Vincenzo Branà

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Busarello s’arrabbia

RICHIESTA DI RETTIFICA
Renato Busarello mi scrive dopo la pubblicazione del mio post sull’assegnazione del Cassero di Porta Santo Stefano ad AntagonismoGay e sul suo prossimo ruolo di impiegato del costituendo settore Politiche delle Differenze del Comune di Bologna. Volentieri pubblico la sua richiesta di rettifica e una mia nota chiarificatrice.

Gentile Signor Vincenzo Branà,

mi è giunta notizia di un suo articolo a me dedicato sul suo blog (21 luglio – Busarello alla corte di Cofferati) e intendo questa mia come rettifica alle informazioni volutamente imprecise e distorte che veicola.

Infatti, pur non avendo il piacere di conoscerla, deduco dai link sul suo sito con Sergio Lo Giudice e Beppe Ramina, che, da buon giornalista quale si definisce, le sarebbero bastate una o due telefonate per riportare correttamente le informazioni che tanto la scandalizzano a mio riguardo.

Evidentemente non era quello lo scopo dell’intervento. Entrando nel merito delle sue ricostruzioni e fantasie:

confermo di essere effettivamente un dipendente del Comune di Bologna a tempo indeterminato, che, come lei senz’altro saprà, è altra cosa dall’essere una emanazione politica del Sindaco o un Assessore, del cui operato non rispondo, appunto, politicamente.

Così come non è un segreto che io abbia partecipato a un bando di mobilità orizzontale interna verso il costituendo Settore Politiche delle Differenze, cosa che è nei diritti di ogni lavoratore della pubblica amministrazione.

Di questa mia ambizione imperdonabile e segreta avevo volutamente informato tutti/e le attiviste e esponenti lgbtiq cittadine, inclusi i sopra nominati, che anzi mi avevano espresso fiducia, quando fu esplicitato dall’assessore competente a una riunione di tutte le associazioni e gruppi lgbtq cittadine, che l’ufficio sarebbe nato solo con risorse umane interne al comune.

Per quanto lo consideri il mio lavoro e non il mio piano primario di investimento politico, ci tengo a lavorare bene e credo di avere competenze e sensibilità da spendere anche a questo livello, come lei stesso, bontà sua, mi riconosce. Inoltre ci tenevo a non traslare il mio conflitto aperto e politico con Arcigay per la definizione dell’agenda politica lgbtq, sul livello di questo ufficio, molto più orientato a interventi concreti.

A quanto mi risulta alla selezione hanno partecipato più di 50 persone, inviando un curriculum e sostenendo un successivo colloquio. A oggi non mi è giunta alcuna conferma formale del mio essere stato selezionato per quella che in ogni caso non sarebbe né una nomina politica, né un ruolo dirigenziale (evidentemente non frequentiamo gli stessi corridoi). Le lascio immaginare quale brillante carriera amministrativa possa aprire l’essere identificato praticamente come l’unico gay visibile tra i/le dipendenti dell’Amministrazione.

Per quanto riguarda l’assegnazione della sede del Cassero di Porta santo Stefano alle tre associazioni che lo abitano da dieci anni, si è trattato di un percorso politico limpido e pubblico che ha visto mobilitazioni e assemblee cittadine nei vari passaggi, ha avuto una discreta copertura stampa, coinvolgendo tante realtà lgbtiq cittadine e nazionali, oltre che i centri sociali e il movimento bolognesi (persino Arcigay ha speso in quell’occasione qualche riga dovuta).

Sul mio rapporto con Graziella Bertozzo parlano anni di attivismo comune passati e futuri e non voglio nemmeno considerare il bieco tentativo, evidentemente suggeritole dai suoi disinformatori, di gettare sospetti per dividere il fronte considerato “avversario”.

Quanto alla presunta incoerenza dell’essere antagonista alle politiche neoliberiste e contemporaneamente lavorare per una istituzione dello stato, lascerei a ognuno viversi le proprie contraddizioni (e le assicuro che anche lei da qualche parte, ne troverà in sé), non certo sintetizzabili in un articoletto astioso. Del resto non ho mai pensato che essere antagonista significasse vivere in uno squat e vendere collanine o ceste di vimini intrecciate a mano in via Indipendenza, con tutto il rispetto per il lavoro artigianale.

