Vincenzo Branà

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Balli tra maschi nella vecchia Bologna

LA STORIA
Nei frulloni del liscio filuzziano la gara virile tra i giovanotti della balera. Il libro di Tiziano Fusella racconta l’origine della danza tradizionale felsinea, oggi da molti dimenticata

Polka a chininoPerfino Wolfgang Goethe, nello stendere il diario dei suoi soggiorni bolognesi, sentì l’esigenza di completare gli encomi di Goethe padre sulla cucina felsinea con il racconto di un’altra tradizione molto forte all’ombra delle Torri: il ballo. «Arrivammo al valzer – scriveva il letterato – e girammo l’uno intorno all’altro come le sfere celesti. Non ero più un essere umano». E anche Pier Paolo Pasolini, molto tempo dopo, colse tra le vie della Turrita quell’energia tutta particolare: «Nel ‘22, anno immerso del secolo – scrisse il poeta – Bologna respirava un’aria di valzer». Tutti i “grandi” che negli anni hanno fatto tappa nel capoluogo emiliano, insomma, hanno tramandato memoria dei volteggi dei sornioni bolognesi. Ma proprio i bolognesi, oggi, sembrano aver spedito in soffitta quella loro antica usanza. Per riscoprirla, quindi, è ghiotta l’occasione fornita da Quando la polka si ballava chinata, il saggio di Tiziano Fusella edito da Bacchilega che in questi giorni arriva negli scaffali delle librerie e che ripercorre la vicenda – tra storia e leggenda – del ballo tipico di Bologna, il liscio filuzziano.

La tesi di Fusella è sicuramente intrigante: «La filuzzi – scrive nell’introduzione – è tale a Bologna e non altrove. Il cosiddetto “frullone”, la piroetta, dove si gira su se stessi al massimo della velocità possibile per poi stopparsi a gambe tese sull’accordo finale corrispondente all’ultima nota fugace dell’organino, simbolicamente non è altro che un richiamo al mito della velocità». È la passione degli emiliani per i motori, insomma, a nutrire anche la loro vocazione alla pista da ballo. E in effetti quando il liscio filuzziano nacque, nei primi anni del secolo scorso, non erano certo tempi allegri per le donne, tutt’altro che emancipate, quindi la balera, come i motori, era cosa da maschi. Il liscio filuzziano perciò era una sorta di “braccio di ferro”, una gara di rivalità tra uomini a chi sarebbe riuscito a tener dietro, piroettando in velocità, i virtuosismi del fisarmonicista. Mazurca, valzer e polka (queste le tre specialità della “filuzzi”) erano quasi una danza di pavoni, un rituale di corteggiamento tutto al maschile a cui le donne assistevano, ferme, da bordo pista. D’altronde, spiega Fusella, ci voleva “il fisico” per affrontare il liscio filuzziano, specie la polka “a chinino”o “chinata”, l’espressione massima di quella gara di testosterone di cui si ha memoria dagli anni della seconda guerra mondiale: durante i volteggi del ballo, quando il musicista gridava “a chinèn”, i due ballerini, senza mai smettere di “frullare”, cambiavano la presa afferrandosi sotto le braccia e iniziavano a flettersi sulle ginocchia fino a sfiorare coi glutei il pavimento. Sempre più veloce e sempre più giù, perchè quella era la gara.

La tradizione del liscio filuzziano scorre da sempre su un doppio binario: da una parte la musica – quella di Leonildo Marcheselli, Ruggero Passarini, Carlo Venturi e Arnaldo Bettelli – e dall’altra il ballo, le cui “icone” vanno rintracciate nei racconti tramandati di bocca in bocca. E in quasi tutti questi racconti, il protagonista è Ezio Scagliarini, persicetano nato nel 1909 ma che solo nel 1945 scoprì la sua vocazione per la balera. Nella sala “Belletti” di via D’Azeglio iniziò a dar mostra delle proprie prodezze e chi chiedeva di lui per carpire i suoi insegnamenti veniva mandato al fioraio di piazza Aldrovandi, a pochi metri dalla saletta in affitto dove Scagliarini si prestava a mostrare passi base e varianti. Nelle sue lezioni informali crebbero maestri come Nino Masi e Massimo Morini, che per primi fondarono scuole di liscio filuzziano e ai quali si deve l’avvio alla danza dei talenti nostrani di oggi come Davide Cacciari e i fratelli Fabio e Davide Gabusi.

Oggi a Bologna la filuzzi è quasi una rarità: le sue musiche rapide e piene di virtuosismi armonici hanno ceduto il passo al liscio romagnolo del “fenomeno” Casadei e le tante balere – negli anni Cinquanta ce n’era una per ogni caseggiato – hanno chiuso i battenti una dietro l’altra. Ma se negli anni Cinquanta a Bologna era sufficiente un portico – quello di via San Vitale, da piazza Aldrovandi e le Torri – per improvvisare una gara di frulloni con organetto a seguito, non è detto che un libro – quello di Fusella, ad esempio – non sia sufficiente a muovere i bolognesi alla riscoperta di questo dimenticato amore.

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