Vincenzo Branà

Avatar

Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


La storia di Aldo Fantino

Uno scontro tra generazioni distanti, privo di contenuti ma tracotante di forme, tutte sbilanciate a favore dei più giovani, della loro prepotenza, del loro aver da poco imparato a fare la voce grossa. Senza avere, nel contempo, fatto chiarezza sui motivi e sui contesti in cui questa  "voce grossa" è strumento legittimo, se non addirittura opportuno. La dinamica, al contrario, è un po’ quella della playstation: appena l’eroe conquista una nuova arma la prova subito, anche se nel display del videogioco, in quel momento, passa solo una pacifica tartaruga, voluta dal programmatore come elemento ornamentale e perciò per nulla invadente né tanto meno minacciosa. Non importa: click sul joystick e la tartaruga non c’è più. E l’arma, per questa inutile prodezza, entra a pieno titolo nella top ten delle cose "fighe". Adolescenti e terza età nell’hinterland bolognese hanno più volte cristallizzato la loro relazione su questi stilemmi:  e il terreno di questo scontro è il quotidiano a tutto campo, che prende dal posto in autobus alle strisce pedonali, giungendo perfino ai banchi di scuola. La storia di Aldo Fantino, in effetti, parte proprio da lì, da un’aula non percepita come luogo disciplinato e da un ruolo – quello del professore – precipitato suo malgrado nel fondo della classifica del rispetto. E la storia di Fantino, purtroppo, non è un caso isolato. Tutt’altro: il precedente più evidente riguarda la comunità sanlazzarese, dove una banda di "bulli" aveva preso di mira gli anziani di un centro sociale. Insulti, danneggiamenti, proposte oscene da parte di ragazzine cresciute decisamente troppo in fretta. Poi il drammatico epilogo: un incendio provocato con una tanica di liquido infiammabile e che in poche ore ha ridotto in cenere il luogo che quegli anziani avevano messo in piedi per trascorrere il tempo del riposo. Nessun danno alle persone, ma a San Lazzaro tutti ricordano quel fatto triste della Baita: di come crebbe e di come sparì, per mano di un bullo minorenne che per giorni si gloriò dell’esito della sua impresa distruttrice.


6 commenti

Lascia un commento
(oppure esegui un trackback dal tuo sito)

  1. Questo articolo è molto bello. Descrive un’assenza di possibilità di comunicazione intergenerazionale, che è a sua volta causa della violenza.

    RispondiRispondi
  2. Assenza di comunicazione inter, intragenerazionale. Questo doloroso fatto di cronaca sembra, purtroppo, sintetizzare varie forme di disagio sociale.

    RispondiRispondi
  3. Andrea

    Non possiamo sempre parlare di alienazione tra generazioni. C’è disinteresse ad educare da parte dei genitori. Sono loro stessi privi di valori e di rispetto per gli altri. A quella vedova non hanno porto neppure delle scuse.

    RispondiRispondi
  4. In realtà i genitori, alcuni giorni dopo, hanno chiesto scusa alla vedova. Atto dovuto, quanto inutile. Questi episodi, ha ragione Vilma, sono la sintesi di un disagio molto complesso, che parte dalle famiglie, coinvolge le scuole e tutti i luoghi di intrattenimento. Gli attori sono numerosi, quasi quanto le responsabilità. Impossibile – ed inutile – accanirsi su uno solo.

    RispondiRispondi
  5. L’articolo pubblicato sulla Repubblica Bologna.

    RispondiRispondi
  6. Fantino Maria Carla

    @Vincenzo Branà: non mi sono giunte scuse da parte dei genitori e neppure da nessuno dei ragazzi presenti quella sera e la sera precedente. Distinti saluti, vedova Fantino.

    RispondiRispondi

Rispondi a “La storia di Aldo Fantino”

Prima di andartene...

Ci sono molti altri articoli che possono interessarti. Sfoglia gli archivi! Se decidi che il tuo tempo qui è terminato, allora permettimi di invitarti a tornare. E lasciati salutare con un aforisma di Jawaharlal Nehru, fondatore, insieme a Gandhi, dell'India indipendente e democratica...




My status