Anche questo fa parte di una rappresentazione distorta e grottesca dell’altro da sé, la stessa per cui un collettivo autonomo come antagonismo gay, che ha dato un generoso contributo teorico-pratico al movimento lgbtiq di questo straziato paese, è dipinto da lei e dalla sua Associazione come un manipolo di facinorosi, violenti e settari e come tale indicato alla pubblica stampa e alle forze dell’ordine.

Forse non si considera ancora finito il lavoro repressivo iniziato con l’arresto di Graziella?

Forse sono colpevole ai suoi occhi di non essermi fatto arrestare, o la sua associazione trova che la nostra area si sta allargando troppo, non se ne sta più in un angolino minoritario a elucubrare le grandi teorie rivoluzionarie che abitano i suoi sonni come fantasmi, ma si rende protagonista di un agire politico autonomo, autodeterminato e gioioso?

Quanto è triste la bassa politica dell’infamia, della delazione, quanto risentimento suscita in chi la agisce, passioni tristi a me estranee, visto che ho sempre rispettato il lavoro di tutte le soggettività lgbtiq singolari e collettive, anche se molto distanti dalla mia, e gioito per le (ben poche) conquiste comuni. Come peraltro quel 28 giugno, quando ho portato orgogliosamente quello striscione “28 giugno1982: indietro non si torna”, al Cassero di porta Saragozza e sul palco del Pride. Un omaggio alla storia comune della sua associazione e del movimento lgbtiq, che evidentemente non è stato gradito da chi quella storia ha dimenticato o vuole cancellare.

Mi permetto di dare un consiglio a lei e ai suoi mandanti: provare a misurarsi sulla proposta politica e sociale, cercare di essere egemoni culturalmente e politicamente con la forza del proprio pensare/agire politico, anziché vivere di rendita e gloria passate, pretendendo di rappresentare, sempre e comunque, la totalità del mondo lgbtiq, per poi usare questo potere simbolico, reale e mediatico, non per rafforzare le soggettività lgbtiq, ma per incenerirne le libere manifestazioni e soggettivazioni politiche e difendere il proprio territorio.

Il problema non è salire o scendere scale, ma quali pesi si portano e per chi/che cosa.

Comunque, riguardo alle sue preoccupazioni sulla mia traiettoria politica, che evidentemente la turbano, voglio rassicurarla: io lavoro al piano terra e faccio politica dal basso.

Le chiedo cortesemente, se le resta un briciolo di deontologia professionale, di veicolare questa mia rettifica negli stessi spazi in cui ha circolato la sua ricostruzione mistificatoria.

Sentitamente altro.
Renato Busarello

***


Gentile Sig. Busarello,

quanto livore, quanta “pancia”. O per dirla in maniera più gaia quante sventagliate tirate in qua e in là. Fortunatamente, però, un colpo di ventaglio non fa mai male, al massimo rinfresca.

Comincio commentando i contenuti ma, anticipo, non mi asterrò dal commentare anche le sue forme, perché anche lì, a mio sindacabilissimo giudizio, si annida qualche concetto.

Lei rettifica e non smentisce, e già questo mi sembra un punto: perché in realtà nulla di quanto ho scritto viene sbugiardato dalle sue precisazioni. La nomina ci sarà, lo sappiamo sia io che lei, e se ha intenzione di nascondersi dietro il dito della burocrazia faccia pure. Attenderò un’altra sua lettera di conferma al momento opportuno. Il mio post – chiaro e conciso, e la prego faccia proprie queste virtù! – veicolava una riflessione sulle sue capacità di dialogo all’interno del movimento e con le istituzioni rispetto al ruolo che andrà ad assumere. Curriculum e percorsi non erano in dubbio, tanto meno le capacità. Un ricordo: quando il movimento si diede appuntamento a Bologna per la stesura della piattaforma politica del Pride sentii un interessante intervento di AntagonismoGay, portato – mi pare – proprio da lei. Si parlava di stranieri, di integrazione, di multiculturalità in estrema sintesi. Contributo interessante, pensai, e tutta l’assemblea decise di elaborarlo per farlo rientrare nella piattaforma. Peccato che giunti al momento di sedersi a un tavolo e pararne lei e i suoi compagni sceglieste di lasciare quell’assemblea, senza neanche esternare pubblicamente le ragioni di quell’abbandono. “Non fa parte delle nostre pratiche” fu l’argomentazione che girò tra gli scranni. Nessuno la smentì e nessuno ne fornì un’altra. Quindi, signor Busarello, la diamo per buona. Quell’episodio resta la migliore sintesi della preoccupazione mia e di molti gay – vuol definirli Arcigay? Li definisca semplicemente gay…- rispetto alla sua nomina. Sarà in grado Busarello di esercitare un ruolo che richiede pratiche che finora ha espressamente evitato?

