Vincenzo Branà

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Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Vendemmiati e la verità su Aldro

IL FILM
I cinque anni di calvario giudiziario della famiglia del giovane ucciso da quattro poliziotti nel documentario del giornalista Rai

è stato morto un ragazzoCi sono diversi aspetti che rendono È stato morto un ragazzo, il documentario di Filippo Vendemmiati, un’opera necessaria. La storia di Federico Aldrovandi, morto cinque anni fa a Ferrara per quello che solo oggi sappiamo essere stato un pestaggio da parte di quattro agenti della polizia, è un fatto di cronaca che non solo ha attratto l’attenzione dell’opinione pubblica ma che addirittura ad essa ha assegnato un ruolo, funzionale, possiamo dire col senno di poi, al ristabilirsi, dopo quasi cinque anni, della giustizia e della verità. E questo è successo proprio a causa della resistenza iniziale dei mezzi d’informazione generalisti a mettere nero su bianco – o sullo schermo – le perplessità che si infittivano attorno a quella tragica vicenda. La gente, o almeno la stragrande maggioranza, seppe di quella misteriosa morte solo mesi dopo, quando Patrizia Moretti, la mamma di Federico, decise di sfogare tutta la sua rabbia su un blog: solo allora quella strana storia cominciò a circolare in tutta la sua mostruosità, solo da quel momento iniziò a montare rapida l’indignazione. Tardi, quindi, ma soprattutto condensando una penosa agonia nel tempo istantaneo del racconto. È un bene perciò che Vendemmiati, attraverso il suo documentario, rimetta in fila i tre mesi che separano l’assassinio di Federico da quella tardiva finestra di visibilità pubblica.

E una volta ripristinata la linea del tempo, una volta raccontati nel loro succedersi i giorni di quel calvario, l’autore ci offre le testimonianze della vista e dell’udito: ci mostra le strade, le tante finestre che si affacciano su via Ippodromo, varchi che potevano essere occhi per guardare e orecchie per sentire ma sui quali una sinistra omertà ha avuto la meglio, risparmiando solo, della civile Ferrara, un’immigrata camerunense in attesa di permesso di soggiorno. Solo lei ha parlato, solo lei ha avuto il coraggio di raccontare quella lotta folle che per quasi mezz’ora – tra urli e botte – ha tenuto banco in quello spiazzo circondato dai condomini: era assolutamente necessario che qualcuno ci raccontasse anche questo. Com’era necessario che si ascoltassero uno dietro l’altro i nomi dei quattro agenti condannati – Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri – e se ne guardassero da vicino i gesti nervosi delle mani in aula mentre la bocca è impegnata a dire bugie.

Ed era necessario, infine, per noi operatori dell’informazione, vestire i panni degli antieroi: Vendemmiati lo fa bene, con onestà racconta il suo iniziale guardare da lontano a quella storia, lui come tutti gli altri; indugia sugli spalti dello stadio di provincia in cui quel 25 settembre maledetto sentì parlare per la prima volta della morte di Federico, successa da appena qualche ora; ci racconta il suo silenzio, lo mette sul tavolo assieme a tutto il resto, non cerca la maglia dell’eroe (un trofeo inflazionato benché stucchevole in molto giornalismo di inchiesta), anzi con la correttezza del cronista attento racconta coi fatti e non con la retorica il coraggio estremo di una famiglia colpita al cuore.

Sipario chiuso al San Martino

IL CASO
Niente programmazione nell’arena di Libero Fortebraccio Teatro: Spese di gestione sproporzionate, solo spiccioli dalle istituzioni

