Vincenzo Branà

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“Liberiamo la Cultura dalla speculazione”

IL SUMMIT
All’appuntamento di Unipolis si incontrano i “big” del settore. Accuse ricorrenti contro le politiche urbanistiche. La Cultura è un diritto, dicono in tanti. Ma subisce continui tagli in nome di interessi in cartello

CulturabilityIl lamento più disperato sul sistema culturale italiano l’ha lanciato il professor Pierluigi Sacco: “O le cose cambiano o lascerò l’Italia: non si può essere complici di questo stato di cose”. E ancora: “Di quanto stiamo facendo dovremo rendere conto alle generazioni che verranno”. E dire che proprio Sacco, lo scorso 9 aprile all’appuntamento promosso dalla fondazione Unipolis al Mambo, presentava una via, una possibilità, un nuovo luogo di incontro e dibattito. Un sito, nella sostanza, che lo stesso Sacco ha contribuito a progettare e che rappresenta il nuovo step di Culturability, il progetto lanciato un anno fa dalla fondazione di casa Unipol per sollecitare approfondimento e confronto sul tema della Cultura.

Ma il dibattito, prima ancora che nella rete, si è scatenato nella sala conferenze del museo di via Don Minzoni, dove gli operatori culturali attivi all’ombra delle Torri si erano dati appuntamento al gran completo. Oltre agli oratori segnalati nell’invito – assieme a Pierluigi Sacco, Giorgio Diritti, Goffredo Fofi, Riccardo Chiaberge, Giulio Sapelli, Gabi Scardi, Roberto Nicoletti e Pierluigi Stefanini – c’erano personalità d’ogni ambito ed estrazione: dal “maestro di parole” Alessandro Bergonzoni all’attore Ivano Marescotti, dallo storico libraio Romano Montroni all’assessore provinciale Maura Pozzati. Alcuni hanno perfino chiesto di prendere parola: Luciano Sita, ad esempio, ex assessore e uomo forte del mondo cooperativo; e Roberto Grandi, già assessore alla Cultura nella giunta Vitali e prorettore dell’Università nell’era del rettore Calzolari; e ancora l’assessore regionale Alberto Ronchi e il regista teatrale Paolo Billi. “Scommettiamo sulla cultura per dare un futuro all’Italia” era il tema su cui si era chiamati a discutere. Con dinanzi nuovi strumenti da sperimentare – il sito Culturability, ad esempio – ma alle spalle, anzi addosso, l’amarezza di una situazione in piena crisi.

Dice Sacco: “Esiste una teoria delle scelte pubbliche secondo la quale ogni amministratore, nel prendere una decisione, è tenuto a confrontarsi con una serie di interessi locali, più o meno dichiarati, più o meno legittimi. In Italia – sottolinea l’esperto – non esiste più un progetto che fa i conti con gli interessi, bensì una serie di interessi senza progetto. Non ho mai visto nel nostro Paese un progetto culturale in grado di realizzare il suo potenziale trasformativo”. Perchè quella trasformazione, spiega Sacco, va contro gli interessi precostituiti – “in cartello”, dice – e sono loro stessi perciò a neutralizzarla.

Il dito di Sacco punta dritto alle realtà locali, al convergere di pubblico e privato su direzioni che escludono la cultura come progetto. “L’industria culturale in Italia – accusa il professore – è estranea a quel cartello di interessi”. Nella denuncia dell’intellettuale un meccanismo che già altri interventi in quell’incontro avevano messo a nudo. Aveva iniziato Walter Dondi, di Unipolis: “La crisi che stiamo attraversando non è solo di natura economica ma anche sociale e culturale. Di senso”. “Per uscire – auspicava l’esperto – bisogna sostituire al modello di crescita speculativa uno sviluppo come risposta alle esigenze o ai bisogni”. E la Cultura – su questo nessuno dissente – è uno di questi. Un diritto, anzi, hanno precisato in molti.

Poi è arrivato l’affondo senza sconti dell’assessore regionale Alberto Ronchi: “Le istituzioni pubbliche hanno il dovere di fornire cultura. Attraverso la cultura – ha detto l’amministratore pro tempore di viale Aldo Moro – si devono decidere molte delle politiche, da quelle per l’integrazione a quelle per il commercio”. Quindi a muso duro sulle logiche del mattone: “Una politica urbanistica seria e sostenibile non può prescindere da una politica culturale”. E, di seguito, contro il più palese dei paradossi: “Se la Cultura è centrale nella politica non può essere la prima ad essere tagliata: ci vuole coerenza”. E ancora: “Se si vogliono aprire strade per le nuove produzioni culturali bisogna dare spazi: ecco perchè è importante l’urbanistica”. Che, evidentemente, è un nervo scoperto: nelle adiacenze del luogo del dibattito, mentre si discute, si muovono le ruspe per i lavori della Manifattura delle Arti: idea di Concetto Pozzati, assessore nella prima giunta Vitali, prossima a compiere vent’anni. Un’anomalia che non sfugge all’analisi del professor Roberto Grandi: “I processi urbanistici che includono la Cultura tra i propri obbiettivi sono lenti al limite della paralisi”. “Se la Cultura non è elemento strategico di questo territorio – ha detto l’ex prorettore guardando negli occhi l’importante auditorio – ci dicano quale altro elemento è strategico: il manufatturiero?”.

Infine è ancora Pierluigi Sacco ad affondare il coltello nell’espressione più forte del paradosso: “Il paese sta attraversando una crisi – dice – ma mentre le risorse per la Cultura vengono tagliate, la spesa pubblica continua a salire. E ora di chiedersi – conclude l’intellettuale – quali voci si sia scelto di aumentare”. Roberto Grandi Il professor Pierluigi Sacco”Il paese sta attraversando una crisi ma mentre le risorse per la Cultura vengono tagliate, la spesa pubblica continua a salire. E ora di chiedersi quali voci si sia scelto di aumentare”.

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