Arriviamo al Cassero di Porta Saragozza e a quello di Porta Santo Stefano. Il fatto che queste “conquiste” vengano festeggiate con un valore simbolico pari alla presa della Bastiglia sinceramente mi fa un po’ sorridere. E non perché voglia sminuire il valore – anche simbolico – di quei fatti, bensì perché mi riporto a una considerazione di partenza: il 28 giugno del 1982 non si svolse alcuna rivolta degli omosessuali a Bologna, nessuno occupò un luogo in nome dell’orgoglio gay. Non ho nulla contro le occupazioni, anzi!, ma mi permetta di chiarire che quella volta non andò così: in realtà ci si trovò in un ufficio del Comune e tutti d’accordo si mise una firma in calce a un documento. Conquista sicuramente, quindi, ma innanzitutto concessione. Cioè quello era il risultato di un compromesso e di un dialogo, non di un conflitto aperto e vinto. Trasformare quel capitolo di storia in una battaglia – con vincitori e vinti – mi sembra davvero una ricostruzione approssimativa e poco veritiera.

La stessa concessione, figlia di una trattativa lunga come lei sottolinea, ha interessato più di recente il Cassero di Porta Santo Stefano. Conquista altrettanto importante ma che, inspiegabilmente, i soggetti interessanti hanno scelto di far passare in secondo piano in occasione del Pride.

Sull’affaire Bertozzo spendo poche parole, anzi solo due: “Troppo comodo”. Troppo comodo sottrarsi dalla fatica dell’organizzazione, della promozione e del reperimento risorse per un Pride per poi presentarsi sul palco – senza niente di particolare da dire, mi sembra – semplicemente per far sfoggio della propria favolosità. E così dicendo non voglio legittimare arresti o coercizioni, fatti gravi e figli di una situazione sfuggita di mano, su questo non c’è dubbio. Ma sebbene tutti per quell’episodio avremmo preferito un finale diverso, non possiamo non rimanere perplessi da queste pratiche politiche che aprono brecce solo all’interno del movimento senza riuscire a dire nulla a chi sta fuori e fa le leggi.

Volutamente non parlo dell’affaire Italo: troverà un post sull’argomento sul mio blog. Mi limito ad adattare a quell’episodio uno dei passaggi più pirotecnici della sua lettera:

“Quanto è triste la bassa politica dell’infamia, della delazione, quanto risentimento suscita in chi la agisce, passioni tristi a me estranee, visto che ho sempre rispettato il lavoro di tutte le soggettività lgbtiq singolari e collettive, anche se molto distanti dalla mia, e gioito per le (ben poche) conquiste comuni.”

Mi sembra questa la migliore risposta a chi, come forse anche lei, ha voluto fraintendere un ovvio attacco frontale alla destra omofoba.

Infine lo stile: lei rincorre di frequente l’insulto, parla della mia deontologia, ironizza sulla qualità del mio lavoro. E nel farlo è prolisso, conia neologismi di dubbio significato, e forza le soglie di attenzione del suo lettore. Rispetto a tutto questo sono io a definirmi “sentitamente altro”.

Buon Lavoro,
Vincenzo Branà.

P.S.: Una rettifica, però, la chiedo io alla sua lettera: non ho mandanti, il post che ha letto è pubblicato su un sito che porta il mio nome e cognome e che non copre e non rappresenta altri all’infuori di me. Ed è un peccato che lei non riesca ancora a liberarsi di questi assurdi schemi di lettura.



2 commenti

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  1. Viola

    “Non possiamo non rimanere perplessi da queste pratiche politiche che aprono brecce solo all’interno del movimento senza riuscire a dire nulla a chi sta fuori e fa le leggi”.
    Su quali pratiche parlino o non parlino a chi sta fuori e fa le leggi mi pare che davvero nessuno possa ritenersi capace di dare lezioni ad altri, visto che ad oggi leggi non se n’è vista nessuna. La politica, come giustamente la chiama lei, del compromesso con istituzioni e partiti ha prodotto un forte annacquamento politico e culturale della proposta lgbt a mio parere, ma per certo nessun risultato legislativo. C’è chi (Arcigay) dal 1991 chiede le unioni civili, sempre con pratiche ipermoderate e 17 anni dopo non ha ottenuto niente, quanto dobbiamo aspettare per mettere in discussione pratiche e obiettivi?

