Memoria-211 del teatro delle Temperie (27 gennaio) e Perché l’Agnese andò a morire dell’associazione Tra un atto e l’altro (20 aprile). Poi ci sono i film (Buio in sala di Riccardo Marchesini il 22 gennaio e Pasta nera di Alessandro Piva l’8 marzo) e due concerti, quello di Cantodiscanto il 2 marzo e del Coro delle mondine di Bentivoglio il 20 aprile.

“Loro”: l’orrore della Uno bianca diventa poesia di dolore

IL LIBRO
La raccolta di poesie di Sergio Rotino apre la collana di Dot.com

LoroIl 19 giugno del 1991 la banda della Uno Bianca rapinò un distributore di benzina a Cesena, trucidandone il titolare, Graziano Mirri. Si trattava dell’ennesimo fatto di sangue messo a segno dalla masnada dei fratelli Savi, poliziotti dalla doppia vita, e succedeva a quattro anni esatti dalla prima rapina effettuata da quel famigerato gruppo di banditi. La data del 19 giugno 1991 è il dato reale che si rivela nel cuore di Loro, la raccolta di poesie di Sergio Rotino con cui si apre la collana Poetica, diretta da Manuel Cohen, dell’editore Dot.com. Il 1991 fu una delle stagioni più sanguinarie nella parabola criminale della banda della Uno bianca: nel gennaio la strage al Pilastro, poi ancora morti ad aprile, a maggio, a giugno, ad agosto. Rotino, insomma, poggia lo sguardo nel mezzo di una carambola di colpi da fuoco, indaga un sangue fresco che ricorda l’odore di quello appena rappreso. Racconta il lutto nella sua esasperazione e vi si immerge coniugando la curiosità del cronista alle fughe in avanti del poeta; procede per visioni come un drammaturgo, accosta fotogrammi come in una stanza di montaggio, poi dispone in pagina col senso del ritmo del più smaliziato dei direttori d’orchestra allestendo la raccolta come uno spartito, in cui i titoli ricordano tanto le annotazioni del compositore quanto le visioni del regista; un pentagramma da leggere sul lato lungo, così da raddoppiare la corsa degli accordi, lo sguardo, il respiro. Il tempo. Roberto Roversi, nella postfazione, parla di un “breviario forsennato e medievale di riflessioni poetiche dilatate impietosamente, fino a una rigida esasperazione”. Enzo Mansueto, nella prefazione, descrive una “parola ritmata da una musica scomoda, chiassata e schizoide. Il verso che s’allunga e si contrae, spasmodico. Il ritmo che rallenta, e già è schizzato via”. Il Loro di Rotino è insomma un concerto che sollecita i timpani e spalanca le pupille, un luogo in cui riflette sul male e sulla legge che lo governa, la paura. Che cresce, diventa terrore e terrorismo, assume i connotati di uno stile di vita, di una pratica riconoscibile, infinitamente riproducibile.

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