TeatroSanMartinoNon si aprirà quest’anno il sipario al teatro San Martino. Questo è l’annuncio che Roberto Latini della Compagnia Libero Fortebraccio ha reso pubblico in una conferenza stampa convocata provocatoriamente per presentare una “non stagione”. Dopo tre anni di sacrifici la compagine di teatranti giunti in città dalla Capitale getta la spugna e interrompe quella piccola tradizione di ospitalità che in così poco tempo aveva portato tanto bel teatro di ricerca all’ombra delle Torri. La questione, naturalmente, riguarda in primo luogo le economie, assolutamente insostenibili per una compagnia che, oltre a gestire quello spazio, innanzitutto deve produrre teatro. E invece finora quel sogno di un «teatro sempre aperto» è stato un obbiettivo che si è stagliato sopra tutti gli altri, risucchiando soldi ed energie, tali e tanti da non rendere ulteriormente procrastinabile il momento in cui tirare le somme. «Un tentativo lungo tre anni – spiega Latini – è sufficiente per valutare il nostro operato e il potenziale di questo spazio». Sufficiente a chi potrebbe scegliere oggi di scommettere su quel progetto, invece preferisce onorare schemi tradizionali, consuetudini, liturgie scolpite dagli anni. E gli anni, in effetti, a quelli del San Martino mancano, anzi nel panorama teatrale cittadino vestono la maglia degli “ultimi arrivati”. E sembra questo il peccato originale che oggi sono costretti a scontare. «Abbiamo deciso di aspettare fino al cinque ottobre perché c’erano in corso appuntamenti con le istituzioni», spiega Latini. Ma né l’assessore regionale Massimo Mezzetti né il direttore del Settore Cultura del Comune, Mauro Felicori, hanno gettato una rete per salvare quel palcoscenico. Sono gli anni della crisi, dicono tutti, quelli dei tagli e delle coperte cortissime: nessun ente locale si può permettere sforzi ulteriori. E quei 15mila euro annui versati dal Comune per quel cartellone teatrale, assieme ai 14mila della Regione e ai 4mila della Provincia, non sono che una goccia in un oceano che pretende 50mila euro all’anno – tra affitto e utenze – solo per “galleggiare”. D’altra parte, chi ha dimestichezza con i “conti” del palcoscenico sa che sono ben altri i budget con cui si immaginano i cartelloni teatrali, in città come altrove.

Al San Martino, d’altro canto, in tema di soldi si è quasi radicali: «Le compagnie – spiega Latini – sono sempre venute a incasso. Al 100% dell’incasso – precisa – il San Martino non ha mai preso un euro del lavoro degli altri». Le strategie di marketing e fund raising, inoltre, restano attività che di proposito si tengono a distanza, attenti a non chiamare (come molti fanno) il pubblico “cliente”. I finanziamenti pubblici, insomma, erano l’unico polmone da cui prendeva ossigeno il progetto. «Il sistema teatrale della città ci dice oggi che non è possibile considerarci oltre quello che è già in essere. Conti alla mano – prosegue l’attore – le spese di gestione sono sproporzionate rispetto ai finanziamenti e a quanto è ulteriormente possibile». E d’altronde, si dispiace, «se questo progetto non riesce a Bologna credo avrebbe problemi da qualsiasi altra parte». Per loro che quando tre anni fa giunsero qui si mettevano alle spalle l’immobilismo della Capitale, Bologna è stato un «recuperare una prospettiva». Oggi, però, tre anni dopo quei precoci entusiasmi, si è costretti a prendere atto che la nostra è una città «che sta vivendo di rendita» e che «ora ha bisogno di rifare la conta», di chiedersi chi in città fa teatro, quali sono le compagnie, chi produce e con quali (e quanti) soldi. Un censimento, insomma, proprio come quello di cui fu incaricato Leo De Berardinis, molti anni fa, a Roma. Latini però non fa polemica, anzi si guarda bene dallo spostare la rabbia anche solo di poco fuori da se stesso: per lui questa “non stagione” è una «vergogna» della quale chiede scusa a pubblico, artisti, collaboratori. Ma il “caso San Martino”, inevitabilmente, invita a spostare lo sguardo sulle altre realtà del territorio, su quello che fanno, su chi le sostiene. «Speravamo che la crisi del Duse fosse un’opportunità per riaprire tutta la questione del sistema teatrale bolognese», dice Latini. Invece si è corsi a tappare quel buco lasciando tutto il resto com’era. O quasi, perché in realtà il San Martino, nel silenzio, sta chiudendo i battenti, ridiventando lo spazio privato della compagnia Libero Fortebraccio e mettendo in cartellone – anche qui non senza inquietanti punti interrogativi – solo le due rassegne finanziate ad hoc, “Maestri” (sostenuto dalla Regione) e le “Serata d’onore” del cartellone di Bologna Estate.

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