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  2. Graziella Bertozzo

    Avevo scritto direttamente all’autore di questo blog, ma posto anche qui la mia risposta allo “scoop” su Renato Busarello:

    In relazione al post presente sul suo sito (http://www.vincenzobrana.it/) dal titolo “”Busarello alla corte di Cofferati”, visto che tira in ballo anche il mio nome, vorrei farle presenti un paio di cose.
    Come lascia intuire da quanto scrive, è al corrente dell’arresto che ho subito durante il Pride, e quindi ben sa come questo fatto abbia reso palese un conflitto all’interno di quello che fu il movimento lgbt: da un lato chi ritiene che la miglior strategia in tempi pericolosi sia quella di uniformarsi ad un paese che sta “timbrando” le soggettività diverse ed affermare quindi che gay, lesbiche e trans non sono divers*, dall’altro chi (come me e come Renato Busarello, ad esempio) ritiene di combattere apertamente per un mondo dove le diversità, tutte, siano ricchezze e non un “disturbo al manovratore” da annullare.
    Non mi importa, in questo momento, la sua collocazione all’interno di questo conflitto, ma mi interessa piuttosto farle presente che leggere questa differenziazione, che va prendendo corpo e visibilità, come “istituzionali” da una parte e “anti-istituzionali” dall’altra è fuorviante.
    Vede, signor Branà, denunciare le istituzioni quando sono succubi delle pressioni di chi ha potere economico e mediatico non significa essere anti-istituzionali. Anzi, significa avere a cuore l’indipendenza delle istituzioni, e quindi la loro stessa esistenza.
    Quello che lei ritiene uno “scoop” con cui additare Renato Busarello come un “arrampichino”, in realtà è una notizia che i compagni e le compagne di Renato conoscono bene: Renato ha partecipato ad un bando di mobilità, con altre decine di dipendenti comunali, quale egli è.
    Non saper distinguere fra chi nel Comune di Bologna lavora per vivere, con un regolare contratto di lavoro, ottenuto superando un regolare concorso pubblico, e chi invece in quel medesimo Comune svolge un’attività politica, che dia o meno origine a dei rimborsi spese, dimostra una scarsa conoscenza dei meccanismi istituzionali. Non distinguere fra un assessore comunale e l’impiegato (o anche il dirigente…) che lavora nell’ufficio diretto politicamente da quell’assessore, significa pensare che il Comune di Bologna non abbia una propria organizzazione interna ma sia in balia di arrampicatori sociali di ogni sorta e risma. Sicuramente c’è chi tenta questa via, ma non è certo questo il caso.
    Signor Branà, anch’io lavoro in una pubblica amministrazione, e il ministero per cui lavoro è retto da un ministro di Forza Italia. Questo significa che io faccio il doppio gioco? Che di giorno sono una servitrice del denaro berlusconiano e di notte (o ai pride…) fintamente di sinistra? E se poi ottengo il trasferimento in un altro ufficio che più mi aggrada è perché mi sono compromessa con la corte di Berlusconi? Non perché ho abbastanza punteggio e qualifica? Chi, come noi, non vive di politica, conosce la differenza fra timbrare un cartellino e fare politica. Quella, noi, la facciamo fuori dal nostro orario di lavoro.
    Quanto poi al lasciar sottendere un comportamento “traditore” da parte di Renato nei miei confronti, sappia che se la politica la si fa con chi si sceglie, non sarà certo uno sconosciuto che sceglie di farla con chi mi infama quotidianamente a fare dubitare me e i miei compagni e compagne dell’onestà di un amico che rispetto e a cui voglio bene.
    Anche se non fossi stata presente quando Renato teneva secondo lei “quella posa a mani conserte con la quale l’antagonista ha assistito alla questione Bertozzo nel retropalco del Pride”, avrei pensato che il suo fosse uno dei tanti attacchi che stiamo subendo in questi giorni.
    Invece, guarda caso, ero presente al mio arresto… Più che dire ripetutamente “lasciatela andare” che avrebbe dovuto fare, Renato? Farsi arrestare con me? Ho il sospetto che qualcuno l’avrebbe desiderato…
    E poi, Renato ha il vezzo di tenere le braccia conserte, mica le mani… Anzi, cosa voglia dire “mani conserte” non saprei… Così come non saprei chi sarebbero i mitici “compagni di merende” sopra alla rampa per cavalli. Mi vien proprio da dire un’enormità: cavallo sarà lei!

    Graziella Bertozzo

    RispondiRispondi

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