Vincenzo Branà

Avatar

Dei fatti, del giornalismo, della cultura lgbtq, di Bologna, della cronaca, della politica e d’altre bazzecole interessanti


Dagli Urali a Bologna. Il diario di una fuga dal dolore

E’ uscito per l’editore Marlin “La valigia di Agafia”,
il nuovo romanzo della scrittrice bolognese Marta Franceschini

Una storia che inizia due volte: la prima nella lontana Unione Sovietica, in Moldavia, qualche decina di anni fa. Lì affonda le radici l’esistenza di Agafia, una ragazza semplice, come può essere semplice una donna i cui vezzi sono stati forgiati dalla povertà e dal rispetto dei valori della tradizione e della famiglia. Ma poi Agafia, che negli anni ha coltivato nel cuore la più oscura e lenta delle morti, un giorno è nata una seconda volta: l’8 marzo del 2005, attratta da un volantino visto per strada, partecipa a un incontro di scrittrici in un comune dell’hinterland bolognese. Perché Bologna, in quegli anni, era il suo attracco, la tappa di quel pellegrinaggio che era partito dalle piantagioni di tabacco e dalla miseria più nera. Poi c’era stata la Siberia, le cucine sui treni dove la dignità conta quanto una macchia d’olio sul grembiule. Che comunque resta aggrappata a quel lembo di stoffa, ostinata a non soffocare tra gli altri schizzi. E alla fine l’Italia, prima Roma per qualche tempo, poi Bologna. In quel giorno di mimose dal profumo intenso, Agafia rispetta l’appuntamento che si è data, sceglie un posto in prima fila e ascolta le letture di quelle donne professioniste della scrittura. Poi, concluso l’incontro si fa coraggio e si avvicina a una di loro: “Sto cercando una scrittrice – dice a Marta Franceschini – altrimenti muoio”. E così, invece, Agafia nasce una seconda volta. La valigia di Agafia è il secondo romanzo che Marta Franceschini pubblica per l’editore Marlin. Due anni fa, nel 2006, era uscito “Sangue del mio sangue”, una bella prova di scrittura appassionata, ma anche la coraggiosa rielaborazione di una donna che rilegge a distanza le cicatrici che il passato ha lasciato sulla sua carne. E “La valigia di Agafia” è scritto con lo stesso inchiostro del romanzo di due anni fa: con un equilibrio armonioso tra la cura per la scrittura e il trasporto per una storia che inietta dolore nella simbiosi tra due donne. Franceschini, nell’offrire la sua penna all’amica moldava, si lascia attraversare da un uragano lacerante, che nelle pagine diventa un racconto intimo, intessuto con apprensione e senza retorica, testimonianza di una complicità che ha unito, nella sofferenza, i destini di due donne. Nella sua valigia Agafia infila con dignità ogni brandello del suo passato: le scarpe lacerate dai chilometri percorsi, gli abiti logori del lavoro che non lascia vivere, le vesti strappate dalla furia di quegli uomini che di quel corpo, del suo corpo, vogliono solo un attimo di piacere. E ad ogni costo. E quando quel pesante baule tenuto assieme dallo spago oltrepassa la frontiera italiana, ha l’aspetto di molte altre valigie, perciò anche lo stesso destino. Agafia sarà badante, cameriera, baby-sitter, donna delle pulizie. E per chi la guarda da lontano, liquidandola con un luogo comune, sarà sguattera, barbona, ladra e puttana. La storia di Agafia non ha l’ambizione della protesta, ma la potenza della verità. Di una verità come ce ne sono tante, nella quale l’emozione del ricevere un fiore reciso è un foglio sottile che si accatasta sulle violenze e che non cancella il nauseante odore di vodka e follia. Ma a quel foglio ci si aggrappa, quasi bastasse lui a dar ragione di quella vita senza tregua. Marta Franceschini dedica questo romanzo ai migranti della terra: e in effetti è a loro che l’autrice fa il regalo più grande, riabilitando alla dimensione individuale storie che la politica ha accatastato in un’approssimata categoria. E quando dal mucchio si afferra il bandolo di una matassa, il viaggio di un popolo può ridiventare il viaggio di una donna, solo il suo. Un viaggio che si percorre a piedi scalzi o con le suole consumate, che nella clandestinità fa convivere il reato con una dignità ignota a qualsiasi legislatore. E che invita a pensare al di fuori della logica dei numeri, degli “esodi” e delle “invasioni”, riportandoci ad una misura semplice, in cui una donna, con una valigia in braccio, cerca la propria felicità.

|

Prima di andartene...

Ci sono molti altri articoli che possono interessarti. Sfoglia gli archivi! Se decidi che il tuo tempo qui è terminato, allora permettimi di invitarti a tornare. E lasciati salutare con un aforisma di Jawaharlal Nehru, fondatore, insieme a Gandhi, dell'India indipendente e democratica...




My status